NEW

Aspetti emotivi e relazionali della nutrizione dalla gravidanza alla terza età

A cura di Rossella Aromando - Psicologa Psicoterapeuta - rossellaaromando@gmail.com Rubrica 3. Il rapporto delle donne con il corpo che cambia nella maternità. La maternità prevede grandi cambiamenti fisici, emotivi e relazionali per la donna. Questa fase del ciclo...

Stiamo crescendo una generazione di Homer Simpson

Intervista all'esperto: Giorgio Pitzalis, Pediatra Nutrizionista, responsabile scientifico di giustopeso.it Stiamo crescendo, già da diversi anni, una generazione di piccoli Homer Simpson: snack ipercalorici sempre a portata di mano tv tablet e videogiochi sempre...

È utile aggiungere supplementi vitaminici alla nostra dieta?

Vitamina Vitamina Intervista al Dott. Giorgio Pitzalis, responsabile scientifico di giustopeso.it e il pediatraonline.it Non sempre un supplemento vitaminico è indicato e privo di effetti collaterali. In generale, se l’alimentazione del bambino e dell’adulto è...

La dieta Mayr, ovvero tu sei solo intestino

A cura di Giorgio Pitzalis Intorno agli anni ‘950 di Dott. Xavier Mayr era convinto che molte patologie dipendessero dal malfunzionamento dell'intestino, e che esso andasse depurato. Cosa è la dieta Mayr Digiuno per i primi due giorni (sono concessi acqua, te, tisane...

2019, tra boom economico e recessione

A cura di Giorgio Pitzalis Da sempre i modelli alimentari sono influenzati dai comportamenti, dagli stili di vita e dalle condizioni di mercato, appunto tra boom economico e recessione. L’attuale congiuntura socio-politica (anno di recessione o di boom economico?) ed...
Latte Sano, chi pensa Sano ama il buono della vita.
Aspetti emotivi e relazionali della nutrizione dalla gravidanza alla terza età

Aspetti emotivi e relazionali della nutrizione dalla gravidanza alla terza età

A cura di Rossella Aromando – Psicologa Psicoterapeuta – rossellaaromando@gmail.com


Rubrica 1. Il nutrimento della relazione in gravidanza

A partire dagli anni cinquanta, numerosi studi hanno analizzato i processi di interazione madre – bambino in fase prenatale e hanno portato alla luce un mondo assolutamente ricco e dinamico.

Ad oggi sappiamo che il feto è in grado di memorizzare, di provare emozioni e stabilire relazioni affettive durevoli nel tempo e che la comunicazione che si instaura con la madre è fondamentale per la costruzione dei legami di attaccamento e per il successivo sviluppo di tutti gli schemi emotivi, motori e cognitivi.

La gravidanza dona alla gestante e al feto la possibilità di ascoltarsi e di sintonizzarsi in un dialogo intimo, viscerale e fusionale.

L’utero materno è il primo ambiente con il quale il nascituro entra in contatto, un microcosmo pregno di stimoli di diversa natura. Già nelle prime fasi di sviluppo, grazie ai suoi organi di senso, il feto si nutre di tutto ciò che la madre gli offre: cibo, contenimento, protezione, emozioni e sensazioni corporee.

Il regime alimentare della madre influisce sulla composizione del liquido amniotico e offre al feto stimoli gustativi e olfattivi. Queste prime esperienze sensoriali restano impresse nella memoria e permettono al neonato di riconoscere la madre anche dall’odore e dal sapore del latte.

Questo passaggio risulta fondamentale non solo per motivi fisiologici, ma anche perché dona al nascituro la possibilità di rassicurarsi e di ritrovare i suoi punti di riferimento dopo il parto. La memoria gustativa e in parte anche quella olfattiva possono, inoltre, determinare le esperienze successive che il bambino farà con il cibo e quindi condizionare le sue preferenze.

I ricercatori concordano sul fatto che le papille gustative dei feti sono geneticamente programmate e specifiche per ogni bambino, ma che l’alimentazione materna svolge un ruolo essenziale nella costruzione del gusto del nascituro.

Per la donna incinta il bambino che aspetta è parte di sé, del suo corpo e della sua mente. Prendendosi cura di se stessa, la mamma automaticamente nutre anche il suo bambino, sia fisicamente che emotivamente.

Questa condizione potrebbe innescare nella donna emozioni, aspettative e desideri contrastanti, caratterizzati dall’alternanza di valori positivi e sentimenti di inadeguatezza e scarsa fiducia nelle proprie risorse. In effetti nei nove mesi della gravidanza la donna è emotivamente più labile, perché vive una condizione di grande trasformazione.

In questa altalena emotiva che vede la mamma proiettata tra una regressione e una progressione verso il futuro, il controllo ossessivo dello stato di salute del feto e l’eccessiva medicalizzazione della gravidanza nascondono spesso un bisogno profondo di contenimento e di punti di riferimento.

Per alcune gravide ascoltarsi e accettarsi, fidarsi del proprio corpo e della propria relazione con il bambino è un compito particolarmente difficile ed è per questo che, spesso, spostano più o meno consapevolmente tutte le loro energie sull’eccessivo controllo del cibo e degli aspetti medici.

Gli studi dimostrano che il bambino in utero percepisce tutte le emozioni della madre e ne registra pensieri, sentimenti e il modo in cui la stessa percepisce l’ambiente.

In questo modo il feto si predispone ad adattarsi alle esigenze ambientali ancor prima della nascita.

È fondamentale dunque che la donna incinta si ponga in una condizione di ascolto e di accettazione delle proprie emozioni, affinché possa mantenere una buona sintonizzazione con se stessa e con il nascituro.

