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L’adolescenza in famiglia: guida pratica per genitori

L’adolescenza in famiglia: guida pratica per genitori

Rappresenta un momento particolarmente delicato dello sviluppo, con svariate potenzialità e risorse da incanalare, ma con elevati rischi di disagi psicologici e sociali.

Il ragazzo si trova proiettato in un territorio di passaggio, sospeso tra la fanciullezza e l’età adulta, tra l’esaltazione e la confusione, tra l’onnipotenza e l’incertezza.

I repentini cambiamenti d’umore, che spesso disorientano i genitori, sono assolutamente naturali e fisiologici.

Il disagio adolescenziale si manifesta attraverso una serie di segnali che, se colti nella maniera corretta, possono essere affrontati.

In questa fase di vita è necessario un “ascolto rispettoso e non giudicante”: i genitori devono fungere da spettatori, lasciando la libertà ai propri figli di sperimentarsi in autonomia e di fare degli errori ma, allo stesso tempo, devono sapersi trasformare in attori protagonisti e attivare le risorse necessarie per intervenire in caso di bisogno.

Questa rubrica nasce dalla volontà di aiutare i genitori sia a relazionarsi in maniera corretta con un figlio adolescente, sia a decodificare e differenziare i normali segnali evolutivi dai campanelli d’allarme che preannunciano un malessere psicologico.

I sapori della psicologia

I sapori della psicologia

Il bisogno di nutrirsi, invece, eccede l’esigenza primitiva di sazietà e necessita di ingredienti emotivi, relazionali, mentali e comportamentali.

Sin dalle prime fasi di vita il cibo evoca sensazioni viscerali, contribuisce a definire l’identità, perché parla della nostra storia e, spesso, diventa un atto sociale e di comunicazione. Questo perché ciascuno di noi vive con il cibo una vera e propria relazione intima e personale, ispirata da fattori e abitudini culturali, sociali e familiari.

Mi riferisco a rapporti dal sapore dolce – consolatorio o dall’aspetto pesante – “anestetizzante” di qualunque disagio affettivo, a storie contrassegnate dal bisogno di riempire o di rifiutare e di svuotarsi.

Potremmo immaginare il “nutrimento” come un impasto armonioso, insaporito da ingredienti psicologici che vanno compresi, assaporati, dosati per non alterare il gusto degli alimenti ingeriti.

La conoscenza di questi aspetti diventa poi primordiale nelle condizioni patologiche dei disturbi del comportamento alimentare e delle significative forme di obesità, per evitare di ricorrere al cibo (o al digiuno) come strumento per comunicare o per regolare vissuti disfunzionali.

I sapori della psicologia nasce dunque dalla volontà di aiutare i lettori a sviluppare una consapevolezza alimentare, ad entrare in contatto con le proprie abitudini e i propri bisogni nelle diverse età evolutive (dal periodo prenatale alla terza età) e nei diversi contesti di vita.

In un’ottica di promozione alla salute e di prevenzione al disagio alimentare, verrà data particolare rilevanza al periodo infantile e adolescenziale.

La capacità di appagare i morsi della “fame emotiva” rappresenta un passaggio cruciale, soprattutto nella crescita dei bambini ed è per questo che ritengo che ogni genitore debba mettersi in una posizione di ascolto e acquisire gli strumenti necessari per comprendere i propri vissuti emozionali e per accogliere in maniera funzionale i bisogni nutritivi del figlio.

Il “nutrimento affettivo” si alimenta già durante la vita prenatale, all’interno di un rapporto fusionale, viscerale. Con la nascita del bambino si traccia inevitabilmente un passaggio che, solitamente, prevede un dialogo armonioso tra l’istinto materno del prendersi cura del neonato e la predisposizione del nascituro a farsi accudire e nutrire.

Sin dalla nascita, i bambini presentano schemi individuali di nutrizione che devono convivere con le aspettative e i modelli alimentari dei genitori e trovare il loro spazio naturale di espressione all’interno dei diversi contesti di riferimento (famiglia, scuola, ecc.).

Questi primi passaggi evolutivi diventeranno, in adolescenza e nell’età adulta, promotori della capacità del prendersi cura di sé e di occuparsi della propria salute psicofisica, oppure fautori di forme patologiche.

