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Sindrome da Alimentazione Notturna

Sindrome da Alimentazione Notturna

La Sindrome da Alimentazione Notturna o night-eating syndrome (NES) è stata descritta per la prima volta da Albert Stunkard come un disturbo caratterizzato da “anoressia mattutina”, con tendenza a saltare la colazione, scarso appetito durante il giorno, aumento della sensazione di fame o dell’appetito nelle ore serali ed insonnia (Stunkard et al., 1955).

Solo di recente, tuttavia, la NES è stata riconosciuta come disturbo autonomo ed inserita nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5) nella macrocategoria dei Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione. La sindrome si presenta come un disturbo caratterizzato da ricorrenti episodi di alimentazione notturna che si manifestano con l’eccessivo consumo di cibo dopo cena o con il bisogno di ricorrere a frequenti spuntini durante i risvegli dal sonno.

Si ravvisano infatti difficoltà di addormentamento e continui risvegli notturni che gravano sull’efficacia e sulla qualità del sonno (Kucukgoncu, Tek, Bestepe, Musket, Guloksuz, 2014; Rogers, Dinges, Allison, 2006). In alcuni casi, le difficoltà nel prendere sonno o nel mantenerlo possono precedere la sindrome stessa.

La sindrome da alimentazione notturna è abbastanza diffusa: si stima una prevalenza dell’1,1-1,5% nella popolazione generale, del 6-16% nei soggetti obesi (Ceru-Bjork, Andersson, Rossner, 2001; Stunkard, Berkowitz, Wadden, Tanrikut, Reiss, Young, 1996) e del 5-44% fra coloro che soffrono di altri disturbi alimentari (Stunkard et al., 1996).

Spesso i pazienti non sollevano questi problemi da soli, a causa della colpa e della vergogna legati a questi disagi.

Suggeriamo, dunque, ai medici di base di effettuare una prima identificazione dei disturbi suddetti, attraverso semplici domande di screening e di inviare agli esperti per un trattamento adeguato.

Aspetti emotivi e psicopatologici

Spesso le persone affette da NES riportano di “concedersi” la sensazione della fame nell’unico momento della giornata in cui riescono ad assaporare pace e solitudine, la notte.

Il cibo diventa così un contenitore silenzioso di emozioni soffocate, unico rimedio alla sensazione di vuoto che non lascia spazio al sonno e al rilassamento.

La sindrome da alimentazione notturna presenta caratteristiche sintomatologiche comuni ad altri disturbi alimentari, come il disturbo di alimentazione incontrollata (Binge Eating Disorder) o la Bulimia Nervosa.

In realtà, il NES si differenzia dagli altri disturbi della nutrizione e dell’alimentazione per lo specifico pattern alimentare (restrittivo durante il giorno ed eccessivo / disordinato di notte), per l’assenza di comportamenti compensatori (vomito autoindotto, lassativi o diuretici) e per la compromissione del sonno.

Complessivamente, il disturbo da alimentazione incontrollata e la sindrome da alimentazione notturna si verificano nel 5-15% delle persone con obesità.

Entrambi i disturbi probabilmente contribuiscono all’aumento di peso e sono collegati a comorbidità mediche o al peggioramento dei loro sintomi, come il diabete e la sindrome metabolica.

La sindrome metabolica identifica un gruppo di fattori di rischio associati ad un aumentato rischio di malattie cardiache, dislipidemia, diabete e altri problemi cardiovascolari, rendendolo un problema di salute pubblica (Disordered eating and obesity: associations between binge eating-disorder, night-eating syndrome, and weight-related co-morbidities. Ann N Y Acad Sci. 2018 Jan; 1411-1: 96–105. Courtney McCuen-Wurst, Madelyn Ruggieri, and Kelly C. Allison).

La letteratura presente sull’argomento ha riportato un’alta comorbidità con altre psicopatologie, in particolare i disturbi d’ansia, la depressione e l’abuso di sostanze (Lundgren, Allison, 0’ Reardon, Stunkard, 2008).

Il mangiare rappresenta spesso una “strategia tampone” che aiuta l’individuo a fronteggiare lo stress o le emozioni spiacevoli e dolorose nell’immediato, ma che tende poi ad assumere i tratti tipici della dipendenza da cibo.

La maggior parte dei pazienti riferisce di sentirsi in colpa per il proprio comportamento alimentare e di provare sentimenti di ansia, rabbia e vergogna per la scarsa capacità di autocontrollo e di regolazione.

Diagnosi e trattamento

Parliamo, dunque, di una sindrome complessa che richiede necessariamente un intervento multidisciplinare ed integrato, che prevede la presenza di un medico / dietologo o nutrizionista, di uno psicoterapeuta esperto in disturbi dell’alimentazione, di un consulente psico – nutrizionale ed eventualmente di uno psichiatra per la terapia farmacologica.

Al fine di pianificazione di interventi appropriati è necessario prendere in esame gli aspetti psicologici e psicopatologici connessi alla sindrome, la struttura di personalità e le reazioni psichiche correlate allo stress del paziente, lo stile di vita sottostante e la relazione con le patologie organiche e metaboliche.

Per riuscire a comprendere le motivazioni che supportano un tale comportamento disadattativo e per la definizione di un programma terapeutico coerente con la personalità e i bisogni del paziente, l’equipe deve riuscire a cogliere la natura individualizzata e profonda del disagio.

Ovviamente per ogni paziente è necessario avviare un’accurata valutazione psicopatologica e clinica di base, fondamentale per la definizione del programma terapeutico individualizzato.