Disturbi alimentari. Segnali da riconoscere.

Disturbi alimentari. Segnali da riconoscere.

A cura di Rossella Aromando – Psicologa Psicoterapeuta – rossellaaromando@gmail.com


Segnali da riconoscere e strategie da mettere in pratica. Guida per genitori e insegnanti.

In questa rubrica ci concentreremo sui disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, analizzando nello specifico l’anoressia e la bulimia.

I disturbi alimentari sono delle sindromi gravi e complesse, determinate da componenti sociali, familiari, individuali e neurobiologiche non ancora chiaramente definite.

Spesso i sintomi dell’anoressia e della bulimia sono la manifestazione di un dolore profondo che per esprimersi utilizza il linguaggio del cibo e del corpo.

La persona che soffre di anoressia non riconosce il disturbo alimentare come un comportamento anomalo ma, al contrario, lo vive come una soluzione alle proprie fragilità emotive. Il controllo ossessivo del cibo e delle calorie, l’illusione onnipotente di dominare le proprie forze e il proprio corpo compensano una paura angosciosa di vulnerabilità.

D’altro canto, il genitore di una persona affetta da un disturbo alimentare si sente disorientato, impotente e spaventato.

Interpretare, accogliere e rispettare lo strillo silenzioso del figlio è un compito particolarmente delicato. Spesso il disturbo inizia con una normale dieta o con l’intento di dedicare tempo e attenzioni alla propria immagine.

Spesso il genitore non riesce a decifrare i campanelli d’allarme, anche perché il carico emotivo e le tensioni accumulate nella gestione dei comportamenti di rifiuto possono ostacolare un dialogo più sereno e spostare l’attenzione dall’ascolto del disagio alle lotte di potere.

L’adulto che propone, o peggio impone, un’alimentazione adeguata e una diversa lettura della realtà corre il rischio di diventare un nemico e di innescare dinamiche conflittuali e patologiche che possono aggravare la situazione.

L’identificazione precoce dei disturbi dell’alimentazione può accompagnare la famiglia verso una cura adeguata e tempestiva e migliorare la prognosi.

Il trattamento prevede un lavoro multidisciplinare, integrato ed individualizzato, con un percorso di riabilitazione e/o psicoeducazione alimentare e una presa in carico degli aspetti medici, psicologici e familiari.

Come riconoscere i campanelli d’allarme?

Il rapporto con il proprio corpo è soggettivo, dinamico (si trasforma durante la crescita) e sensibile alle esigenze dettate dal contesto sociale.

Molti comportamenti a rischio sono governati da regole socialmente approvate, dettate da una cultura dell’apparenza, dell’onnipotenza e del perfezionismo.

Stabilire confini netti tra la normalità e la patologia non è facile, anche perché i segnali si sviluppano in modo graduale. Proviamo, dunque, a tracciare un quadro dei sintomi comportamentali ed emotivi più diffusi tra le persone che soffrono di anoressia e bulimia.

Consigli per i genitori

  • style=”list-style-type: none;”>
    • Controllare i propri comportamenti alimentari.
      Diversi studi notano una forte correlazione tra le abitudini alimentari della madre e del figlio, in parte determinata da condizioni biologiche e genetiche, in parte condizionata dall’esposizione e dall’imitazione;
    • Definire la gravità della situazione.
      Soprattutto nella fase iniziale è difficile stabilire il margine di rischio. Per capire se l’ossessione per la dieta e per il corpo sta diventando pericolosa, il genitore deve osservare lo stile di vita del ragazzo e porre particolare attenzione ai seguenti aspetti:

    • Analizzare la situazione in maniera risoluta. Spesso i genitori alternano periodi di negazione del disagio in cui si mostrano estremamente permissivi e compiacenti, a momenti di sconforto o angoscia in cui diventano dispotici e coercitivi.
      È, invece, assolutamente necessario identificare il disturbo e assumere una posizione emotiva e comportamentale chiara e propositiva;
    • Avvicinarsi al figlio con il giusto approccio, utilizzando un atteggiamento partecipe ed accogliente ma risoluto e contenitivo.
      Il messaggio che deve arrivare al figlio è: “proprio perché capisco la tua difficoltà , ho il dovere di prendermi cura di te e della nostra famiglia, anche se in questo momento tu non sei d’accordo con me!”;
    • Non concentrarsi sul cibo e sul peso. Per costruire un dialogo costruttivo i genitori devono cercare di portare l’attenzione sulle proprie preoccupazioni, sulla qualità di vita del ragazzo, evitando di parlare di alimentazione e di controllare la quantità ingerita.

    Accompagnare l’adolescente, e l’intero sistema familiare, verso il percorso di cura adeguato.

Età adolescenziale e obesità: quali problematiche?

Età adolescenziale e obesità: quali problematiche?

A cura di Giorgio Pitzalis


Una corretta alimentazione dovrebbe essere un’abitudine trasmessa continuamente ai nostri figli sin dall’infanzia per non essere in futuro adolescenti obesi.

Ma, durante la pubertà, tali segnali rischiano di interrompersi, influenzati dall’adolescenza, periodo di grandi cambiamenti e di grosse conflittualità. La ricerca di una propria individualità si manifesta in tutti gli aspetti della vita e di conseguenza anche in quello alimentare.

È in questa fase, purtroppo, che buona parte della popolazione giovanile si allontana da un modello nutrizionale bilanciato e corretto.

Anche se oltre 8 adolescenti su 10 dicono che una corretta alimentazione è essenziale per la salute, la maggior parte consuma i pasti fuori casa e finisce spesso per assumere hamburger, patatine, snack e bibite zuccherate. Oggi il 20-30 % degli adolescenti è obeso, soprattutto nel sud Italia.