Aspetti emotivi e relazionali della nutrizione dalla gravidanza alla terza età

Aspetti emotivi e relazionali della nutrizione dalla gravidanza alla terza età

A partire dagli anni cinquanta, numerosi studi hanno analizzato i processi di interazione madre – bambino in fase prenatale e hanno portato alla luce un mondo assolutamente ricco e dinamico.

Ad oggi sappiamo che il feto è in grado di memorizzare, di provare emozioni e stabilire relazioni affettive durevoli nel tempo e che la comunicazione che si instaura con la madre è fondamentale per la costruzione dei legami di attaccamento e per il successivo sviluppo di tutti gli schemi emotivi, motori e cognitivi.

La gravidanza dona alla gestante e al feto la possibilità di ascoltarsi e di sintonizzarsi in un dialogo intimo, viscerale e fusionale.

L’utero materno è il primo ambiente con il quale il nascituro entra in contatto, un microcosmo pregno di stimoli di diversa natura.

Già nelle prime fasi di sviluppo, grazie ai suoi organi di senso, il feto si nutre di tutto ciò che la madre gli offre: cibo, contenimento, protezione, emozioni e sensazioni corporee.

Il regime alimentare della madre influisce sulla composizione del liquido amniotico e offre al feto stimoli gustativi e olfattivi.

Queste prime esperienze sensoriali restano impresse nella memoria e permettono al neonato di riconoscere la madre anche dall’odore e dal sapore del latte.

Questo passaggio risulta fondamentale non solo per motivi fisiologici, ma anche perché dona al nascituro la possibilità di rassicurarsi e di ritrovare i suoi punti di riferimento dopo il parto.

La memoria gustativa e in parte anche quella olfattiva possono, inoltre, determinare le esperienze successive che il bambino farà con il cibo e quindi condizionare le sue preferenze.

I ricercatori concordano sul fatto che le papille gustative dei feti sono geneticamente programmate e specifiche per ogni bambino, ma che l’alimentazione materna svolge un ruolo essenziale nella costruzione del gusto del nascituro.

Per la donna incinta il bambino che aspetta è parte di sé, del suo corpo e della sua mente.

Prendendosi cura di se stessa, la mamma automaticamente nutre anche il suo bambino, sia fisicamente che emotivamente.

Questa condizione potrebbe innescare nella donna emozioni, aspettative e desideri contrastanti, caratterizzati dall’alternanza di valori positivi e sentimenti di inadeguatezza e scarsa fiducia nelle proprie risorse.

In effetti nei nove mesi della gravidanza la donna è emotivamente più labile, perché vive una condizione di grande trasformazione.

In questa altalena emotiva che vede la mamma proiettata tra una regressione e una progressione verso il futuro, il controllo ossessivo dello stato di salute del feto e l’eccessiva medicalizzazione della gravidanza nascondono spesso un bisogno profondo di contenimento e di punti di riferimento.

Per alcune gravide ascoltarsi e accettarsi, fidarsi del proprio corpo e della propria relazione con il bambino è un compito particolarmente difficile ed è per questo che, spesso, spostano più o meno consapevolmente tutte le loro energie sull’eccessivo controllo del cibo e degli aspetti medici.

Gli studi dimostrano che il bambino in utero percepisce tutte le emozioni della madre e ne registra pensieri, sentimenti e il modo in cui la stessa percepisce l’ambiente.

In questo modo il feto si predispone ad adattarsi alle esigenze ambientali ancor prima della nascita.

È fondamentale dunque che la donna incinta si ponga in una condizione di ascolto e di accettazione delle proprie emozioni, affinché possa mantenere una buona sintonizzazione con se stessa e con il nascituro.

Disturbi alimentari. Segnali da riconoscere.

Disturbi alimentari. Segnali da riconoscere.

A cura di Rossella Aromando – Psicologa Psicoterapeuta – rossellaaromando@gmail.com


Segnali da riconoscere e strategie da mettere in pratica. Guida per genitori e insegnanti.

In questa rubrica ci concentreremo sui disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, analizzando nello specifico l’anoressia e la bulimia.

I disturbi alimentari sono delle sindromi gravi e complesse, determinate da componenti sociali, familiari, individuali e neurobiologiche non ancora chiaramente definite.

Spesso i sintomi dell’anoressia e della bulimia sono la manifestazione di un dolore profondo che per esprimersi utilizza il linguaggio del cibo e del corpo.

