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ALIMENTAZIONE E PSICHE

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È indubbio che esiste un forte tra alimentazione e psiche.

La famiglia, oltre a trasmettere i caratteri genetici, influenza inevitabilmente il comportamento alimentare e questo “imprinting” familiare risulta particolarmente importante in età prescolare.

Nelle famiglie dei soggetti obesi spesso si assiste ad un elevato attaccamento (invischiamento) fra i vari componenti, con intrusioni del singolo oltre i confini personali di ognuno.

In questa situazione confusionaria i genitori possono perdere il loro ruolo gerarchico alleandosi con uno o più figli contro l’altro genitore, oppure uno dei figli assume il ruolo di genitore.

Questo conduce paradossalmente ad una scarsa comprensione dei segnali e dei bisogni dei singoli componenti la famiglia.

Un’altra tipologia che si rinviene spesso nelle famiglie con dei componenti sovrappeso-obesi è l’iperprotettività.

I componenti sono sempre pronti a dispensare cure eccessive in caso di necessità.

In questo caso il tentativo terapeutico è quello di ridurre il grado di iperprotettività, ponendo in discussione il potere di chi protegge.

Infine è possibile riscontrare un bambino obeso in una famiglia caratterizzata da una forte “rigidità” e che nega prima di tutto l’esistenza dei problemi al suo interno.

Queste tre tipologie familiari hanno in comune una bassa soglia di tolleranza al conflitto e cercano, attraverso modalità diverse, di evitare i problemi.

Al sorgere di cambiamenti relazionali (es. scolarità), nell’ambito delle famiglie iperprotettive si mettono in discussione miti collaudati.

Quando non si riesce a reagire, superando il problema, un nuovo equilibrio viene trovato rafforzando il sintomo (es. obesità), spostando quindi l’interesse della famiglia dal problema emergente verso il soggetto ma, per questo, invischiandosi in relazioni che non producono soluzioni positive del conflitto.

D’altra parte, il cibo diventa una fonte facilmente disponibile ed affidabile di sostegno, soddisfazione e consolazione.

Se il bambino obeso riesce a ridurre le emozioni negative con l’assunzione di cibo vi è una minore probabilità di dover affrontare un conflitto familiare.

Di conseguenza, l’assunzione di cibo in seguito a stimoli emozionali negativi, diviene utile e funzionale a mantenere il legame familiare, riducendone la contrasti.

Spesso le adolescenti si sottopongono a diete rigidissime ed a digiuni prolungati configurando quadri clinici riconducibili all’anoressia.

Altri soggetti anche contemporaneamente all’anoressia si alimentano in maniera eccessiva e compulsiva (bulimia) per poi allontanare tale cibo con il vomito indotto e/o con uso smodato di lassativi.

Questi disturbi del comportamento alimentare, rari fino agli anni ’50, sono aumentati in maniera considerevole, sia delle scuole medie inferiori che superiori.

Più della metà delle anoressie evolve in genere verso la bulimia e la maggior parte dei casi di bulimia sono stati in precedenza casi di anoressia conclamata o parziale.

A seconda dei diversi studi la frequenza varia tra il 2 ed il 10%, dipendendo dal tipo di popolazione studiata e dai criteri diagnostici utilizzati, questo ha fatto si, che si sia parlato di una “epidemia sociale moderna” a proposito di anoressia e bulimia, e si siano fatte le ipotesi più disparate per giustificare questo sviluppo.

È chiaro che i ricercatori si sono dedicati allo studio di questa popolazione, in quanto risulta maggiormente affetta da queste patologie, ed è contemporaneamente la maggiormente influenzabile dalle mode e dagli atteggiamenti culturali dei mass media, sentendo su di sé in modo pesante la pressione dei fortissimi condizionamenti pubblicitari, che l’industria alimentare e non, riversa su di loro. È possibile inoltre che fattori genetici possano favorire le condizioni ambientali.

Da queste considerazioni deriva un importante problema di politica sanitaria, ed è decidere se eventuali forme di educazione alimentare o di semplice formazione di base sulla nutrizione, migliorano il comportamento alimentare di queste popolazioni, e diminuiscono l’incidenza e la prevalenza di anoressia e bulimia.

I criteri diagnostici sono i seguenti:

  • Perdita di peso e rifiuto di mantenere il peso corporeo al livello minimo normale per l’età e la statura
  • Disturbi nel modo di sentire il proprio peso e negazione della gravità della perdita di peso
  • Paura di aumentare di peso, pur essendo sottopeso
  • Amenorrea (o perdita della libido nei maschi)

In questo senso il rapporto madre-figlia è molto importante.

Spesso infatti nella storia si possono incontrare madri intrusive e limitanti, che hanno rinunciato alle loro ambizioni personali per dedicarsi ai figli e che operano su questi ultimi un controllo tale da non permettere loro una naturale acquisizione di autonomia ed una corretta percezione dei loro bisogni ed esigenze.

La diagnosi di anoressia è posta se il BMI (kg/m2) è inferiore a 18, in assenza di patologia organica e se è manifesta una riduzione dell’apporto alimentare e/ un’attività fisica intensa di tipo ritualizzato.

Il decorso dell’anoressia è variabile.