I consigli del medico e della psicologa per i pazienti in attesa di trattamento

  • Deve essere ricostruito un corretto stile alimentare, ovviamente in maniera graduale ma decisa. I pasti della giornata devono essere cinque (colazione, spuntino del mattino, pranzo, merenda e cena). Si deve iniziare con piccoli pasti, soprattutto al mattino, quando questi pazienti sono più resistenti ad assumere alimenti. I pasti devono essere quanto più vari, colorati, stuzzicanti ma in linea con i dettami della nostra dieta mediterranea. E’ indispensabile anche eliminare il caffè e le bevande contenenti caffeina o teina e non assumere alcolici prima di andare a dormire, dal momento che tutte queste sostanze possono disturbare il sonno.
  • È fondamentale “volersi bene” e ripristinare il piacere del cibo. Devono inoltre essere riconsiderati gli orari di addormentamento e l’orario del risveglio mattutino. In pratica deve essere allontanato il concetto del letto dal concetto di alimentazione. Nella NES si assiste ad una “regressione delle sensazioni”: il lattante, infatti, può essere abituato ad essere alimentato dopo ogni risveglio notturno.
    Questo determina, fin dai primi anni, un “piacevole” cortocircuito, lo stesso che può venir innescato dal genitore che cerca di iperalimentare il proprio bambino, non riuscendo a sintonizzarsi con i suoi bisogni, che sono non sempre di tipo alimentare; in questo caso il bambino può rispondere in futuro con il cibo ad ogni suo stress. E’ questa l’anticamera della iperfagia (obesità).
  • Il controllo del peso deve essere monitorato periodicamente, per evitare che la NES conduca, come spesso avviene, a condizioni di sovrappeso od obesità. E’ necessario valutare anche dei parametri ematologici, volti anche alle determinazione di cortisolo, leptina e melatonina.
  • Ridurre al minimo l’acquisto di alimenti ipercalorici per evitare le tentazioni notturne.
  • Avviare un’attività sportiva consona alle proprie inclinazioni. Oltre a prevenire il rischio di obesità, lo sport migliora il ritmo sonno-veglia.
  • Cercare di ridurre al minimo lo stress quotidiano per arrivare meno tesi alla sera; concedersi momenti di relax per riposare o per dedicarsi ad attività piacevoli.
  • Curare l’igiene del sonno creando un’atmosfera adatta e dormendo solo quanto è necessario. Sforzarsi troppo per addormentarsi e trascorrere molto tempo a letto è controindicato per la qualità e la quantità del sonno. In caso di difficoltà di addormentamento è preferibile occupare il tempo con qualcosa di piacevole, per tornare in camera solo se assonnati.
  • Provare a considerare il cibo al pari di altri stimoli emotivi irritanti (solitudine, ansia, noia, tristezza) per evitare di alimentarsi di notte.
    È importante riuscire a trovare lo spazio per accogliere queste emozioni e per concedersi la possibilità di imparare a gestirle in maniera funzionale.
  • Evitare, nelle ore serali, pensieri disfunzionali che attivano ansia o tristezza.
    Spesso la notte diventa il momento per riflettere sulla giornata trascorsa e per organizzare quella successiva. Questi pensieri creano spesso tensioni o malumori che ostacolano il normale flusso del sonno e stimolano la fame.
  • Non sottovalutare la sindrome da alimentazione notturna perché potrebbe influire negativamente sull’umore e sulla qualità della vita.
    È importante analizzare la situazione in maniera risoluta e chiedere il supporto sociale di amici e familiari prima di rivolgersi agli esperti.
L’ adolescenza e la bellezza costruita

L’ adolescenza e la bellezza costruita

È collocabile tra i 12-14 e i 18-20 anni, ed è caratterizzata da una serie di cambiamenti fisici e psicologici che possono rendere i ragazzi più fragili e confusi.

È importante considerare che in questa fase di transizione lo sviluppo psicologico-emozionale avviene in ritardo rispetto allo sviluppo fisico.

La necessità di essere “indipendenti” e il bisogno di figure di riferimento al di fuori della famiglia, facilitano il nascere della socialità verso i 13-14 anni.

Iniziano sentimenti quali ansia, sensi di colpa, vergogna, pulsioni (ad es. la libido) e muta il rapporto dell’adolescente con il proprio corpo.

Sempre in questa fase della vita l’aspetto fisico assume un’importanza molto rilevante, influenzati come sono da media, social e chat.

Gli adolescenti, inevitabilmente, assumono come figure di riferimento modelli estetici perfetti e, desiderando migliorare il proprio aspetto o correggere difetti reali o immaginati, ricorrono sempre più frequentemente a trattamenti di medicina e/o di chirurgia estetica, a volte consigliati perfino dal nucleo familiare.

Proprio questi atteggiamenti ossessivi e che tendono verso un’estetica immaginaria e indotta, possono influire negativamente sullo sviluppo psicologico-emozionale, perché intervengono in un momento delicato della formazione del Sé quale è l’adolescenza, rischiando così di determinare una scarsa autostima, insicurezza e atteggiamenti patologici quali anoressia/bulimia fino ad arrivare ad una vera e propria dismorfofobia.

La dismorfofobia è propriamente una fobia che nasce da una visione distorta che si ha del proprio aspetto esteriore, causata da un’eccessiva preoccupazione della propria immagine corporea.

È anche la paura del brutto, la preoccupazione ossessiva di essere o diventare brutti ed è un disturbo legato alle “trasformazioni”, tipiche della pubertà.

Le insoddisfazioni corporee, tipiche dell’ adolescenza riguardano difetti reali o immaginari del viso come capelli, rughe, acne o imperfezioni quali la couperose, forme o dimensioni di occhi, bocca, labbra, denti ma anche altre parti del corpo, che possono diventare motivo di forte preoccupazione.

Da un’indagine effettuata nel 2015 dalla SIME (Società italiana di Medicina Estetica) tramite la compilazione di un questionario, su un campione di 2265 partecipanti di cui 880 maschi (38,9%) e 1385 femmine (61,1%) di età compresa tra i 13 e i 18 anni, sono emersi alcuni dati:

  • Il concetto di bellezza è dettato da canoni di armonia e proporzione della figura in egual misura per ragazzi e ragazze (con prevalenza per le femmine) di “modelli” appartenenti al mondo dello spettacolo.
  • Farebbe uso della medicina estetica il 49,2% degli adolescenti mentre il 31,3% del campione ricorre alla chirurgia estetica con prevalenza delle femmine; il 15% ha già fatto uso di trattamenti di medicina estetica per acne, riduzione dei peli superflui o smagliature.
  • Il 12,6% dei familiari suggerisce ai ragazzi interventi di estetica.