La persona che soffre di anoressia non riconosce il disturbo alimentare come un comportamento anomalo ma, al contrario, lo vive come una soluzione alle proprie fragilità emotive. Il controllo ossessivo del cibo e delle calorie, l’illusione onnipotente di dominare le proprie forze e il proprio corpo compensano una paura angosciosa di vulnerabilità.

D’altro canto, il genitore di una persona affetta da un disturbo alimentare si sente disorientato, impotente e spaventato.

Interpretare, accogliere e rispettare lo strillo silenzioso del figlio è un compito particolarmente delicato. Spesso il disturbo inizia con una normale dieta o con l’intento di dedicare tempo e attenzioni alla propria immagine.

Spesso il genitore non riesce a decifrare i campanelli d’allarme, anche perché il carico emotivo e le tensioni accumulate nella gestione dei comportamenti di rifiuto possono ostacolare un dialogo più sereno e spostare l’attenzione dall’ascolto del disagio alle lotte di potere.

L’adulto che propone, o peggio impone, un’alimentazione adeguata e una diversa lettura della realtà corre il rischio di diventare un nemico e di innescare dinamiche conflittuali e patologiche che possono aggravare la situazione.

L’identificazione precoce dei disturbi dell’alimentazione può accompagnare la famiglia verso una cura adeguata e tempestiva e migliorare la prognosi.

Il trattamento prevede un lavoro multidisciplinare, integrato ed individualizzato, con un percorso di riabilitazione e/o psicoeducazione alimentare e una presa in carico degli aspetti medici, psicologici e familiari.

Come riconoscere i campanelli d’allarme?

Il rapporto con il proprio corpo è soggettivo, dinamico (si trasforma durante la crescita) e sensibile alle esigenze dettate dal contesto sociale.

Molti comportamenti a rischio sono governati da regole socialmente approvate, dettate da una cultura dell’apparenza, dell’onnipotenza e del perfezionismo.

Stabilire confini netti tra la normalità e la patologia non è facile, anche perché i segnali si sviluppano in modo graduale. Proviamo, dunque, a tracciare un quadro dei sintomi comportamentali ed emotivi più diffusi tra le persone che soffrono di anoressia e bulimia.

Consigli per i genitori

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    • Controllare i propri comportamenti alimentari.
      Diversi studi notano una forte correlazione tra le abitudini alimentari della madre e del figlio, in parte determinata da condizioni biologiche e genetiche, in parte condizionata dall’esposizione e dall’imitazione;
    • Definire la gravità della situazione.
      Soprattutto nella fase iniziale è difficile stabilire il margine di rischio. Per capire se l’ossessione per la dieta e per il corpo sta diventando pericolosa, il genitore deve osservare lo stile di vita del ragazzo e porre particolare attenzione ai seguenti aspetti:

    • Analizzare la situazione in maniera risoluta. Spesso i genitori alternano periodi di negazione del disagio in cui si mostrano estremamente permissivi e compiacenti, a momenti di sconforto o angoscia in cui diventano dispotici e coercitivi.
      È, invece, assolutamente necessario identificare il disturbo e assumere una posizione emotiva e comportamentale chiara e propositiva;
    • Avvicinarsi al figlio con il giusto approccio, utilizzando un atteggiamento partecipe ed accogliente ma risoluto e contenitivo.
      Il messaggio che deve arrivare al figlio è: “proprio perché capisco la tua difficoltà , ho il dovere di prendermi cura di te e della nostra famiglia, anche se in questo momento tu non sei d’accordo con me!”;
    • Non concentrarsi sul cibo e sul peso. Per costruire un dialogo costruttivo i genitori devono cercare di portare l’attenzione sulle proprie preoccupazioni, sulla qualità di vita del ragazzo, evitando di parlare di alimentazione e di controllare la quantità ingerita.

    Accompagnare l’adolescente, e l’intero sistema familiare, verso il percorso di cura adeguato.

Età adolescenziale e obesità: quali problematiche?

Età adolescenziale e obesità: quali problematiche?

A cura di Giorgio Pitzalis


Una corretta alimentazione dovrebbe essere un’abitudine trasmessa continuamente ai nostri figli sin dall’infanzia per non essere in futuro adolescenti obesi.

Ma, durante la pubertà, tali segnali rischiano di interrompersi, influenzati dall’adolescenza, periodo di grandi cambiamenti e di grosse conflittualità. La ricerca di una propria individualità si manifesta in tutti gli aspetti della vita e di conseguenza anche in quello alimentare.