È un dato da non sottovalutare, anche perché un adolescente obeso sarà quasi certamente un adulto obeso, che può andare incontro a gravi patologie.

In genere, in età adolescenziale si ha una stima confusa della propria classe di peso, fino a quadri di vera e propria dismorfofobia (sensazione soggettiva di deformità o di difetto fisico, per la quale il paziente ritiene di essere notato dagli altri, nonostante il suo aspetto rientri nei limiti della norma).

È utile conoscere, a questo proposito, il valore medio della massa grassa nei soggetti in età evolutiva. Fino a 4 anni il valore medio della massa grassa è simile nei due sessi (16-17% del peso corporeo).

In seguito le femmine aumentano la massa grassa, fino a raggiungere il 25% del loro peso mentre i maschi contengono questa percentuale (13%). Quindi, nei ragazzi le spalle si allargano, aumenta il loro tessuto muscolare, tendono a perdere peso.

Di contro, le ragazze, a causa del rallentamento della velocità della crescita, tendono ad ingrassare e, soprattutto, ad accumulare adipe sui fianchi. La conseguenza (non banale!) di tutto ciò è che i maschi sono generalmente molto contenti di quello che gli sta succedendo, mentre le femmine no. Il perché è facilmente immaginabile: nella nostra società le ragazze inseguono il mito della magrezza.

La pubertà è invece per loro associata a una tendenza inesorabile ad ingrassare; il vedersi grasse (soprattutto rispetto ai canoni che la società ci impone) può associarsi a una percezione negativa di sé e del proprio corpo e questo comporta, molto spesso, l’inizio di diete severe.

L’anoressia, spesso associata alla bulimia, è una malattia dei nostri tempi: nel 1955 erano anoressici 30 giovani su centomila, oggi sono 80. Colpisce quasi l’1% delle diciassettenni, ma ultimamente si ammalano anche ragazze più giovani, di 12-13 anni. La causa scatenante può essere il disagio verso il proprio corpo, ma anche un lutto, una delusione amorosa, un conflitto con i genitori o un episodio depressivo di un genitore.

Nell’adolescenza, poi, i rapporti sociali si vanno formando sempre più ed è proprio questa la fase in cui i ragazzi frequentano assiduamente i “fast-food”. Ormai è dimostrato che il frequente consumo di pasti “fast-food”, può rappresentare una possibile fonte di squilibri nutrizionali nel senso di un eccessivo introito di grassi e di proteine animali e un ridotto apporto di fibre.

Un errore spesso commesso dai frequentatori di fast-food (essenzialmente in età giovanile) è quella di ritrovarsi tra amici in un ambiente accogliente e informale e, proprio per occupare un tavolo, consumare cibi e bevande prima o dopo aver assunto il “pasto casalingo”.

Incentivazione dell’attività fisica

La terapia dell’obesità infantile deve tenere conto di una complessa serie di fattori che interagiscono gli uni con gli altri.

I bambini di oggi consumano approssimativamente circa 600 kcal al giorno in meno dei loro coetanei di 50 anni fa. Recenti linee guida suggeriscono che i bambini dovrebbero praticare 60 minuti di moderata/intensa attività fisica ogni giorno, integrata da attività regolari che migliorino la forza e la flessibilità.

Comunque l’attività fisica per i bambini piccoli deve essere di intrattenimento e divertente. È quindi fondamentale incentivare sempre una moderata attività fisica: il camminare o andare in bicicletta offrono sostanziali benefici per la salute.

È dimostrato che uno stile di vita sedentario nell’infanzia favorisce lo sviluppo di malattie cardiovascolari, diabete e obesità in età adulta. Negli anni Novanta del XX secolo, il diabete mellito di tipo 2 veniva diagnosticato solo nell’1-2% dei giovani; dal 1994 rappresenta più del 16% dei nuovi casi di diabete infantile.

Comunque un valore di glicemia nel bambino superiore a 100 mg/dl deve essere considerato anormale e meritevole di approfondimento diagnostico.

Altra funzione del Pediatra:responsabilizzare i genitori!

Per molti secoli il compito principale dei genitori è stato quello di assicurare ogni giorno il cibo ai propri figli. Negli ultimi decenni, nei Paesi ritenuti più industrializzati, il panorama è totalmente cambiato. L’offerta alimentare è aumentata in maniera impressionante e si è passati a un’alimentazione eccessiva e spesso monotona: un bambino sovrappeso è un problema complesso per se stesso, per la sua famiglia e per la società.

In ogni famiglia c’è spesso un settore della vita del figlio a cui dedicare particolare attenzione: scuola, amici, sport; in questo senso anche l’alimentazione costituisce un classico “terreno di battaglia”.

D’altra parte attraverso il comportamento alimentare i genitori hanno l’opportunità di capire il proprio bambino. Il consiglio è allora quello di non fuggire dal problema ma di raccogliere la sfida che può costituire un’occasione unica di maturazione e di crescita per la famiglia nel suo complesso. Spesso si mangia più del necessario per ansia, tristezza o noia. La soluzione? Non solo ridurre la quantità degli alimenti ma anche cercare i motivi della sofferenza che causa l’iperalimentazione.

Importante è ricostruire l’autostima dell’individuo.

“Mio figlio non mangia niente!” Ancora oggi il cibo è considerato simbolo di sicurezza e serenità.

Spesso uno o entrambi i genitori sono convinti di essere più validi se riescono a “ipernutrire” il proprio figlio. Il bambino può allora avere due comportamenti: assecondare i genitori, diventando così sovrappeso o, al contrario, mangiare sempre meno. Una volta seduti a tavola sarebbero da evitare frasi come quelli riportate nella figura della pagina successiva.Complessivamente esprimono in maniera autoritaria un solo concetto: “in te c’è qualcosa di negativo!”.