I trattamenti più richiesti sono:

  • acne 57%
  • smagliature 16%
  • ipertricosi 12%
  • cellulite 15% (in quest’ultimo caso sono solo donne)

Il 15% delle femmine e il 3,3% dei maschi ha già fatto trattamenti di medicina estetica per curare l’acne, ridurre i peli superflui e le smagliature.

Hanno fatto ricorso alla chirurgia estetica il 5,3% dei maschi e l’1,9% delle femmine per interventi su naso, orecchie, seno.

Tra gli adolescenti con bulimia nervosa, le ragazze hanno fatto trattamenti di medicina estetica in maggioranza nelle regioni del Nord Italia e i ragazzi che si sono sottoposti a trattamenti di chirurgia plastica erano spesso insoddisfatti della propria altezza; entrambi i gruppi mostravano bassa autostima.

Le ragazze intervistate erano disposte, in futuro, a sottoporsi a interventi chirurgici per dimagrire. Almeno il 50% del campione sarebbe disposto ad un accanimento terapeutico.

Fondamento della medicina estetica, soprattutto nell’età adolescenziale, è la cosmesi.

Sono state indagate le abitudini cosmetologiche, tramite un questionario, dal quale sono emersi i seguenti dati:

Il 90% degli intervistati usa un detergente al mattino.

Di questi le ragazze il sapone nel 52% dei casi, il 20% il detergente della madre e solo il 18% un detergente specifico.

I ragazzi si serve del sapone nel 70% dei casi e nel 30% di prodotti specifici per l’acne.

Solo il 53% degli adolescenti usa il detergente la sera con prevalenza delle femmine (48%), usato per struccarsi.

In generale seguono, con maggior precisione, i trattamenti consigliati per l’acne rispetto a quelli per la terapia della cellulite.

Le ragazze acquistano le creme nel 63% dei casi al supermercato e nel 37% in profumeria; i ragazzi usano i prodotti consigliati dalle madri. Le femmine, invece, seguono prevalentemente i consigli delle amiche e della pubblicità. Quindi per i maschi esistono o le madri o la pubblicità.

Il trucco è più frequente tra le giovanissime 14-16 anni.

Le adolescenti usano fondotinta, gloss e mascara con particolare attenzione alle labbra e sono disposte a spendere nell’84,3 % dei casi più per un prodotto cosmetico da trucco che per una buona crema.

In questa nuova e crescente richiesta di trattamenti di estetica, spesso lontani dal reale benessere che tale disciplina dovrebbe fornire (dove l’apparire domina l’essere), si rende sempre più necessaria una figura professionale di riferimento che sappia indirizzare gli adolescenti verso il corretto stile di vita e la giusta terapia che sono alla base della salute e della vera bellezza.

È quindi fondamentale la figura del pediatra, che segue e conosce l’evoluzione del bambino fino all’adolescenza, e che è in grado di seguire il meraviglioso percorso della crescita.

È auspicabile che acquisisca una esperienza anche in medicina estetica intesa non come trattamento che muta la figura ma come la medicina che cura l’inestetismo in quanto sintomo di un disturbo reale.

Infatti solo curando la patologia reale si può raggiungere la cura dell’imperfezione, il vero senso del bello e realizzare così il compito della medicina estetica in adolescenza.

Aspetti emotivi e relazionali della nutrizione dalla gravidanza alla terza età

Aspetti emotivi e relazionali della nutrizione dalla gravidanza alla terza età

A cura di Rossella Aromando – Psicologa Psicoterapeuta – rossellaaromando@gmail.com


Rubrica 3.
Il rapporto delle donne con il corpo che cambia nella maternità.

La maternità prevede grandi cambiamenti fisici, emotivi e relazionali per la donna.

Questa fase del ciclo vitale comporta solitamente una rielaborazione delle proprie esperienze psichiche e della propria identità femminile, l’acquisizione di un maggiore livello di integrazione e una rivisitazione del processo di separazione-individuazione dalla propria madre.

Allo stesso tempo, però, la neomamma si ritrova a contatto con le proprie fragilità più intime e infantili e necessita di un sostegno uterino e contentivo da parte della propria famiglia d’origine e del proprio compagno.

Nella maternità spesso si alternano emozioni positive e negative, gioie e timori, aspettative e delusioni.

Non viene vissuta da tutte le donne nello stesso modo: ci sono neomamme che la vivono come un’esperienza meravigliosa, tendenzialmente idealizzata e altre, invece, che riattivano conflitti infantili e mai elaborati, che non tollerano le trasformazioni corporee e che, addirittura, arrivano a sperimentare vissuti angosciosi.

In una sana posizione intermedia, vi sono le donne che riescono ad accogliere i cambiamenti che la maternità comporta con un sentimento di accettazione dei complessi e ambivalenti vissuti emotivi che possono affiorare, senza negare o sopprimere eventuali preoccupazioni, insicurezze o ostilità.

Il primo cambiamento riguarda la propria immagine corporea, il corpo diventa lo specchio della propria femminilità e della propria maternità.

Per alcune donne può essere difficile accettare l’aumento di peso e le relative difficoltà a svolgere le attività quotidiane; altre, invece, rinunciano a fatica allo stato di gravidanza e all’immagine rassicurante della pancia.

Sono quelle mamme che non riescono a separarsi dal bambino interno e che potrebbero manifestare disagi nel rapporto affettivo con il bambino reale.

La neo mamma può temere di fallire nel suo ruolo e questo procura ansia e, talvolta, uno stato depressivo.

Le manifestazioni più comuni sono:

  • il Maternity Blues
  • la Depressione Post-partum.

Il Maternity Blues:

Rappresenta un disturbo emotivo comune, lieve e transitorio, è caratterizzato dalla tendenza al pianto, dall’irritabilità, dalla labilità dell’umore e dai disturbi del sonno.