A lungo termine circa il 50% delle pazienti riacquisisce un peso normale, il 20% va incontro ad un miglioramento ma rimane sottopeso, il 20% continua e rimane anoressico, il 5% diventa obeso ed il 6% va incontro al decesso.

Quando sono presenti questi disordini alimentari devono essere affrontati con decisione da uno staff medico-psicologico esperto di tali condizioni.

Possiamo a riguardo consigliare ai genitori alcune indicazioni comportamentali di massima:

  • non cambiare le abitudini di vita in funzione del figlio/a
  • i genitori devono evitare di litigare e di contraddirsi
  • pretendere che il paziente si sieda a tavola con gli altri o impedire che il soggetto bulimico svuoti il frigorifero
  • mantenere gli impegni sociali e contatti con il mondo esterno
  • non derogare dalle regole e dai principi educativi in famiglia
  • non trattare la paziente diversamente dagli altri figli
  • continuare a fare i genitori, con fermezza e coerenza.

Il medico dovrà pertanto individuare le famiglie a rischio per consigliare, quando necessario, un trattamento psicologico familiare unitamente alla dietoterapia.

Il fenomeno sovrappeso-obesità rappresenta comunque il quadro clinico di più frequente riscontro.

I principali consigli che si possono impartire al fine di ridurre gli eccessi alimentari sono i seguenti, applicabili sia ai grandi che ai bambini:

  • Si dovrebbe dapprima “bonificare” la propria abitazione da tutte le “tentazioni alimentari” pronte ad essere consumate (biscotti, merendine, snack, insaccati, formaggini, dolci, ecc.).
  • Evitare di bere succo di frutta o bevande gassate zuccherate.
  • È bene inoltre evitare di mangiare in maniera automatica e poggiare la forchetta sul tavolo tra un boccone e l’altro.
  • È importante, se non si ha veramente fame, trovare alternative al cibo.
  • Non fare niente altro mentre si mangia (non vedere, ad esempio, la televisione).
  • È utile servire gli alimenti in piatti di dimensioni ridotte, come i piatti da frutta.
  • Comperare i cibi servendosi da una lista, senza improvvisare, scegliendo alimenti che richiedono la cottura.
  • Fare la spesa dopo aver mangiato.
  • È utile prepararsi per gli eventi speciali o a rischio, come ad esempio compleanni e festività.
  • Comunque è utile aumentare l’attività fisica (rendere il bambino più autonomo nelle attività quotidiane – vestirsi, lavarsi – iscriversi in palestra, usare le scale e non l’ascensore).

In generale è essenziale controllare il proprio stato d’animo prima di mangiare, e mangiare solo per fame e non per altre ragioni, assumere un cibo alla volta, evitare di portare a tavola piatti di portata, lasciare la tavola alla fine del pasto. Infine è necessario comprendere quando il cibo è un “antidoto” alla solitudine.

QUIZ DI VALUTAZIONE (la risposta corretta è in neretto)

1 – Quali delle caratteristiche psicologiche si riscontrano in famiglie con soggetti soprappeso-obesi:

  • “invischiamento”
  • “iperprotettività”
  • ”rigidità”
  • tutte le precedenti
  • nessuna delle precedenti

2 – La frequenza dei disturbi dell’alimentazione (anoressia e/o bulimia) è pari a:

  • 1-2%
  • 2-5%
  • 10%
  • 2-10%
  • 0-1%

3 – Il trattamento di anoressia e/o bulimia deve essere intrapresa da:

  • medico
  • nutrizionista
  • psicologo
  • tutti i precedenti
  • nessuno dei precedenti

4 – Quali tra le seguenti sono i caratteri clinici dell’anoressia:

  • Perdita di peso
  • Rifiuto di mantenere il peso corporeo al livello minimo normale
  • Disturbi nel modo di sentire il proprio peso e negazione della gravità della perdita di peso
  • Amenorrea (o perdita della libido nei maschi)
  • Tutte le precedenti

5 – Per porre diagnosi di anoressia il BMI deve essere inferiore a:

  • 19
  • 20
  • 18
  • 17
  • 16

6 – La diagnosi di anoressia è posta sulla base dei seguenti elementi:

  • importante calo ponderale
  • assenza di patologia organica
  • riduzione dell’apporto alimentare
  • esercizio fisico ritualizzato
  • Tutte le precedenti

7 – Nel lungo termine i soggetti anoressici riacquistano il proprio peso nel:

  • 10% dei casi
  • 20% dei casi
  • 30% dei casi
  • 40% dei casi
  • 50% dei casi

8 – Nel lungo termine i soggetti anoressici vanno incontro ad un miglioramento pur se sottopeso nel:

  • 10% dei casi
  • 20% dei casi
  • 30% dei casi
  • 40% dei casi
  • 50% dei casi

9 – Nel lungo termine i soggetti rimangono anoressici nel:

  • 10% dei casi
  • 20% dei casi
  • 30% dei casi
  • 40% dei casi
  • 50% dei casi

10 – Nel lungo termine i soggetti anoressici vanno incontro al decesso:

  • 6% dei casi
  • 10% dei casi
  • 4% dei casi
  • 15% dei casi
  • 20% dei casi

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