Il risultato è scontato: il bambino non collabora più alla sua alimentazione e tende a rifiutare gli alimenti proposti. Attenzione.

Il gusto può essere educato, anche in maniera negativa: negli ultimi decenni, ad esempio, è aumentato il consumo di fruttosio (dolcificante a basso costo derivato dal mais) e, di pari passo, il tasso di obesità. Attualmente i nostri bambini fin dai primi mesi di vita sono “addomesticati” al gusto dolce che ricercano poi, negli anni successivi, negli alimenti, a costo calorico eccessivo. In questo senso bibite dolci e gassate non aiutano certo a controllare il peso corporeo.

Le problematiche alimentari non risolte in età scolare si ripercuotono, inevitabilmente, in età puberale. L’indagine, che la Società Italiana di Pediatria effettua ormai da diversi anni su un campione nazionale di studenti di età compresa tra i 12 e i 14 anni mostra un rapporto non incoraggiante: largo impiego dei fuoripasto e alimentazione poco variata. 1 ragazzo su 3 dichiara di mangiare quotidianamente, al di fuori di pranzo e cena, biscotti, panini, cioccolata, caramelle, gelati, patatine e merendine. L’altro problema nutrizionale deriva dalla dieta poco variata: il 15% degli intervistati ha dichiarato di mangiare “sempre le stesse cose” e il 41% di mangiare “solo le cose che piacciono”. I comportamenti alimentari, inoltre, peggiorano con l’aumentare delle ore trascorse davanti alla televisione o ad un PC.

È quindi necessario impostare, fin dai primi anni di vita del bambino, un programma educativo che può essere riassunto nella tabella 3. Frutta e verdura andrebbero assunte in quantità adeguata (per intenderci un volume pari a 5 “pugni” del bambino al giorno) e l’impiego del sale andrebbe ridotto, anche mediante l’impiego delle spezie che possono essere usate per insaporire gli alimenti.

Educare la nostra alimentazione è quindi possibile ma è necessario una pur minima attenzione, evitando di mangiare “come capita” e soprattutto, perché impossible is nothing!

Impossibile è solo una parola pronunciata dai piccoli uomini che trovano più facile vivere nel mondo che gli è stato dato, piuttosto che cercare di cambiarlo, è un’opinione. Impossibile non è una regola, è una sfida. Impossibile non è uguale per tutti Impossibile non è per sempre.

Adolescenti obesi

 

Adolescenti obesi

Il cibo come terapia

Il cibo come terapia

(copyright by www.giustopeso.it)


È importante, fin dai primi anni di vita, evitare la “Weight Cycling Syndrome” (Sindrome da oscillazione del peso).

Il peso ripreso durante un programma dietoterapico risulta “qualitativamente” più ricco di massa grassa rispetto all’originario peso perduto. Periodi di restrizione calorica inadeguata possono determinare, paradossalmente, un aumento del peso corporeo.

Il controllo dell’apporto alimentare rappresenta il presidio terapeutico fondamentale dell’obesità essenziale, unitamente all’incentivazione dell’attività fisica.

Il cibo come terapia.

Nel bambino sovrappeso-obeso il programma dietoterapico deve poter essere seguito dai componenti della famiglia al fine di migliorare l’educazione alimentare di tutti i componenti il nucleo familiare.

Devono anche essere evidenziati i molteplici problemi, anche di natura psicologica, correlati all’obesità.

Si mangia per vivere, non si vive per mangiare!

Il cibo come terapia

D’altra parte, il cibo non deve costituire il passe-partout di ogni richiesta o disagio fisico o mentale.

Le numerose (oltre 40) diete ipocaloriche da “Best Seller” risultano estremamente squilibrate in termini di macro e micronutrienti ed assolutamente da proscrivere in età pediatrica, quando al soggetto devono essere assicurati adeguati apporti di nutrienti per un armonico sviluppo antropometrico e puberale.

E lo psicologo cosa dice?

“Se il cibo è portatore di benessere, ma anche di ansia, ecco una scorciatoia per stare meglio: concentrare l’ansia su di un unico oggetto, il cotto o il crudo o il sangue, ed eliminarlo.

Si può comunque essere crudisti o vegetariani anche per motivi etici oppure, o semplicemente, per moda”. 
(Gianna Schelotto da “l’Espresso” 13 settembre 2001 pag. 89)

La dieta integrata è una dieta a basso contenuto calorico. In genere si suddivide in otto pasti (prima colazione, seconda colazione, spuntino, prima di pranzo, pranzo, spuntino, prima di cena, cena) e si basa sui gruppi di persone, i “biotipi”, simili dal punto di vista fisico, psicologico e comportamentale.

In base al gruppo di appartenenza viene associata la dieta, gli esercizi di ginnastica e gli integratori alimentari.

In genere, per due giorni si mangiano prevalentemente alimenti ricchi di carboidrati e proteine vegetali, per tre giorni alimenti con proteine animali, mentre un giorno è libero, ossia si mangia senza seguire delle regole precise.

I gruppi sono quattro:

  • al primo appartengono le donne con accumulo di grasso e cellulite su gambe e cosce, spesso dovuti a problemi di circolazione;
  • al secondo gruppo appartengono le donne molto sedentarie con accumulo di grasso su addome e fianchi;
  • al terzo gruppo donne dopo la menopausa e uomini in cui lo strato adiposo si accumula nella parte superiore del corpo;
  • al quarto gruppo donne e uomini con grasso distribuito in tutto il corpo causato da un’alimentazione eccessiva (fumo, fumo, fumo tanto!).