La Depressione Post-partum:

Si presenta (anche in gravidanza) con tristezza eccessiva, sentimenti di colpa o di autosvalutazione inappropriati ed invalidanti, difficoltà di concentrazione, astenia e alterazioni del sonno e dell’appetito.

Sono comuni anche i sintomi d’ansia, non solo per il ruolo in sé, ma anche per il cambiamento fisico e la concezione di se stesse, per la sensazione di perdita della libertà.

In alcuni casi, le neo mamme entrano in crisi per la propria identità femminile e riportano vissuti di non accettazione di sé e del proprio corpo che cambia e si trasforma. La gravidanza solitamente aumenta le preoccupazioni per l’alimentazione e per il peso perché, nutrendosi, ci si prende cura del proprio corpo e dello sviluppo equilibrato del nascituro.

Se però la futura madre soffre di qualche disturbo dell’alimentazione, dalla bulimia nervosa all’anoressia, fino agli ancora più comuni disordini atipici, i cambiamenti corporei della gravidanza possono generare maggiori disagi.

Queste mamme sono più esposte al rischio della depressione post-parto, all’interruzione precoce dell’allattamento naturale e ai disturbi della relazione madre-bambino, soprattutto durante i pasti.

La pregoressia, noto anche come mammoressia, è un disturbo alimentare che colpisce le donne in gravidanza, sempre più diffuso nei paesi occidentali.

Non si tratta di un deficit riconosciuto dalla comunità scientifica ma identifica un disturbo alimentare che affligge quelle donne incinte che non vogliono aumentare di peso durante la gravidanza e, per questo, si sottopongono a diete ipocaloriche e ad allenamenti prolungati, ripongono un’attenzione eccessiva al corpo e percepiscono un senso di inadeguatezza fisica.

Sono donne che parlano della gravidanza in modo distaccato e irrealistico; donne che presentano un problema di percezione della propria immagine e di ambivalenza nei confronti della maternità, che richiede profondi sacrifici fisici e mentali.

Esprimere, accogliere ed elaborare le proprie preoccupazioni, i dubbi e i sentimenti ambivalenti costituisce un passo fondamentale per salvaguardare il proprio benessere psicofisico e quello del proprio bambino.

Questi disturbi hanno infatti delle conseguenze, sia a breve che a lungo termine, sul neonato e sulla relazione di attaccamento con la madre. Una precoce individuazione dei sintomi diventa, dunque, fondamentale per poter intervenire tempestivamente ed evitare che il disagio si aggravi.

Disturbi alimentari e somatoformi – dismorfobie

Disturbi alimentari e somatoformi – dismorfobie

A cura di Giorgio Pitzalis


Adolescenza: che pazienza!

L’adolescenza, sul piano psicologico è definita come un’epoca di lutto, un periodo di continuo destrutturarsi e nuovo strutturarsi dell’identità, con il problema del lutto per il corpo infantilmente vissuto.
Il corpo diventa, quindi, il luogo e lo specchio di questo processo in evoluzione sia per l’accrescimento somatico che, sopratutto, per il manifestarsi e il definirsi delle caratteristiche sessuali secondarie (pubertà).

Adolescenza: Coping (“fare fronte”)

  • Coping centrato sul problema (la fiducia in se stesso comporta organizzare un’azione e cercare un aiuto specifico)
  • Coping puramente emozionale (arrabbiarsi, piangere)
  • Coping non adattativo (Abbandono, disperazione, fuga, perdere tempo, stare male)

Pubertà: inizio

  • Femmina: il primo segno è il telarca (stadio Breast2 di Tanner): 8-13 aa (media 11 anni). Dopo 6 mesi (11,5 anni) compare il pubarca. Il completamento puberale avviene 4-5 anni dopo.
  • Maschio: il primo evento è l’aumento dei testicoli (>4 ml): 10-14 aa (media 11,5 anni). Il completamento puberale avviene 4,5-5 anni dopo.

Adolescenza – Età del menarca

L’età del menarca, che negli ultimi 100 anni ha mostrato un’anticipazione di 4 mesi ogni decade, negli ultimi 20 anni è stabile sia negli USA che in molti paesi europei.
Attualmente è in Italia 12-12,6 anni.
Il menarca compare quando lo scatto puberale tende ad esaurirsi.
L’assenza di ovulazione giustifica l’elevata percentuale di cicli irregolari nei primi 2-4 anni dopo il menarca.

Pubertà: fisiologia

Maschi

  • Picco di velocità di crescita: 14,9 aa (12,3-15,5)
  • Spermarca: 13,4 aa (11,7-15,3)
  • Arresto staturale: 17,5 + 2 aa.

Femmine

  • Picco di velocità di crescita: 12,2 aa (10,2-14,2) (durante l’anno che precede il menarca; in seguito la crescita è in media 4-6 cm)
  • Arresto staturale: 15,5 + 2 aa.

La pubertà è, senza dubbio, un momento di discontinuità nello sviluppo del bambini/a.

L’età puberale viene considerata solitamente quella che va dai 9 anni agli 11 anni; ovviamente, l’età di inizio è molto variabile e dipende da molti fattori, tra cui:

  • l’ereditarietà
  • i fattori ambientali (la nutrizione, lo stato generale di salute, condizioni geografiche e climatiche)

Una delle caratteristiche essenziali della pubertà è costituita dal fatto che essa si accompagna inevitabilmente a marcati cambiamenti fisici nell’individuo.

Questi mutamenti marcati, possono presentare caratteristiche diverse nei maschi e nelle femmine.

Nei ragazzi accade che le loro spalle si allargano, aumentano il loro tessuto muscolare, tendano a perdere peso. Di contro, nelle ragazze ad ingrassare, e sopratutto, ad accumulare adipe nei fianchi.
Di contro nelle ragazze, a causa del rallentamento della velocità della crescita, tendono ad ingrassare, e soprattutto ad accumulare adipe nei fianchi.

La conseguenza (non banale!) di tutto ciò è che i machi sono generalmente molto contenti di quello che gli sta succedendo, mentre le femmine no.

