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Latte Sano, chi pensa Sano ama il buono della vita.
Latte, tra siero e lattosio

Latte, tra siero e lattosio

Si spiega così perché non siamo ancora completamente adattati dal punto di vista genetico, tanto che si stima che circa il 50% della popolazione italiana sia intollerante al lattosio, lo zucchero principale del latte.

Queste persone mostrano una carenza dell’enzima lattasi che serve per digerire il lattosio (disaccaride composto da glucosio e galattosio), in quanto la sintesi dell’enzima diminuisce dopo il divezzamento.

È comunque possibile indurre la produzione dell’enzima lattasi con l’assunzione di piccole quantità di lattosio che vanno ad aumentare nel tempo.

È altresì rara – non più del 0,3 – 0,5% della popolazione – l’allergia alle proteine del latte.

In questo caso si tratta di una reazione avversa mediata da meccanismi immunitari, nei confronti di una o più proteine del latte vaccino, solitamente le caseine o la beta-lattoglobulina del siero del latte.

La frazione proteica del latte è costituita per l’80% da caseine o aggregati di proteine o micelle e per il restante 20% da sieroproteine o proteine solubili.

ll siero di latte è la parte liquida del latte che si separa dalla cagliata nel corso della caseificazione. Il siero è utilizzato essenzialmente per produrre la ricotta.

Lattosio

La ricotta contiene lattosio, proteine, sali minerali e tracce di lipidi.

Il siero del latte è anche un’ottima fonte di proteine.

Le proteine del siero possono essere presenti in differenti concentrazioni e sono particolarmente ricche di aminoacidi ramificati.

Solitamente le proteine del siero di latte usate nell’alimentazione umana e in particolare quella sportiva o dietetica hanno un titolo proteico di almeno il 70% e basse percentuali di lattosio.

Esistono anche forme di proteina del siero idrolizzata; questo tipo di proteina si ottiene mediante acidificazione oppure trattando la proteina con enzimi, lo scopo è di ottenere una proteina parzialmente predigerita e ipoallergenica.

In pratica non contengono lattosio i formaggi stagionati (Parmigiano Reggiano 30 mesi, grana padano 36 mesi, emmethal, gruyère, pecorino stagionato 30-40 mesi, fontina DOP, mascarpone, asiago, provola (dolce, piccante, affumicata), robiola, caciocavallo).

Formaggi che contengono poco lattosio: feta, caprino, taleggio, yogurt.

Verità e fake news della dieta senza glutine.

Verità e fake news della dieta senza glutine.

Continua ad aumentare.

Seppur gradualmente, il numero di persone cui viene diagnosticata la celiachia in Italia.

Nel 2017 In Italia i celiaci diagnosticati sono stati 206.561 (0,34% della popolazione):
le diagnosi ogni anno aumentano del 10%, ma su una prevalenza stimata dell’1%, si stima che i celiaci dovrebbero essere circa 600.000.

Esistono quindi circa 420.000 persone che non sanno di esserlo.

Ancora oggi l’unica prescrizione ‘terapeutica’ per la celiachia è un regime alimentare privo di glutine.

Nel 2017 il Servizio sanitario nazionale ha speso in prodotti senza glutine circa 250 milioni di euro, con una media annua nazionale di circa 1.200 euro pro capite.

Nel 2018 sono stati pagati alle Regioni 320mila euro per somministrare pasti senza glutine e 534mila per le attività formative degli operatori alimentari della ristorazione.

Nel contempo siamo ossessionati dai cibi FREE FROM, alla ricerca, molte volte paranoica, del CIBO SENZA CIBO!

In Europa il business dei prodotti free from è aumentato del 5,1% e ha raggiunto un fatturato pari a 2.022 milioni di euro.

Più in dettaglio, il segmento dei prodotti gluten free ha registrato un volume d’affari pari a 175 milioni di euro con una crescita del +22%. Anche il mercato dei prodotti lactose free non è da meno con un volume d’affari di 393 milioni di euro e una crescita del +18%.

Ecco quindi che 6 milioni gli italiani mangiano senza glutine senza essere celiaci.

Ogni anno spendono 105 milioni di euro per alimenti di cui in realtà non avrebbero bisogno. Perché?

Sono spinti da falsi miti e da mode di star, starlette e superstar che non mangiano nulla che contenga glutine, convinti di avere benefici per la salute e per la forma fisica.

In particolare 1 italiano su 10 ritiene che la dieta gluten-free sia più salutare e 3 su 10 pensano che faccia dimagrire, sostenuto in questo da fake-news, false credenze e passaparola.

Intraprendere una dieta priva di glutine senza una diagnosi precisa rischia di vanificare la possibilità di scoprire se la celiachia sia la vera causa dei propri malesseri.