Esaminiamo ora le diverse diete

A – Zuccheri ai minimi termini

Il cibo come terapia

Le diete che riducono drasticamente gli alimenti del tipo pane, pasta, riso, patate, frutta ed ortaggi (principali fonti di carboidrati) si basano sul presupposto che è impossibile trasformare i grassi alimentari in grassi di deposito senza la presenza di carboidrati.

Oltre ad uno stato di acidosi, le diete a bassissimo contenuto di carboidrati possono dare: nausea, affaticamento ed aumento dei livelli di acido urico nel sangue, con rischio di gotta e di calcolosi renale.

1 – Dieta Atkins

(Proteine= 24%, Carboidrati= 14%, Lipidi =62%)

Limita drasticamente gli alimenti che contengono glucidi, sia semplici che complessi (zuccheri, pasta, pane, riso, legumi, patate), mentre viene data via libera a proteine e grassi (carni, uova, pesce, formaggi, alcool, caffè, tè).

Sono esclusi anche tutti i legumi verdi (es. piselli, fave).

Questa dieta  è assolutamente sbilanciata e molto ricca di grassi che forniscono circa il 70% delle calorie.

2 – Dieta punti o dieta dell’astronauta

(Proteine= 25%, Carboidrati= 30%, Lipidi=45%)

È una variante della dieta Atkins e rappresenta una forma di grossolana volgarizzazione delle diete ipoglicidiche, proposte da oltre 40 anni per il trattamento dell’obesità.

Mentre i formaggi grassi, salsicce e burro possono essere assunti liberamente, patate e frutta sono fortemente limitati.

Conclusioni: non raccomandabili


B – Diete iperproteiche

Il cibo come terapia

1 – Dieta a zona

Ogni pasto deve essere costituito da una quantità di calorie proveniente per il 40% da glucidi, per il 30% da protidi e per il restante 30% da lipidi.

I carboidrati dovrebbero essere prevalentemente a basso indice glicemico (verdura, certi tipi di frutta come mele, pere o arance, pasta, meglio se integrale), i grassi dovrebbero provenire grosso modo per un 33% da grassi saturi (esempio: quelli presenti nella carne), un altro 33% da grassi monoinsaturi (esempio: olio d’oliva) e un altro 33% da grassi polinsaturi (esempio: olio di semi di lino).

Conclusioni: non raccomandabili

2 – Dieta Scarsdale

(Proteine= 36%, Carboidrati= 38%, Lipidi =26%)

Dura due settimane. Vengono concessi alcuni alimenti a volontà, ma sono fortemente limitate le scelte: in particolare sono aboliti i primi piatti ed è molto ridotto il pane.

Seppure la restrizione dei carboidrati sia meno marcata rispetto alle altre due diete precedenti, si tratta di un regime sbilanciato, iperproteico e carente di vitamine (B1, B6 e Bl2) oltre che di calcio, ferro e magnesio.

Conclusioni: non raccomandabili

3 – Dieta della clinica Mayo

Non ha nulla a che fare con il celebre ospedale Mayo Clinic di New York.

Carente di calcio (latte e formaggi sono severamente proibiti), risulta iperproteica e monotona.

Conclusioni: non raccomandabili


C – Diete vegetariane

Il cibo come terapia

1 – Dieta Pritikin

(Proteine= 20%, Carboidrati= 76%, Lipidi= 4%) 
Si tratta di una dieta vegetariana, squilibrata perché iperproteica, ipolipidica, iperglucidica e ridotta negli apporti di fibre.

Conclusioni: non raccomandabili


2 – Vegan

Le diete vegetariane strette o Vegan (abolizione di qualsiasi cibo di origine animale), se prolungata nel tempo, può indurre la carenza di importanti nutrienti indispensabili per il completo benessere, quali ad esempio il ferro, lo zinco, il calcio, la vitamina B12.

Particolarmente a rischio nelle diete vegetariane strette risultano i bambini, le gestanti, le donne in allattamento, gli anziani, gli sportivi.

Al contrario le diete vegetariane meno rigide (dieta latteo-vegetariana, dieta ovo-latteo-vegetariana) presentano possibilità molto maggiore di copertura dei bisogni nutritivi.

Conclusioni: non raccomandabili


3 – Zen

Comprende la sola assunzione di riso!

Conclusioni: non raccomandabili


D – Diete senza varietà

1 – Dieta dissociata classica (di Antoine)

(Proteine= 27%, Carboidrati= 23%, Lipidi=50%)

Per 6 giorni alla settimana si mangia, ogni giorno, un unico tipo di alimento, a volontà, scelto fra latticini, verdure, frutta, uova, carni e pesci. La domenica, invece il regime è libero.

Non ammette i dolci e l’alcool. Obbliga a mangiare il formaggio senza pane, il vino con i legumi e l’acqua con la carne.

La sua efficacia dipende dal fatto e che sono esclusi alcool e dolci. Comunque è una dieta chiaramente non fisiologica, poiché fornisce si i vari nutrienti, ma non in una giornata bensì nell’arco della settimana!

Conclusioni: non raccomandabili

2 – Dieta di Shelton

È una variante della precedente. 
Vi è il divieto di mescolare proteine, carboidrati, lipidi.

Gli alimenti sono suddivisi in tante classi da associare e dissociare fino alla “dissociazione mentale”. 
Sono presenti carenze vitaminiche multiple e di calcio.

Inoltre come fare se molti cibi contengono già una mescolanza di proteine, carboidrati, lipidi?  Un recente studio (aprile 2000) apparso su International Journal of Obesity ha mostrato che due gruppi di soggetti obesi, posti a dieta ipocalorica (1100 kcal/die), una dissociata e l’altra bilanciata.