È in questa fase, purtroppo, che buona parte della popolazione giovanile si allontana da un modello nutrizionale bilanciato e corretto.

Anche se oltre 8 adolescenti su 10 dicono che una corretta alimentazione è essenziale per la salute, la maggior parte consuma i pasti fuori casa e finisce spesso per assumere hamburger, patatine, snack e bibite zuccherate. Oggi il 20-30 % degli adolescenti è obeso, soprattutto nel sud Italia.

È un dato da non sottovalutare, anche perché un adolescente obeso sarà quasi certamente un adulto obeso, che può andare incontro a gravi patologie.

In genere, in età adolescenziale si ha una stima confusa della propria classe di peso, fino a quadri di vera e propria dismorfofobia (sensazione soggettiva di deformità o di difetto fisico, per la quale il paziente ritiene di essere notato dagli altri, nonostante il suo aspetto rientri nei limiti della norma).

È utile conoscere, a questo proposito, il valore medio della massa grassa nei soggetti in età evolutiva. Fino a 4 anni il valore medio della massa grassa è simile nei due sessi (16-17% del peso corporeo).

In seguito le femmine aumentano la massa grassa, fino a raggiungere il 25% del loro peso mentre i maschi contengono questa percentuale (13%). Quindi, nei ragazzi le spalle si allargano, aumenta il loro tessuto muscolare, tendono a perdere peso.

Di contro, le ragazze, a causa del rallentamento della velocità della crescita, tendono ad ingrassare e, soprattutto, ad accumulare adipe sui fianchi. La conseguenza (non banale!) di tutto ciò è che i maschi sono generalmente molto contenti di quello che gli sta succedendo, mentre le femmine no. Il perché è facilmente immaginabile: nella nostra società le ragazze inseguono il mito della magrezza.

La pubertà è invece per loro associata a una tendenza inesorabile ad ingrassare; il vedersi grasse (soprattutto rispetto ai canoni che la società ci impone) può associarsi a una percezione negativa di sé e del proprio corpo e questo comporta, molto spesso, l’inizio di diete severe.

L’anoressia, spesso associata alla bulimia, è una malattia dei nostri tempi: nel 1955 erano anoressici 30 giovani su centomila, oggi sono 80. Colpisce quasi l’1% delle diciassettenni, ma ultimamente si ammalano anche ragazze più giovani, di 12-13 anni. La causa scatenante può essere il disagio verso il proprio corpo, ma anche un lutto, una delusione amorosa, un conflitto con i genitori o un episodio depressivo di un genitore.

Nell’adolescenza, poi, i rapporti sociali si vanno formando sempre più ed è proprio questa la fase in cui i ragazzi frequentano assiduamente i “fast-food”. Ormai è dimostrato che il frequente consumo di pasti “fast-food”, può rappresentare una possibile fonte di squilibri nutrizionali nel senso di un eccessivo introito di grassi e di proteine animali e un ridotto apporto di fibre.

Un errore spesso commesso dai frequentatori di fast-food (essenzialmente in età giovanile) è quella di ritrovarsi tra amici in un ambiente accogliente e informale e, proprio per occupare un tavolo, consumare cibi e bevande prima o dopo aver assunto il “pasto casalingo”.

Incentivazione dell’attività fisica

La terapia dell’obesità infantile deve tenere conto di una complessa serie di fattori che interagiscono gli uni con gli altri.

I bambini di oggi consumano approssimativamente circa 600 kcal al giorno in meno dei loro coetanei di 50 anni fa. Recenti linee guida suggeriscono che i bambini dovrebbero praticare 60 minuti di moderata/intensa attività fisica ogni giorno, integrata da attività regolari che migliorino la forza e la flessibilità.

Comunque l’attività fisica per i bambini piccoli deve essere di intrattenimento e divertente. È quindi fondamentale incentivare sempre una moderata attività fisica: il camminare o andare in bicicletta offrono sostanziali benefici per la salute.

È dimostrato che uno stile di vita sedentario nell’infanzia favorisce lo sviluppo di malattie cardiovascolari, diabete e obesità in età adulta. Negli anni Novanta del XX secolo, il diabete mellito di tipo 2 veniva diagnosticato solo nell’1-2% dei giovani; dal 1994 rappresenta più del 16% dei nuovi casi di diabete infantile.