Inoltre i prodotti senza glutine non aiutano a dimagrire perché hanno un indice glicemico più alto degli alimenti tradizionali.

Per risolvere questo problema molto spesso i lipidi sono aggiunti negli alimenti gluten-free, elevando così l’apporto calorico.

Inoltre una alimentazione gluten-free contiene più sale, zuccheri e grassi dei prodotti convenzionali.

Come viene sostituito il “collante” del glutine? Con gli additivi, vietati nella pasta tradizionale, e consentiti in quelle “speciali”.

Se analizziamo gli ingredienti scopriamo che, fatta eccezione di pochi prodotti, la maggior parte ricorre all’emulsionante, E471 o mono- e digliceridi degli acidi grassi.

Il motivo?

Per legare meglio l’impasto, una funzione che nella pasta “tradizionale” è svolta proprio dal glutine e dal suo potere di collante.

Infine uno sguardo ai prezzi:

la media di un chilo di pasta costa circa 5,05 euro, contro i 2 euro circa di quella tradizionale.

Una spesa non da poco per la quale scegliere ad occhi aperti vale ancora di più. Esiste poi il problema della “gluten sensitivity”, la sensibilità al glutine di cui soffrirebbero molti consumatori non necessariamente affetti dal morbo celiaco.

Aver mangiato per anni farine raffinate, o paste con grani selezionati per avere un elevato contenuto proteico, piuttosto che essere stati abituati a mangiare pane o pizza addizionati da “miglioratori chimici” per abbreviare i tempi di lievitazione, possono aver influito nella diffusione di queste patologie?

Nel passato la lievitazione era un processo che richiedeva anche 12-14 ore di tempo durante il quale gli enzimi del lievito digerivano i frammenti potenzialmente tossici del glutine.

Adesso questo processo, a livello industriale, richiede due ore, durante le quali gli enzimi del lievito “digeriscono” solo una piccola parte del carico tossico del glutine. E di conseguenza questo tipo di panificazione può influire sullo sviluppo della patologia. Infatti, solo il 6,6% dei pazienti con presunta sensibilità al glutine in uno studio italiano aveva effettivamente la nonceliac gluten sensitivity (NCGS).

Di questi, l’86% non ha avuto sintomi quando il glutine è stato reintrodotto (Capannolo A et al. Digestion 2015;92:8-13). Altre condizioni come la sindrome dell’intestino irritabile, la proliferazione batterica dell’intestino tenue e l’intolleranza al fruttosio e al lattosio possono essere responsabili dei sintomi nelle persone autodiagnosticate con sensibilità al glutine.

Quelli con NCGS non hanno l’allergia al glutine o al grano, ma hanno esperienza di sintomi gastrointestinali o extraintestinali indotti specificamente dal glutine.

Recenti prove hanno supportato l’ipotesi che alcune persone con sensibilità agli oligosaccaridi fermentescibili, ai disaccaridi, ai monosaccaridi e ai polioli Sorbitolo (E420), Mannitolo (E421), Isomalto (E953), Maltitolo (E965), Lattitolo (E966), Xylitolo (E967), Eritrolo (E968) possano essere classificate in modo errato come aventi NCGS.

Per disturbare ancora di più questi pazienti, che spesso mangiano solamente male, in maniera compulsiva e/o disordinata, è nata la dieta FODMAP (acronimo di “Fermentabili Oligo-, Di- e Mono-saccaridi e Polioli), secondo la quale alcuni carboidrati non possono essere digeriti o assorbiti bene.

Quindi evitano accuratamente fruttosio, miele e sciroppo di agave, che comunque sono presenti spesso nei soli alimenti confezionati dall’industria.

Quindi molto spesso è la stessa tecnologia industriale che, da un lato produce disturbi alimentari, dall’altro è FRENDLY e “ci” viene incontro con altri alimenti, spesso più costosi,  FREE FROM!

In conclusione, è indispensabile valutare quale sia la nostra alimentazione e, in caso di disturbi gastrointestinali e non solo, è il caso di recarsi presso centri o professionisti qualificati, al fine di diagnosticare in maniera corretta i nostri sintomi. Comunque, anche dopo aver diagnosticato la malattia celiaca è il caso di evitare una iperalimentazione, che espone inevitabilmente al rischio di sovrappeso-obesità e diabete.

Anche in questo caso una corretta educazione alimentare di tipo mediterraneo potrà consentirci i migliori risultati.

Alimentazione e Pubblicità

Alimentazione e Pubblicità

Bambini e obesità, i dati italiani

L’Italia alimentare è sempre più alla deriva. Intanto 4 mamme e papà (parenti inclusi) su 10 con bambini in sovrappeso non ritengono che il proprio figlio o nipote abbia un problema di questo tipo e sottovalutano la quantità di cibo che consumano i loro pargoli.