Il gruppo dissociato diminuì in media di 1.5 kg in meno rispetto a quello bilanciato.

Conclusioni: non raccomandabili

Pompelmo e uova

(Proteine= 49%, Carboidrati= 15%, Lipidi=36%)

La cura dura solo 15 giorni che però possono essere più che sufficienti per compromettere la salute.

Sono previste 24 uova alla settimana oltre che abbondanti quantità di carne.

Mancano i carboidrati e gli oli vegetali mentre è ricca di grassi e povera di calcio.

Conclusioni: non raccomandabili

Dieta settimanale

Si mangia una sola cosa al giorno per più pasti.

250 grammi di riso il primo giorno i 4 pasti. 500 grammi di carne arrosto o alla griglia in secondo giorno. 
La perdita di chili è data dalla mancanza dell’appetito per la monotonia.

Dannosa a breve termine ed il peso ritorna quando si finisce di seguirla.

Conclusioni: non raccomandabili

5 – Dieta del minestrone, Yogurt, Uva, ecc.

Sono monotone e non educative.

Conclusioni: non raccomandabili


E – Dieta della frutta

Il cibo come terapia

1 – Dieta di Beverly Hills

(Proteine= 5%, Carboidrati= 95%, Lipidi=0%).
È basata solo sulla frutta, da mangiare in grande quantità.

È quindi una dieta sbilanciata, carente di calcio, zinco, ferro, fosforo, magnesio, niacina, vitamina B2 c vitamina B12.

Conclusioni: non raccomandabili

2 – Dieta di Hollywood

Assunzione esclusiva di noci, uva e frutti esotici. Si aggiunge qualche volta un po’ di cereali.

Questa dieta è sconsigliabile perché squilibrata nel senso che prevede poche proteine e troppi carboidrati.

Conclusioni: non raccomandabili


Diete Naturiste

Il cibo come terapia

Utilizzano  solo cibi  integri e non trattati con prodotti chimici.

Cercano di non cuocere le verdure (neanche i carciofi). 
Si afferma che noci, mandorle, noccioline e pinoli contengono proteine che costituiscono una valida alternativa ai cibi proteici di derivazione animale (NON È VERO).

Riguardo alla fragola ci dicono che: le eventuali reazioni allergiche sono da interpretare come crisi dovute alla energica espulsione di sostanze tossiche! (Non è vero).

Conclusioni: non raccomandabile se non per grosse linee


G – Diete non educative

 

1 – Dieta Weight Watchers

Costosa e non educativa

Conclusioni: non raccomandabili

2 – Pasti sostitutivi

(liquidi, barrette)

Costosa e non educativa


H – “Frizzi e lazzi” dietologici

1 – Dieta del gruppo sanguigno

  • Gruppo sanguigno 0. Alimentazione ricca di carne e consumare meno formaggi.
  • 
Gruppo A. più soia, riso, verdure e limitare gli altri cereali.
  • Gruppo B. abbondare in latte e latticini me non tollera il frumento e la carne di pollo.
  • 
Gruppo AB: privilegiare frutta e verdura e limitare la carne.

2 – Dieta della luna

Promulga il digiuno “una sorta di stop all’incamerare errori nutrizionali quotidiani; sfruttare la forza della luna che sprigiona su di noi e non soltanto.

Dell’azione della luna sulla terra conosciamo le maree, le modifiche apportate alla crosta terrestre durante il variare delle fasi; i nostri contadini conoscono l’arte, tramandata nel tempo, di sfruttare l’effetto Lunare per ottenere buoni risultati nella semina, nei raccolti, nella potatura, nella vinificazione.

Basta pensare che siamo fatti per il 75% d’acqua, è possibile quindi utilizzare la forza della luna durante i cambi di fase (un giorno la settimana), facendo astensione dal cibo e purificando l’organismo: una sorta di pulizia interna dovuta all’acqua ingerita e all’azione mobilitante sui liquidi da parte della luna”.

3 – Dieta dell’età della pietra

Nuova moda USA:

mangiamo come 40.000 anni fa! 
Comprende frutta, verdura, carni magre, pesce, legumi, noci.

Esclusione di pane, pasta, cereali, olio di oliva, latte e derivati, zucchero.

Mio figlio mangia poco: mi devo preoccupare?

Mio figlio mangia poco: mi devo preoccupare?

A cura di Rossella Aromando – Psicologa Psicoterapeuta – rossellaaromando@gmail.com


Partendo dal presupposto che, nei bambini che godono di buona salute, la fame è un bisogno fisiologico, determinato da esigenze naturali e primarie, possiamo desumere che le condotte alimentari si modificano in eccesso o in difetto quando diventano strumenti di comunicazione o segnali di emozioni spiacevoli.

Il National Center for Clinical Infant programs descrive il Disturbo della Nutrizione come la difficoltà del bambino a stabilire modelli regolari di alimentazione con un’adeguata immissione di cibo, basata sugli stati fisiologici di fame e di sazietà.

Durante l’infanzia le difficoltà alimentari transitorie sono molto comuni, in quanto rappresentano l’espressione di difficoltà evolutive temporanee e di lieve entità.

In altri casi, le anomalie possono persistere nel tempo e assumere un carattere di disfunzionalità, tale da configurarsi come veri e propri Disturbi del Comportamento Alimentare o dei loro potenziali precursori.