Il perché è facilmente immaginabile: nella nostra società le ragazze inseguono il mito della magrezza. La pubertà è invece per loro associata ad una tendenza inesorabile ed ingrassare; il vedersi grasse (sopratutto rispetto ai canoni che la società ci impone) si associa molto spesso ad una percezione negativa di sé e del proprio corpo e questo comporta, molto spesso, l’inizio di diete severe.

Distorsione dello schema corporeo?
Molti ragazzi tendono a far confluire tutte le proprie ansie sull’aspetto fisico in trasformazione:
Il peso (spesso ritenuto eccessivo per le femmine), o l’altezza nei maschi (fonte di preoccupazione perché considerata inferiore alla media), il viso, la forma del naso, le dimensioni del pene o del seno, diventano improvvisamente fonti di disagio e preoccupazione.

Talora possono sfociare anche in condotto patologiche (dismorfofobia, anoressia).

La dismorfofobia ovvero la “non-malattia”.

Cos’è una Dismorfobia?

Il termine dismorfofobia compare per la prima volta nel 1886 sul Bollettino dell’Accademia delle Scienze Mediche di Genova, per indicare “una sensazione soggettiva di deformità o di difetto fisico, per la quale il paziente ritiene di essere notato dagli altri, nonostante il suo aspetto rientri nei limiti della norma”.

Gli studi sulla “dismorfofobia” (un disturbo così comune che è da considerare come il raffreddore dei problemi psicologici) hanno rivelato che i soggetti interessati valutano correttamente l’aspetto delle persone che le circondano ma non il proprio.
In poche parole una ragazza con questo problema, valuta con facilità se un’amica sia troppo magra o al contrario sovrappeso. E si esprime con obiettività, rispetto a canoni estetici da applicare alle altre coetanee che vede per strada. Invece quando osserva la sua immagine riflessa allo specchio… si sbaglia.

Dismorfofobie e disturbi dell’alimentazione

I disturbi dell’alimentazione possono essere secondari alla dismorfofobia come conseguenza di un’alternata percezione del corpo.

È possibile ipotizzare due diversi “percorsi” che associano l’anoressia nervosa al dismorfismo. Da un lato è infatti ragionevole pensare che l’anoressia sia una conseguenza del dismorfismo, come tentativo di controllare il proprio peso corporeo al fine di rendere il corpo adeguato al proprio ideale. Dall’altro lato è possibile ipotizzare il percorso diametralmente opposto, ovvero della dismorfofobia come conseguenza dell’anoressia. Oggi la dismorfofobia è comunque considerata un “criterio diagnostico” dell’anoressia nervosa.

Anoressia: criteri diagnostici,
“Diagnostic and statistical manual of mental disorders (DSM-IV) 1994

2 età a rischio: 14 e 18 anni:

  • Perdita di peso e rifiuto di mantenere il peso corporeo al livello minimo normale per l’età e la statura
  • Disturbi nel modo di sentire il proprio peso e negazione della gravità della perdita di peso
  • Paura di aumentare di peso, pur essendo sottopeso
  • Amenorrea (o perdita della libido nei maschi)

Sottotipo restrittivo
Sottotipo bulimico

ANORESSIA

Il rapporto madre-figlia è molto importante.

Spesso infatti nella storia si possono incontrare madri intrusive e limitanti, che hanno rinunciato alle loro ambizioni personali per dedicarsi ai figli e che agiscono su quest’ultimi un controllo tale da non permettere loro una naturale acquisizione di autonomia ed una adeguata percezione della propria identità “in fieri”.

Molte persone sono insoddisfatte del loro aspetto fisico, e ovviamente questo di per sé non rappresenta un sintomo di interesse psichiatrico.

La semplice insoddisfazione per il proprio aspetto, diviene patologica quando i pazienti dismorfofobici ritengono che gli altri siano consapevoli della loro deformità fino al punto che l’ansia e la preoccupazione portano ad un disturbo della funzionalità sociale. L’intera vita del paziente può essere sconvolta fino ad arrivare ad un isolamento sociale estremo e, in rari casi, a suicidi o tentati suicidi.

“La preoccupazione è cosi’ esclusivamente concentrata su un aspetto del corpo, vissuto come deformato, ripugnante, inaccettabile e ridicolo, che l’intera esistenza di un individuo è dominata da questa preoccupazione e nient’altro ha più significato “.
(Jahrreiss , Ipocondria della bellezza – 1930)

La dismorfofobia negli adolescenti

La dismorfofobia è alla base di intensi sentimenti di ansia e di inferiorità, non sempre compresi dal mondo adulto.

Questa paura tipica degli adolescenti di ogni epoca viene oggi esasperata dalle immagini diffuse dai media, con le quali i giovani sono inevitabilmente costretti a confrontarsi, con il risultato pressoché scontato di risultare perdenti.

Questo senso di confitta, dal quale l’adolescente non sa difendersi, influisce grandemente sull’autostima. L’unica difesa messa in atto dai ragazzi è quella di conformarsi sempre più al gruppo che frequentano, alle immagini che più vanno di moda, ai propri idoli.

E cosi che il peso, la statura, il sedere, la pancia, le cosce, il seno diventano oggetto, tutti insieme o singolarmente, delle ossessive attenzioni, della ragazza che sin da giovanissima aspira oggi a entrare nel mondo colorato della moda e dello spettacolo.

Da qui nascono le esigenze di controllare il peso, da cui poi insorgono comportamenti anoressici. Grandi sofferenze può inoltre provocare la comparsa dell’acne.

Nella maggior parte degli studi epidemiologici negli ultimi tempi si è notato un aumento della frequenza dei disturbi del comportamento alimentare tra gli studenti, sia delle scuole medie inferiori che superiori.

A seconda dei diversi studi la frequenza varia tra il 2 ed il 10%, dipendendo dal tipo di popolazione studiata e dai criteri diagnostici utilizzati, questo ha fatto si, che si sia parlato di una “epidemia sociale moderna” a proposito di anoressia e bulimia, e si siano fatte le ipotesi piu’ disparate per giustificare questo sviluppo.