Comunque un valore di glicemia nel bambino superiore a 100 mg/dl deve essere considerato anormale e meritevole di approfondimento diagnostico.

Altra funzione del Pediatra:responsabilizzare i genitori!

Per molti secoli il compito principale dei genitori è stato quello di assicurare ogni giorno il cibo ai propri figli. Negli ultimi decenni, nei Paesi ritenuti più industrializzati, il panorama è totalmente cambiato. L’offerta alimentare è aumentata in maniera impressionante e si è passati a un’alimentazione eccessiva e spesso monotona: un bambino sovrappeso è un problema complesso per se stesso, per la sua famiglia e per la società.

In ogni famiglia c’è spesso un settore della vita del figlio a cui dedicare particolare attenzione: scuola, amici, sport; in questo senso anche l’alimentazione costituisce un classico “terreno di battaglia”.

D’altra parte attraverso il comportamento alimentare i genitori hanno l’opportunità di capire il proprio bambino. Il consiglio è allora quello di non fuggire dal problema ma di raccogliere la sfida che può costituire un’occasione unica di maturazione e di crescita per la famiglia nel suo complesso. Spesso si mangia più del necessario per ansia, tristezza o noia. La soluzione? Non solo ridurre la quantità degli alimenti ma anche cercare i motivi della sofferenza che causa l’iperalimentazione.

Importante è ricostruire l’autostima dell’individuo.

“Mio figlio non mangia niente!” Ancora oggi il cibo è considerato simbolo di sicurezza e serenità.

Spesso uno o entrambi i genitori sono convinti di essere più validi se riescono a “ipernutrire” il proprio figlio. Il bambino può allora avere due comportamenti: assecondare i genitori, diventando così sovrappeso o, al contrario, mangiare sempre meno. Una volta seduti a tavola sarebbero da evitare frasi come quelli riportate nella figura della pagina successiva.Complessivamente esprimono in maniera autoritaria un solo concetto: “in te c’è qualcosa di negativo!”.

Il risultato è scontato: il bambino non collabora più alla sua alimentazione e tende a rifiutare gli alimenti proposti. Attenzione.

Il gusto può essere educato, anche in maniera negativa: negli ultimi decenni, ad esempio, è aumentato il consumo di fruttosio (dolcificante a basso costo derivato dal mais) e, di pari passo, il tasso di obesità. Attualmente i nostri bambini fin dai primi mesi di vita sono “addomesticati” al gusto dolce che ricercano poi, negli anni successivi, negli alimenti, a costo calorico eccessivo. In questo senso bibite dolci e gassate non aiutano certo a controllare il peso corporeo.

Le problematiche alimentari non risolte in età scolare si ripercuotono, inevitabilmente, in età puberale. L’indagine, che la Società Italiana di Pediatria effettua ormai da diversi anni su un campione nazionale di studenti di età compresa tra i 12 e i 14 anni mostra un rapporto non incoraggiante: largo impiego dei fuoripasto e alimentazione poco variata. 1 ragazzo su 3 dichiara di mangiare quotidianamente, al di fuori di pranzo e cena, biscotti, panini, cioccolata, caramelle, gelati, patatine e merendine. L’altro problema nutrizionale deriva dalla dieta poco variata: il 15% degli intervistati ha dichiarato di mangiare “sempre le stesse cose” e il 41% di mangiare “solo le cose che piacciono”. I comportamenti alimentari, inoltre, peggiorano con l’aumentare delle ore trascorse davanti alla televisione o ad un PC.

È quindi necessario impostare, fin dai primi anni di vita del bambino, un programma educativo che può essere riassunto nella tabella 3. Frutta e verdura andrebbero assunte in quantità adeguata (per intenderci un volume pari a 5 “pugni” del bambino al giorno) e l’impiego del sale andrebbe ridotto, anche mediante l’impiego delle spezie che possono essere usate per insaporire gli alimenti.

Educare la nostra alimentazione è quindi possibile ma è necessario una pur minima attenzione, evitando di mangiare “come capita” e soprattutto, perché impossible is nothing!

Impossibile è solo una parola pronunciata dai piccoli uomini che trovano più facile vivere nel mondo che gli è stato dato, piuttosto che cercare di cambiarlo, è un’opinione. Impossibile non è una regola, è una sfida. Impossibile non è uguale per tutti Impossibile non è per sempre.