È bene, dunque, delineare una prima distinzione tra il disagio alimentare e il disturbo alimentare conclamato:

  • Il disagio alimentare è una manifestazione meno chiara di un malessere del bambino, è un campanello d’allarme che spesso è legato alla relazione con il contesto familiare e con l’ambiente esterno. Il cibo diventa un mezzo per comunicare un malessere da decodificare;
  • Il disturbo alimentare ritrae un quadro patologico più serio che va dal rifiuto totale del cibo all’iperfagia. Spesso si protrae nel tempo e si manifesta con ulteriori cambiamenti legati al gioco, al sonno, allo studio, alla relazione con gli altri.

In entrambi i casi la qualità precoce delle relazioni familiari e le risposte dei genitori ai comportamenti alimentari dei figli diventano degli elementi cruciali.

Una relazione “sufficientemente sana” richiede un buon adattamento tra le caratteristiche individuali del bambino, lo stadio di crescita e le capacità dei genitori di sintonizzarsi e adattarsi alle esigenze del figlio. Sin dalla nascita i bambini hanno differenze individuali nei cicli di fame-sazietà.

Accade spesso, tuttavia, che di fronte a un bambino che mangia poco, per quantità e/o per qualità, o che addirittura rifiuta il cibo, i genitori sperimentino uno stato di ansia e di preoccupazione.

Quando la mamma non è in grado di leggere in modo corretto i bisogni del figlio spesso attiva dinamiche relazionali disfunzionali, generate da uno stato di apprensione, di frustrazione e di rabbia.

Questa dinamica ha un duplice effetto negativo per il bambino: da un lato non lo aiuta a sviluppare il naturale processo di ricerca del cibo, dettato dalle sensazioni di fame e sazietà; dall’altro lo priva del piacere dello scambio affettivo e nutritivo del cibo.

In questi casi, difatti, il bambino tenderà ad associare il momento del pasto alle emozioni negative provate o, semplicemente, al desiderio di richiamare l’attenzione del genitore.

Il bambino e l’adolescente inappetente, o che rifiuta il cibo, rientra solitamente in tre tipologie di comportamenti alimentari:

1 Mangia poco e non mostra interesse per il cibo

Il rapporto che ogni bambino instaura con il cibo parte da una dimensione assolutamente individuale e soggettiva, riconducibile alla sua indole e alla sua personalità.

Escluse possibili patologie mediche o psicopatologie gravi (disturbi alimentari dell’età evolutiva, alimentazione evitante/ restrittiva), il bambino potrebbe mangiare poco o non mostrarsi particolarmente interessato al cibo per temperamento e/o costituzione fisica.

Il suo fabbisogno alimentare è semplicemente diverso dal modello ipotizzato dalla mamma e dal papà.

Il genitore che impara a fidarsi del proprio figlio e delle proprie funzioni genitoriali sarà in grado di sintonizzarsi con i “reali” bisogni del bambino, di accettarli e di evitare costrizioni o ricompense.

In altri casi, invece, il bambino mangia poco a tavola perché non ha un’alimentazione equilibrata e consuma troppi spuntini fuori dai pasti.

Il mio consiglio per i genitori è di tenere un diario alimentare, ovvero uno strumento che permette di annotare tutto quello che il figlio mangia durante la giornata, in termini di qualità e quantità.

Il diario alimentare può essere molto utile per avere ben chiare le dinamiche che sottostanno alle abitudini alimentari, per calcolare l’introito calorico complessivo della giornata e, infine, per stabilire una sana educazione alimentare che preveda regole comportamentali valide per tutta la famiglia e non solo per i bambini.

2 Non vuole mangiare e rifiuta categoricamente il cibo

Il rifiuto temporaneo del cibo è abbastanza comune in periodi evolutivi critici come lo svezzamento o intorno ai 2/3 anni (quando il bambino acquista maggiore autonomia), spesso caratterizza l’adolescenza o momenti particolari quali l’inserimento al nido, la nascita del fratellino, il distacco dalla mamma.

Il bambino e l’adolescente con un disturbo alimentare, invece, rifiuta il cibo in modo rigido e sistematico, presenta un’anomalia importante rispetto alla curva di accrescimento e spesso mostra disagi anche in altre aree dello sviluppo, come il gioco e lo studio, il sonno, le relazioni con i coetanei, il controllo sfinterico.

Se il bambino riduce sensibilmente, per un periodo abbastanza lungo, l’abituale quantità di cibo è necessaria una visita accurata dal pediatra per valutare eventuali segni clinici di patologie associate ed eventualmente dallo psicologo per un consulto.

3 Mangia solo ed esclusivamente alcuni cibi

Il bambino che mangia sempre gli stessi alimenti e che non sembra interessato al cibo, ma che mantiene un introito calorico adeguato allo sviluppo psico-fisico, non desta particolari preoccupazioni.

In alcuni casi, però, l’alimentazione selettiva arriva a compromettere in modo significativo la crescita e lo sviluppo e, talvolta, a soddisfare i criteri diagnostici del disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione del cibo.

Parliamo in questo caso di un vero e proprio disturbo della nutrizione e dell’alimentazione, introdotto nel 2013 dal manuale diagnostico per i disturbi mentali dell’Associazione Americana di Psichiatria (DSM-5).

Si caratterizza per il disinteresse per il cibo e per l’alimentazione, l’evitamento basato su caratteristiche sensoriali del cibo (aspetto, odore, consistenza, gusto o temperatura), le preoccupazioni per le conseguenze spiacevoli dell’alimentazione (eventuali vomito o soffocamento) e la marcata interferenza con il funzionamento psicosociale.

Il bambino selettivo reagisce con ansia e disgusto, fino ad arrivare al vomito, quando il genitore tenta di ampliare la propria gamma di cibi, consuma il pasto con lentezza e raggiunge velocemente la sazietà.