È chiaro che i ricercatori si sono dedicati allo studio di questa popolazione, in quanto risulta maggiormente affetta da queste patologie, ed e’ contemporaneamente la maggiormente influenzabile dalle mode e dagli atteggiamenti culturali dei mass media, sentendo su di se in modo pesante la pressione dei fortissimi condizionamenti pubblicitari, che l’industria alimentare e non, riversa su di loro.

Da queste considerazioni deriva un importante problema di politica sanitaria, ed e’ decidere se eventuali forme di educazione alimentare o di semplice formazione di base sulla nutrizione, migliorano il comportamento alimentare di queste popolazioni, e diminuiscono l’incidenza e la prevalenza di anoressia e bulimia

Alcuni studi concordano con percentuali vicine al 7% di ragazze tra i 17 e i 19 anni con BMI <17 e percentuali del 16% tra i 17 e i 21 anni con BMI<19, le percentuali relative ai maschi sono invece decisamente inferiori; ma nonostante questi indici, indichino magrezze che sconfinano nel patologico, contemporaneamente, la popolazione femminile della stessa eta’, presenta desiderio di dimagrire in percentuali intorno al 20%, e percentuali che raggiungono quasi il 25%, per quanto riguarda l’insoddisfazione generica nei confronti del proprio aspetto fisico.

Alcuni lavori francesi che utilizzavano il Body Shape Questionnaire (per valutare l’immagine corporea), hanno rilevato tra le ragazze giovani una scontentezza rispetto alla loro immagine corporea pari al 20%.
Questo fatto, legato al desiderio di dimagrire per la gran parte della popolazione giovanile femminile, nonostante la presenza di un peso corretto, puo’ far sospettare un acritico adeguamento a modelli sociali prestabiliti, ed una fragilita’ psicologica inquietante, al punto che, questa potrebbe legarsi fortemente alla genesi di problemi sull’immagine corporea (dismorfofobia), e di conseguenza, partecipare con meccanismi riflessi allo sviluppo dei disordini del comportamento alimentare.

L’adolescenza – l’ambulatorio

  • Statimetro
  • bilancia
  • orchimetro di Prader
  • scheda dei centili
  • centili della pressione
  • AMA e AFA braccio
  • BMI

La prima intensa moltiplicazione cellulare si verifica negli ultimi mesi di vita intrauterina, cosicché alla nascita il neonato possiede circa cinque miliardi di adiposità (10-15% della massa corporea totale). Nel corso del primo anno di vita il loro numero resta stabile, mentre ne aumenta il volume; cosicché la percentuale di tessuto adiposo sale al 25-30% della massa corporea totale alla fine del primo anno. L’accrescimento volumetrico è tale che a quest’età le dimensioni degli adiposità raggiungono già i valori dell’adulto.

Dai due anni di età il tessuto adiposo si espande progressivamente fino alla pubertà per un lento aumento numerico degli adiposità; questo raggiunge i quindici miliardi in epoca prepubere (un bambino obeso può averne già anche 85 miliardi), quando scatta un terzo picco di proliferazione che si conclude con un numero totale fra i 20 e i 40 miliardi.

Il periodo fetale, i primi due anni di vita e l’adolescenza sono dunque i periodi maggiormente a rischio per lo sviluppo di un’eventuale futura obesità, in quanto una volta verificatasi l’iperplasia (aumento del numero delle cellule), non è poi possibile sopprimere lo “stimolo della fame” prodotto da tali cellule.

Principali errori alimentari:

  • Prima colazione frettolosa o assente
  • seconda colazione del mattino abbondante
  • pranzo spesso incompleto
  • merenda a base di cibi “industriali”
  • cena preparata in fretta o addirittura basata su formaggi e salumi.

Inoltre:

  • meno pasti assunti negli orari canonici al domicilio, più “snack” consumati senza soluzione di continuità durante la giornata a scuola, al lavoro o nei locali pubblici
  • ricerca di alimenti a ridotto contenuto lipidico (carni magre, alimenti “light”, diminuzione dei grassi da condimento)
  • riduzione dell’assunzione di cereali, dei legumi, e della frutta fresca.
  • Elevato consumo di dolciumi, “snack”, barrette, “soft-drink”, hamburger, etc.

Cosa, quando e quanto mangiare?

Adolescenza e fabbisogno nutrizionale

La dieta fisiologica prevede che il 12-15% delle calorie sia fornito dalle proteine, il 25-30% circa dai lipidi e il 55-60% circa dai carboidrati.

  • La percentuale dei lipidi dovrebbe essere suddivisa in : 10% acidi grassi saturi, 7-8% polinsaturi e 12-13% monoinsaturi.
  • L’apporto di colesterolo non deve superare i 100 mg/1000 kcal.

Quante calorie?
I seguenti valori medi tengono conto, inoltre, di una modica attività fisica e di un moderato dispendio energetico durante l’attività lavorativa.

CONSUMO INDICATIVO QUOTIDIANO DEGLI ALIMENTI DELL’ADOLESCENTE E DELL’ADULTO

Errori alimentari degli adolescenti

  • La prima colazione è di frequente “dimenticata”
  • Il latte è spesso precocemente abolito e sostituito da bevande gasate e zuccherate (Ca – , P +).
  • Eccesso di proteine animali, grassi saturi e sodio.

Fast food o Fat Food?