Adolescenti obesi

 

Adolescenti obesi

Il cibo come terapia

Il cibo come terapia

(copyright by www.giustopeso.it)


È importante, fin dai primi anni di vita, evitare la “Weight Cycling Syndrome” (Sindrome da oscillazione del peso).

Il peso ripreso durante un programma dietoterapico risulta “qualitativamente” più ricco di massa grassa rispetto all’originario peso perduto. Periodi di restrizione calorica inadeguata possono determinare, paradossalmente, un aumento del peso corporeo.

Il controllo dell’apporto alimentare rappresenta il presidio terapeutico fondamentale dell’obesità essenziale, unitamente all’incentivazione dell’attività fisica.

Il cibo come terapia.

Nel bambino sovrappeso-obeso il programma dietoterapico deve poter essere seguito dai componenti della famiglia al fine di migliorare l’educazione alimentare di tutti i componenti il nucleo familiare.

Devono anche essere evidenziati i molteplici problemi, anche di natura psicologica, correlati all’obesità.

Si mangia per vivere, non si vive per mangiare!

Il cibo come terapia

D’altra parte, il cibo non deve costituire il passe-partout di ogni richiesta o disagio fisico o mentale.

Le numerose (oltre 40) diete ipocaloriche da “Best Seller” risultano estremamente squilibrate in termini di macro e micronutrienti ed assolutamente da proscrivere in età pediatrica, quando al soggetto devono essere assicurati adeguati apporti di nutrienti per un armonico sviluppo antropometrico e puberale.

E lo psicologo cosa dice?

“Se il cibo è portatore di benessere, ma anche di ansia, ecco una scorciatoia per stare meglio: concentrare l’ansia su di un unico oggetto, il cotto o il crudo o il sangue, ed eliminarlo.

Si può comunque essere crudisti o vegetariani anche per motivi etici oppure, o semplicemente, per moda”. 
(Gianna Schelotto da “l’Espresso” 13 settembre 2001 pag. 89)

La dieta integrata è una dieta a basso contenuto calorico. In genere si suddivide in otto pasti (prima colazione, seconda colazione, spuntino, prima di pranzo, pranzo, spuntino, prima di cena, cena) e si basa sui gruppi di persone, i “biotipi”, simili dal punto di vista fisico, psicologico e comportamentale.

In base al gruppo di appartenenza viene associata la dieta, gli esercizi di ginnastica e gli integratori alimentari.

In genere, per due giorni si mangiano prevalentemente alimenti ricchi di carboidrati e proteine vegetali, per tre giorni alimenti con proteine animali, mentre un giorno è libero, ossia si mangia senza seguire delle regole precise.

I gruppi sono quattro:

  • al primo appartengono le donne con accumulo di grasso e cellulite su gambe e cosce, spesso dovuti a problemi di circolazione;
  • al secondo gruppo appartengono le donne molto sedentarie con accumulo di grasso su addome e fianchi;
  • al terzo gruppo donne dopo la menopausa e uomini in cui lo strato adiposo si accumula nella parte superiore del corpo;
  • al quarto gruppo donne e uomini con grasso distribuito in tutto il corpo causato da un’alimentazione eccessiva (fumo, fumo, fumo tanto!).

Esaminiamo ora le diverse diete

A – Zuccheri ai minimi termini

Il cibo come terapia

Le diete che riducono drasticamente gli alimenti del tipo pane, pasta, riso, patate, frutta ed ortaggi (principali fonti di carboidrati) si basano sul presupposto che è impossibile trasformare i grassi alimentari in grassi di deposito senza la presenza di carboidrati.

Oltre ad uno stato di acidosi, le diete a bassissimo contenuto di carboidrati possono dare: nausea, affaticamento ed aumento dei livelli di acido urico nel sangue, con rischio di gotta e di calcolosi renale.

1 – Dieta Atkins

(Proteine= 24%, Carboidrati= 14%, Lipidi =62%)

Limita drasticamente gli alimenti che contengono glucidi, sia semplici che complessi (zuccheri, pasta, pane, riso, legumi, patate), mentre viene data via libera a proteine e grassi (carni, uova, pesce, formaggi, alcool, caffè, tè).

Sono esclusi anche tutti i legumi verdi (es. piselli, fave).

Questa dieta  è assolutamente sbilanciata e molto ricca di grassi che forniscono circa il 70% delle calorie.