La selettività nella scelta degli alimenti non dipende dalla paura di ingrassare o dall’eccessiva valutazione del proprio peso, non è attribuibile a pratiche culturali, alla mancanza di disponibilità di cibo, a condizioni mediche o ad altri disturbi mentali.

L’eziopatogenesi dell’alimentazione selettiva è multifattoriale, può essere di origine medica, biologica, psicologica, ambientale e anche derivante dall’interazione di più fattori.

Dopo aver stabilito che il proprio bambino presenta un problema alimentare è importante effettuare una presa in carico medica e psicologica per valutare condizioni di tipo organico (intolleranze verso certi alimenti, celiachia o altre condizioni mediche), possibili disarmonie della sfera affettiva del bambino e/o del nucleo familiare, difficoltà evolutive o disturbi del neurosviluppo associati a un quadro più ampio di rigidità ed ipersensibilità sensoriale.

L’alimentazione selettiva può essere esacerbata da comportamenti alimentari disfunzionali del nucleo familiare.

È quindi importante che i genitori:

  • affrontino correttamente la situazione. Spesso i genitori dei bambini selettivi alternano periodi di negazione del disagio, in cui si mostrano estremamente permissivi e compiacenti, a momenti di sconforto o angoscia in cui diventano dispotici e coercitivi. Questi stati d’animo contrastanti possono confondere e spaventare il bambino;
  • introducano nuove abitudini alimentari che permettano a tutta la famiglia di valorizzare il pasto come un momento conviviale in cui si rispettano le regole della tavola e si condividono emozioni piacevoli;
  • sperimentino modalità e dinamiche relazionali diverse, eliminando le lotte di potere e la pressione a mangiare, sia quella alta sia quella eccessivamente bassa;
    puntino sull’educazione alimentare più che sul mangiare.Il genitore che permette al figlio di prendere maggiore confidenza con gli alimenti, esplorando il cibo e cucinando insieme, soddisfa le sue esigenze affettive e favorisce la naturale curiosità del bambino, l’imitazione, il desiderio di autonomia e condivisione;
  • analizzino i propri comportamenti alimentari. Studi recenti riscontrano una forte correlazione tra le abitudini alimentari della madre e del figlio, in parte determinata da condizioni biologiche e genetiche, in parte condizionata dall’esposizione, dal modellamento e dall’imitazione;
  • comincino a diversificare le pietanze proposte nei colori, odori e consistenza, rispettando le preferenze alimentari mostrate dal bambino;
  • persistano nell’offrire un cibo inizialmente rifiutato per permettere al bambino di abituarsi e riconoscerlo come un alimento familiare.
Quando un bambino è agitato

Quando un bambino è agitato

L’ipercinesia infantile è una sindrome piuttosto comune e per la quale si è parlato di un possibile ruolo scatenante di certi alimenti. Si trovano in letteratura ricerche sul ruolo causale del saccarosio (zucchero bianco) sull’iperattività del bambino. In linea di massima gli studi appaiono concordi nel negare, a differenza di quanto ritenuto in passato, un ruolo specifico del saccarosio nella sindrome ipercinetica.

Altri alimenti quali il caffè, il tè, la cola, il cacao e gli energy drinks sono invece ritenuti eccitanti e possono essere responsabili di ipercinesia, insonnia, tremori, tachicardia.

Se le proteine ed i carboidrati sono i fattori più importanti in grado di influenzare il comportamento umano, non deve essere dimenticato che anche alcuni minerali nonchè molte vitamine sono stati spesso chiamati in causa, quando deficitari, come fattori implicati soprattutto nella genesi dei disturbi dell’apprendimento e in conseguenza di ciò sono stati utilizzati, sulla base più o meno sperimentalmente dimostrata, nella terapia di tali disturbi.

La carenza di ferro può incidere sul comportamento e sullo sviluppo intellettivo del lattante e del bambino. Un effetto sul comportamento è stato dimostrato anche dallo zinco che entra a far parte di oltre 200 enzimi. Ridotti livelli di zinco possono provocare apatia, anoressia, depressione, deficit di memoria e letargia. Anche il rame è essenziale per la crescita e la maturazione cerebrale.

La quasi totalità delle vitamine idrosolubili (Vit. B6, folico, vit. B12, niacina, vit. C) hanno un effetto sulla sintesi e sul metabolismo dei neutrotrasmettitori. Comunque, non sempre un supplemento vitaminico è necessario a migliorare le prestazioni intellettive e comportamentali dell’uomo e non è dimostrato l’effetto positivo delle somministrazioni di dosi elevate di vitamine idrosolubili, fino a 100 volte le dosi terapeutiche, nella terapia dei disturbi dell’apprendimento. E’ invece importante comprendere come alte dosi di vitamine liposolubili (vitamine A,D,E,k) possono risultare tossiche.

In conclusione, anche il sistema nervoso e quindi un comportamento più o meno favorevole nei nostri confronti o verso gli altri, può derivare da errori alimentari o da una alimentazione monotona. In pratica, l’insonnia o l’ansia immotivata possono essere conseguenza di scarsa assunzione di calcio (contenuto nel latte e derivati) o magnesio (presente nei cereali, frutti di mare, verdure).

D’altra parte, una scarsa concentrazione o una facile stancabilità fino a stati depressivi possono essere il risultato di un carente apporto di ferro, potassio o rame, presente nelle carni, pesce, legumi e frutta fresca.

Non ultimo, l’esercizio fisico allontana la mente dai pensieri negativi e permette di affrontare esperienze nuove in maniera positiva. Alcuni studi hanno dimostrato che correre per 30 minuti tre volte alla settimana è altrettanto efficace nei confronti della depressione rispetto alle sessioni di terapia.