” Imprigionato dentro ogni uomo (e bambino) grasso c’è un uomo magro che lancia appelli disperati perché lo facciano uscire. ” (C. Connolly)


INDICE *

  1. Il peso ideale e la composizione corporea;
  2. Bisogni nutrizionali ed alimenti (Calorie, acqua, proteine, carboidrati, fibre alimentari, lipidi, vitamine, minerali);
  3. Gli alimenti dalla A alla Z;
  4. Le Linee Guida, i Gruppi, le Piramidi e le Porzioni alimentari;
  5. Educazione alimentare per adulti e bambini (quante calorie assumere, cosa mangiare, quante volte mangiare e come dividere i pasti, quanto mangiare, colazione del mattino, spuntino del mattino e merenda del pomeriggio, pranzo e cena);
  6. L’alimentazione tra fisiologia e patologia;
  7. Il cibo e la psiche;
  8. Indice analitico generale;
  9. Indice analitico degli alimenti industriali.
Aspetti emotivi e relazionali della nutrizione in gravidanza

Aspetti emotivi e relazionali della nutrizione in gravidanza

A cura di Rossella Aromando – Psicologa Psicoterapeuta – rossellaaromando@gmail.com


Una leggenda brasiliana narra che quando una mamma e un bambino si guardano per la prima volta, tutti devono abbassare le luci, uscire in punta di piedi, chiudere la porta e non fermarsi ad origliare.

Sarebbe inutile. Non capirebbero. Mamme e bambini si dicono in silenzio parole che nessuno vede.

Parole che si intrecciano ai loro cuori e li fanno battere di felicità. Una delle tesi preferite di Winnicott è che le madri iniziano ad orientarsi nel loro compito molto specialistico già durante gli ultimi mesi di gravidanza. In questo stato particolare le madri “sviluppano una sorprendente capacità di identificarsi con il bambino; ciò le rende capaci di far fronte ai bisogni del neonato in un modo che nessuna macchina potrebbe uguagliare e nessun insegnamento potrebbe far conseguire”.

Una volta nato, il bambino è ancora parte dell’unità simbiotica con la madre. I due sono legati da un potente istinto primordiale, che li riporta verso una simbolica fusione, data dal bisogno del bambino di latte, calore, presenza e contatto e dall’esigenza materna di tenere e contenere il proprio cucciolo.

L’allattamento rappresenta un elemento facilitatore della relazione.

Aspetti emotivi e relazionali della nutrizione in gravidanza.

Una mamma che allatta, impara a conoscere, anche inconsapevolmente, le caratteristiche del proprio bambino, il suo ritmo di suzione, le sue preferenze, mentre il bambino inizia a riconoscere il corpo della mamma, il suo odore, la sua voce, il suo calore.

Winnicott sintetizzò così questo legame tipico dei giorni dopo il parto: “In questo momento critico, si verifica un fatto molto strano: la madre che forse è fisicamente esausta e che dipende dall’infermiera e dal medico per una assistenza diversificata e qualificata, è nello stesso tempo la sola persona che può in modo appropriato presentare il mondo al bambino in una forma che abbia un senso per lui. Essa sa come farlo, non perché sia addestrata e abile, ma solo perché è la madre naturale…”

Il latte della madre non affluisce come un’escrezione ma è una risposta a uno stimolo e lo stimolo è la vita, l’odore e la sensazione del suo bambino e il suo pianto che segnala un bisogno. Sono una cosa sola la cura della madre per il suo bambino e l’alimentazione periodica che si sviluppa come se fosse un mezzo di comunicazione tra i due, una canzone senza parole”.

Spesso, invece, le madri riportano sentimenti di inadeguatezza o il timore di non riuscire a provvedere da sole alla sopravvivenza del bambino. Credo sia fondamentale creare un’atmosfera in cui la madre possa credere in se stessa e seguire le proprie decisioni intuitive.

Più che istruire la mamma e il papà con criteri basati sulla delega o sull’esecuzione manuale di regole generiche ed impersonali, bisognerebbe sostenere i loro processi di crescita e la relazione con il neonato, aiutando i neo-genitori e non criticandoli, incrementando la loro autoefficacia e non sostituendosi alle loro funzioni.

L’allattamento rappresenta un canale privilegiato per la relazione.

Quando appaga desideri, dona soddisfazione, facilita l’adattamento e accresce la fiducia della madre verso il bambino e verso se stessa, diventa una fonte di ricchezza inestimabile per i due partner. Al contrario, laddove l’allattamento conferma le angosce materne o determina delusioni, rischia di divenire un comportamento compulsivo, sempre più patologico e carico di ansia.

Lo stesso Winnicott prende le distanze da coloro che tentano di costringere le madri ad allattare.

Per allattare serenamente bisogna ascoltarsi e accettarsi, fidarsi del proprio corpo e della propria relazione con il figlio. Nell’allattamento a richiesta, la madre è chiamata sin da subito ad un ascolto empatico del proprio bambino e, per farlo, deve riuscire a fidarsi della propria funzione materna.

Per molte donne questo non è un passaggio automatico, ma un processo faticoso e dinamico, che parte dalla propria storia di vita, dalla struttura di personalità, dalla possibilità di accedere a relazioni sociali supportive e non giudicanti.

La mancanza di sicurezza nelle proprie capacità materne o nella relazione col proprio bambino solitamente determina o atteggiamenti iperprotettivi e di simbiosi prolungata, dove il cibo diventa uno strumento per calmare le ansie materne più che il pianto del neonato; oppure vissuti negativi, di chiusura e di rifiuto.

In questi casi, il supporto della rete sociale, del papà o dei professionisti diventa un elemento fondamentale, funzionale alla protezione della relazione tra la mamma in difficoltà e il suo bambino.

Cogito e mastico: ergo sum

Cogito e mastico: ergo sum

Intervista con il dott. Giorgio Pitzalis

A livello intuitivo lo sappiamo un po’ tutti: ci sono dei cibi che sembrano davvero un toccasana per l’umore.

Basta pensare a quanto può, in caso di sconforto momentaneo, un quadretto di cioccolata.

Ma dietro all’idea che alcuni cibi possano in qualche misura influenzare la psiche, ci sono anche delle evidenze scientifiche, delle correlazioni chimiche ben precise.

“Sappiamo con certezza che la nutrizione influenza il nostro comportamento”, spiega il professor Giorgio Pitzalis, nutrizionista clinico e responsabile scientifico del sito www.giustopeso.it

Prendiamo ad esempio alimenti come il latte, le banane, i formaggi, le zucchine e gli spinaci:
contengono tirosina, un aminoacido che sembra essere in grado di ridurre ansia e agitazione”.