2 – Dieta punti o dieta dell’astronauta

(Proteine= 25%, Carboidrati= 30%, Lipidi=45%)

È una variante della dieta Atkins e rappresenta una forma di grossolana volgarizzazione delle diete ipoglicidiche, proposte da oltre 40 anni per il trattamento dell’obesità.

Mentre i formaggi grassi, salsicce e burro possono essere assunti liberamente, patate e frutta sono fortemente limitati.

Conclusioni: non raccomandabili


B – Diete iperproteiche

Il cibo come terapia

1 – Dieta a zona

Ogni pasto deve essere costituito da una quantità di calorie proveniente per il 40% da glucidi, per il 30% da protidi e per il restante 30% da lipidi.

I carboidrati dovrebbero essere prevalentemente a basso indice glicemico (verdura, certi tipi di frutta come mele, pere o arance, pasta, meglio se integrale), i grassi dovrebbero provenire grosso modo per un 33% da grassi saturi (esempio: quelli presenti nella carne), un altro 33% da grassi monoinsaturi (esempio: olio d’oliva) e un altro 33% da grassi polinsaturi (esempio: olio di semi di lino).

Conclusioni: non raccomandabili

2 – Dieta Scarsdale

(Proteine= 36%, Carboidrati= 38%, Lipidi =26%)

Dura due settimane. Vengono concessi alcuni alimenti a volontà, ma sono fortemente limitate le scelte: in particolare sono aboliti i primi piatti ed è molto ridotto il pane.

Seppure la restrizione dei carboidrati sia meno marcata rispetto alle altre due diete precedenti, si tratta di un regime sbilanciato, iperproteico e carente di vitamine (B1, B6 e Bl2) oltre che di calcio, ferro e magnesio.

Conclusioni: non raccomandabili

3 – Dieta della clinica Mayo

Non ha nulla a che fare con il celebre ospedale Mayo Clinic di New York.

Carente di calcio (latte e formaggi sono severamente proibiti), risulta iperproteica e monotona.

Conclusioni: non raccomandabili


C – Diete vegetariane

Il cibo come terapia

1 – Dieta Pritikin

(Proteine= 20%, Carboidrati= 76%, Lipidi= 4%) 
Si tratta di una dieta vegetariana, squilibrata perché iperproteica, ipolipidica, iperglucidica e ridotta negli apporti di fibre.

Conclusioni: non raccomandabili


2 – Vegan

Le diete vegetariane strette o Vegan (abolizione di qualsiasi cibo di origine animale), se prolungata nel tempo, può indurre la carenza di importanti nutrienti indispensabili per il completo benessere, quali ad esempio il ferro, lo zinco, il calcio, la vitamina B12.

Particolarmente a rischio nelle diete vegetariane strette risultano i bambini, le gestanti, le donne in allattamento, gli anziani, gli sportivi.

Al contrario le diete vegetariane meno rigide (dieta latteo-vegetariana, dieta ovo-latteo-vegetariana) presentano possibilità molto maggiore di copertura dei bisogni nutritivi.

Conclusioni: non raccomandabili


3 – Zen

Comprende la sola assunzione di riso!

Conclusioni: non raccomandabili


D – Diete senza varietà

1 – Dieta dissociata classica (di Antoine)

(Proteine= 27%, Carboidrati= 23%, Lipidi=50%)

Per 6 giorni alla settimana si mangia, ogni giorno, un unico tipo di alimento, a volontà, scelto fra latticini, verdure, frutta, uova, carni e pesci. La domenica, invece il regime è libero.

Non ammette i dolci e l’alcool. Obbliga a mangiare il formaggio senza pane, il vino con i legumi e l’acqua con la carne.

La sua efficacia dipende dal fatto e che sono esclusi alcool e dolci. Comunque è una dieta chiaramente non fisiologica, poiché fornisce si i vari nutrienti, ma non in una giornata bensì nell’arco della settimana!

Conclusioni: non raccomandabili

2 – Dieta di Shelton

È una variante della precedente. 
Vi è il divieto di mescolare proteine, carboidrati, lipidi.

Gli alimenti sono suddivisi in tante classi da associare e dissociare fino alla “dissociazione mentale”. 
Sono presenti carenze vitaminiche multiple e di calcio.

