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Verità e fake news della dieta senza glutine.

La celiachia è un’intolleranza permanente al glutine, la sostanza proteica presente nei cereali come il grano, l’orzo, la segale, l’avena e il farro.

Continua ad aumentare.

Seppur gradualmente, il numero di persone cui viene diagnosticata la celiachia in Italia.

Nel 2017 In Italia i celiaci diagnosticati sono stati 206.561 (0,34% della popolazione):
le diagnosi ogni anno aumentano del 10%, ma su una prevalenza stimata dell’1%, si stima che i celiaci dovrebbero essere circa 600.000.

Esistono quindi circa 420.000 persone che non sanno di esserlo.

Ancora oggi l’unica prescrizione ‘terapeutica’ per la celiachia è un regime alimentare privo di glutine.

Nel 2017 il Servizio sanitario nazionale ha speso in prodotti senza glutine circa 250 milioni di euro, con una media annua nazionale di circa 1.200 euro pro capite.

Nel 2018 sono stati pagati alle Regioni 320mila euro per somministrare pasti senza glutine e 534mila per le attività formative degli operatori alimentari della ristorazione.

Nel contempo siamo ossessionati dai cibi FREE FROM, alla ricerca, molte volte paranoica, del CIBO SENZA CIBO!

In Europa il business dei prodotti free from è aumentato del 5,1% e ha raggiunto un fatturato pari a 2.022 milioni di euro.

Più in dettaglio, il segmento dei prodotti gluten free ha registrato un volume d’affari pari a 175 milioni di euro con una crescita del +22%. Anche il mercato dei prodotti lactose free non è da meno con un volume d’affari di 393 milioni di euro e una crescita del +18%.

Ecco quindi che 6 milioni gli italiani mangiano senza glutine senza essere celiaci.

Ogni anno spendono 105 milioni di euro per alimenti di cui in realtà non avrebbero bisogno. Perché?

Sono spinti da falsi miti e da mode di star, starlette e superstar che non mangiano nulla che contenga glutine, convinti di avere benefici per la salute e per la forma fisica.

In particolare 1 italiano su 10 ritiene che la dieta gluten-free sia più salutare e 3 su 10 pensano che faccia dimagrire, sostenuto in questo da fake-news, false credenze e passaparola.

Intraprendere una dieta priva di glutine senza una diagnosi precisa rischia di vanificare la possibilità di scoprire se la celiachia sia la vera causa dei propri malesseri.

Inoltre i prodotti senza glutine non aiutano a dimagrire perché hanno un indice glicemico più alto degli alimenti tradizionali.

Per risolvere questo problema molto spesso i lipidi sono aggiunti negli alimenti gluten-free, elevando così l’apporto calorico.

Inoltre una alimentazione gluten-free contiene più sale, zuccheri e grassi dei prodotti convenzionali.

Come viene sostituito il “collante” del glutine? Con gli additivi, vietati nella pasta tradizionale, e consentiti in quelle “speciali”.

Se analizziamo gli ingredienti scopriamo che, fatta eccezione di pochi prodotti, la maggior parte ricorre all’emulsionante, E471 o mono- e digliceridi degli acidi grassi.

Il motivo?

Per legare meglio l’impasto, una funzione che nella pasta “tradizionale” è svolta proprio dal glutine e dal suo potere di collante.

Infine uno sguardo ai prezzi:

la media di un chilo di pasta costa circa 5,05 euro, contro i 2 euro circa di quella tradizionale.

Una spesa non da poco per la quale scegliere ad occhi aperti vale ancora di più. Esiste poi il problema della “gluten sensitivity”, la sensibilità al glutine di cui soffrirebbero molti consumatori non necessariamente affetti dal morbo celiaco.

Aver mangiato per anni farine raffinate, o paste con grani selezionati per avere un elevato contenuto proteico, piuttosto che essere stati abituati a mangiare pane o pizza addizionati da “miglioratori chimici” per abbreviare i tempi di lievitazione, possono aver influito nella diffusione di queste patologie?

Nel passato la lievitazione era un processo che richiedeva anche 12-14 ore di tempo durante il quale gli enzimi del lievito digerivano i frammenti potenzialmente tossici del glutine.

Adesso questo processo, a livello industriale, richiede due ore, durante le quali gli enzimi del lievito “digeriscono” solo una piccola parte del carico tossico del glutine. E di conseguenza questo tipo di panificazione può influire sullo sviluppo della patologia. Infatti, solo il 6,6% dei pazienti con presunta sensibilità al glutine in uno studio italiano aveva effettivamente la nonceliac gluten sensitivity (NCGS).

Di questi, l’86% non ha avuto sintomi quando il glutine è stato reintrodotto (Capannolo A et al. Digestion 2015;92:8-13). Altre condizioni come la sindrome dell’intestino irritabile, la proliferazione batterica dell’intestino tenue e l’intolleranza al fruttosio e al lattosio possono essere responsabili dei sintomi nelle persone autodiagnosticate con sensibilità al glutine.

Quelli con NCGS non hanno l’allergia al glutine o al grano, ma hanno esperienza di sintomi gastrointestinali o extraintestinali indotti specificamente dal glutine.

Recenti prove hanno supportato l’ipotesi che alcune persone con sensibilità agli oligosaccaridi fermentescibili, ai disaccaridi, ai monosaccaridi e ai polioli Sorbitolo (E420), Mannitolo (E421), Isomalto (E953), Maltitolo (E965), Lattitolo (E966), Xylitolo (E967), Eritrolo (E968) possano essere classificate in modo errato come aventi NCGS.

Per disturbare ancora di più questi pazienti, che spesso mangiano solamente male, in maniera compulsiva e/o disordinata, è nata la dieta FODMAP (acronimo di “Fermentabili Oligo-, Di- e Mono-saccaridi e Polioli), secondo la quale alcuni carboidrati non possono essere digeriti o assorbiti bene.

Quindi evitano accuratamente fruttosio, miele e sciroppo di agave, che comunque sono presenti spesso nei soli alimenti confezionati dall’industria.

Quindi molto spesso è la stessa tecnologia industriale che, da un lato produce disturbi alimentari, dall’altro è FRENDLY e “ci” viene incontro con altri alimenti, spesso più costosi,  FREE FROM!

In conclusione, è indispensabile valutare quale sia la nostra alimentazione e, in caso di disturbi gastrointestinali e non solo, è il caso di recarsi presso centri o professionisti qualificati, al fine di diagnosticare in maniera corretta i nostri sintomi. Comunque, anche dopo aver diagnosticato la malattia celiaca è il caso di evitare una iperalimentazione, che espone inevitabilmente al rischio di sovrappeso-obesità e diabete.

Anche in questo caso una corretta educazione alimentare di tipo mediterraneo potrà consentirci i migliori risultati.

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