Non si tratta insomma di credenze popolari. Tutto ciò passa sotto il nome di “mood food”, e pone l’accento sul legame tra dieta e benessere psichico.

Ma quali sono gli alimenti che più influiscono sulla psiche? “Il cioccolato, specialmente quello fondente, è certamente tra gli alimenti più famosi in questo senso – spiega il professore – e sappiamo che può aiutare a migliorare la tranquillità perché contiene feniletilamina e flavonoidi, stimolando la produzione di serotonina, il cosiddetto ‘ormone del benessere’”.

Vale naturalmente la regola del buonsenso, e per evitare di eccedere con le calorie è bene limitarsi a un paio di quadretti di cioccolato.

Meno famosi, ma altrettanto salutari (e meno calorici) sono alimenti quali yogurt e latte, ricchi in calcio: “Il calcio è una sostanza importante, utile per combattere l’ansia, esattamente come il magnesio, che invece troviamo in alimenti quali cereali, frutti di mare e verdure.

Allo stesso modo una scarsa concentrazione o la facilità a stancarsi possono derivare anche da un carente apporto di ferro, potassio o rame, presenti in carni, pesce, legumi e frutta fresca”.

È chiaro: stiamo parlando di sostanze che possono in qualche maniera aiutarci nella gestione dei nostri umori, ma che non si sostituiscono ai farmaci quando i problemi sono più importanti. Ma, fatta questa premessa, la tavola è davvero “popolata” da questi amici della psiche.

Ad esempio le lenticchie vengono considerate degli “antidepressivi naturali”: “Sono molto ricche in ferro – spiega il professor Pitzalis – e sappiamo che questa sostanza può avere effetti sul comportamento e sulle performance psicofisiche”.

E, avendo un alto contenuto proteico, costituiscono anche una valida alternativa alla carne: “Consideriamo che tendiamo a consumare troppe proteine animali, la cui assunzione non dovrebbe superare un grammo per chilo di peso al giorno. E’ quindi consigliabile, anche 3 volte/settimana, un pasto unico con legumi e cereali.

Sul fronte dell’influenza sull’umore sono tra l’altro preferibili, i carboidrati: pane e pasta possono avere un’azione ‘tranquilizzante’”.

Un altro aminoacido che, come la tirosina, sembra essere un alleato dell’umore è il triptofano, contenuto in riso, funghi, frutta secca, uova e spinaci: “Si tratta di un precursore della serotonina – spiega il dottore – e sappiamo che bassi livelli di questa sostanza nell’organismo possono essere responsabili di depressione, insonnia, irritabilità e mancanza di memoria”.

Altrettanto importante in questo senso è l’acido folico: e allora largo alle verdure a foglie verdi e benvenuti, dunque, ancora una volta gli spinaci, i broccoli, gli asparagi e la lattuga. Sempre appartenente alla stessa famiglia, entra di diritto nella lista degli amici dell’umore anche la vitamina B12, nota per il suo potere energizzante.

E allora – storcerà il naso chi non lo ama – tra gli alimenti consigliati ci sono il fegato, ma anche un più universalmente accettato pollo, i broccoli, il salmone e i fagioli.

“Stiamo invece sempre attenti a non incorrere nell’errore di abusare di vitamine liposolubili (A, D, E, K) assumendole tramite integratori” avverte il professor Pitzalis.

Altra preziosissima miniera di sostanze benefiche che, all’opposto, non va mai dimenticata è quella costituita dalla frutta. Una delle regine dei “cibi del sorriso” è la banana, perché contiene dopamina (il cosiddetto “ormone del piacere”), vitamina B6, potassio e magnesio.

E sul podio sale anche l’ananas, che incentiva la produzione di serotonina. Ma sul fronte della “psicocucina” appaiono fondamentali anche gli alimenti ricchi di omega3, i cosiddetti “grassi buoni” che secondo alcuni studi possono essere d’aiuto per i disturbi dell’umore.

Alcune sperimentazioni dell’Università di Pittsburgh hanno infatti dimostrato che questi acidi grassi indurrebbero l’aumento della massa di alcune aree cerebrali che invece risultano ridotte in persone con disturbi del comportamento o depresse. E allora tutto il pesce, e più che mai tonno, salmone, sgombro, sardine e crostacei sono i benvenuti.

Altra sostanza utile per il buonumore è poi il selenio, un potente antiossidante che grazie a questa sua caratteristica può essere utile per proteggere l’organismo dalla depressione stagionale. Tra gli alimenti che ne contengono di più ci sono i legumi, il tonno, le carni magre, il latte, le noci e i frutti di mare.

Infine, tra i principi nutritivi alleati del sorriso c’è la vitamina D. E in questo caso, più che la tavola, ci aiutano le belle giornate di sole, che ne favoriscono la sintesi con ricadute sull’umore più che positive.

Ma siccome la bella stagione è ancora lontana, allora si possono compensare le mancanze meteorologiche ricorrendo ancora una volta agli alimenti. Purtroppo in natura questa vitamina non è presente in grandi quantità, ma tra i cibi che ne sono più ricchi ci sono ancora una volta il fegato, i pesci grassi (come lo sgombro), il rosso d’uovo e il formaggio.

E se è vero che ci sono cibi che possono aiutarci nella battaglia quotidiana contro lo stress, è vero anche che ci sono sostanze che invece finiscono per essere temibili nemiche del buonumore: “Stiamo attenti al consumo di tè – avverte il professor Pitzalis – caffè, cola, alcolici e superalcolici, specie verso sera, perché hanno un effetto eccitante.

E va evitato anche un eccessivo consumo, tipico dei giorni nostri, di energy drinks che possono causare insonnia, tremori, ansia e tachicardia”. Infine, una regola d’oro: “Oltre a quelli dell’alimentazione, ricordiamoci dei benefici dell’attività fisica sulla psiche – continua il professor Pitzalis – Ci sono alcuni studi che dimostrano come correre mezzora al giorno, per tre volte a settimana, sia molto efficace per la cura della depressione”.