Inoltre come fare se molti cibi contengono già una mescolanza di proteine, carboidrati, lipidi?  Un recente studio (aprile 2000) apparso su International Journal of Obesity ha mostrato che due gruppi di soggetti obesi, posti a dieta ipocalorica (1100 kcal/die), una dissociata e l’altra bilanciata.

Il gruppo dissociato diminuì in media di 1.5 kg in meno rispetto a quello bilanciato.

Conclusioni: non raccomandabili

Pompelmo e uova

(Proteine= 49%, Carboidrati= 15%, Lipidi=36%)

La cura dura solo 15 giorni che però possono essere più che sufficienti per compromettere la salute.

Sono previste 24 uova alla settimana oltre che abbondanti quantità di carne.

Mancano i carboidrati e gli oli vegetali mentre è ricca di grassi e povera di calcio.

Conclusioni: non raccomandabili

Dieta settimanale

Si mangia una sola cosa al giorno per più pasti.

250 grammi di riso il primo giorno i 4 pasti. 500 grammi di carne arrosto o alla griglia in secondo giorno. 
La perdita di chili è data dalla mancanza dell’appetito per la monotonia.

Dannosa a breve termine ed il peso ritorna quando si finisce di seguirla.

Conclusioni: non raccomandabili

5 – Dieta del minestrone, Yogurt, Uva, ecc.

Sono monotone e non educative.

Conclusioni: non raccomandabili


E – Dieta della frutta

Il cibo come terapia

1 – Dieta di Beverly Hills

(Proteine= 5%, Carboidrati= 95%, Lipidi=0%).
È basata solo sulla frutta, da mangiare in grande quantità.

È quindi una dieta sbilanciata, carente di calcio, zinco, ferro, fosforo, magnesio, niacina, vitamina B2 c vitamina B12.

Conclusioni: non raccomandabili

2 – Dieta di Hollywood

Assunzione esclusiva di noci, uva e frutti esotici. Si aggiunge qualche volta un po’ di cereali.

Questa dieta è sconsigliabile perché squilibrata nel senso che prevede poche proteine e troppi carboidrati.

Conclusioni: non raccomandabili


Diete Naturiste

Il cibo come terapia

Utilizzano  solo cibi  integri e non trattati con prodotti chimici.

Cercano di non cuocere le verdure (neanche i carciofi). 
Si afferma che noci, mandorle, noccioline e pinoli contengono proteine che costituiscono una valida alternativa ai cibi proteici di derivazione animale (NON È VERO).

Riguardo alla fragola ci dicono che: le eventuali reazioni allergiche sono da interpretare come crisi dovute alla energica espulsione di sostanze tossiche! (Non è vero).

Conclusioni: non raccomandabile se non per grosse linee


G – Diete non educative

 

1 – Dieta Weight Watchers

Costosa e non educativa

Conclusioni: non raccomandabili

2 – Pasti sostitutivi

(liquidi, barrette)

Costosa e non educativa


H – “Frizzi e lazzi” dietologici

1 – Dieta del gruppo sanguigno

  • Gruppo sanguigno 0. Alimentazione ricca di carne e consumare meno formaggi.
  • 
Gruppo A. più soia, riso, verdure e limitare gli altri cereali.
  • Gruppo B. abbondare in latte e latticini me non tollera il frumento e la carne di pollo.
  • 
Gruppo AB: privilegiare frutta e verdura e limitare la carne.

2 – Dieta della luna

Promulga il digiuno “una sorta di stop all’incamerare errori nutrizionali quotidiani; sfruttare la forza della luna che sprigiona su di noi e non soltanto.

Dell’azione della luna sulla terra conosciamo le maree, le modifiche apportate alla crosta terrestre durante il variare delle fasi; i nostri contadini conoscono l’arte, tramandata nel tempo, di sfruttare l’effetto Lunare per ottenere buoni risultati nella semina, nei raccolti, nella potatura, nella vinificazione.

Basta pensare che siamo fatti per il 75% d’acqua, è possibile quindi utilizzare la forza della luna durante i cambi di fase (un giorno la settimana), facendo astensione dal cibo e purificando l’organismo: una sorta di pulizia interna dovuta all’acqua ingerita e all’azione mobilitante sui liquidi da parte della luna”.

3 – Dieta dell’età della pietra

Nuova moda USA:

mangiamo come 40.000 anni fa! 
Comprende frutta, verdura, carni magre, pesce, legumi, noci.

Esclusione di pane, pasta, cereali, olio di oliva, latte e derivati, zucchero.