Ogni anno queste percentuali peggiorano dell’1%, ma tutto questo sembra preoccupare molto poco.

Gli italiani affermano di sapere per grosse linee cosa fare, ma passare dalla teoria alla pratica è praticamente impossibile.

Cattiva maestra televisione, anche nella dieta

Scegliere, come spesso avviene, cosa mettere nel piatto lasciandosi guidare solo dagli spot televisivi significa adottare una dieta molto squilibrata rispetto alle linee guida messe a punto dagli esperti di nutrizione e sintetizzate nella “Piramide alimentare” e dalle indicazioni della dieta mediterranea.

Ad esempio, una dieta da 2000 calorie basata solo sui cibi reclamizzati dalle principali tv in fasce orarie importanti come la prima serata o durante i cartoni animati conterrebbe 25 volte le razioni giornaliere raccomandate di zucchero e 20 volte di grasso.

Ma meno della metà delle porzioni di verdura, frutta e latticini.

I cibi degli spot forniscono un eccesso di sostanze correlate alle malattie croniche, come grassi saturi, colesterolo e sale, mentre sono carenti di nutrienti con effetto protettivo, come fibre, vitamine A, E e D, calcio e potassio.

Gli USA continuano a proporre vane linee guida sulla pubblicità, che le aziende alimentari dovrebbero seguire.

La posta in gioco è la salute odierna e soprattutto futura di centinaia di milioni di piccoli e grandi abitanti della nostra cara Terra.

Ormai anche in Italia, non c’è alimento per bambini che non inviti a visitare il suo sito e a giocare per continuare a comprare.

Incentivare quindi la pubblicità ed il consumo di alimenti più salutari e ridurre l’apporto di zuccheri, grassi saturi e sale sembra proprio una battaglia persa.

Gli inganni alimentari della pubblicità: qualche esempio

Lo zucchero aggiunto nei cereali non dovrebbe superare gli 8 grammi a porzione, ma una porzione media ne contiene 12 grammi (altri, come per esempio le palline al Nesquik vendute in Italia, arrivano a 15 grammi).

Discorso analogo vale per il sale, considerato uno dei fattori più dannosi, anche perché porta a consumare bevande gassate e zuccherate.

L’assedio dei nuovi alimenti continua.

Patatine che in pratica sono bastoncini croccanti di purea di patate, prefritti e surgelati: insomma, un impasto a base di patate tenuto insieme da un emulsionante (E471).

Come al solito le informazioni nutrizionali sono poche e prive di indicazioni sui grassi saturi e sul contenuto di sodio. La grande industria propone, dopo i frullati una nuova versione di snack, la frutta al cucchiaio: si tratta di purea e pezzi di frutta in coppetta, con tanto di cucchiaino, senza zuccheri, coloranti o conservanti.

L’unico arricchimento è costituito dall’aggiunta di vitamina C. I nutrizionisti consigliano 5 porzioni di frutta e/o verdura al giorno? Perfettamente sincronizzata con queste proposte, la grande industria dichiara che una coppetta è in grado di coprire 1,5 porzioni di vegetali rispetto al fabbisogno giornaliero.

È da rilevare però che questi prodotti hanno uno scarso o assente contenuto di fibre alimentari rispetto al prodotto fresco. Altro tasto dolente è il prezzo: con 1,45 euro a coppetta, una merenda di questo tipo diventa piuttosto elitaria.
Passiamo alle bevande. Del tutto recente è la censura dell’ultima campagna della Coca-Cola: non deve essere bevuta tutti i giorni!

È questa la decisione presa dall’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria contro la campagna pubblicitaria apparsa su numerosi giornali pochi mesi fa e caratterizzata dallo slogan “La formula della felicità”.

Questo legame tra alimento e sentimento (felicità) è oltremodo falso e offensivo per la normale intelligenza degli italiani. Nella pubblicità si invitavano i consumatori a bere Coca-Cola durante i pasti, lasciando intendere che si tratta di una vecchia tradizione italiana. Ma quando mai? Speriamo solo di non vedere più questo spot demenziale ed errato dal punto di vista nutrizionale.

Il consumo di bibite dolci deve essere comunque occasionale, per non contrastare con i principi della corretta alimentazione e le campagne di educazione alimentare destinate ai ragazzi ed agli adulti. Concludiamo trattando di consigli per gli acquisti televisivi di cereali per la colazione.

Pubblicità e alimentazione: la regolamentazione che non c’è

Se pensate che esista un divieto di reclamizzare prodotti alimentari durante le trasmissioni destinate ai bambini, non è così!

Infatti, al momento in Italia non esistono divieti espliciti: non ve n’è traccia nelle leggi, come il Codice di Autoregolamentazione Tv e minori e la legge n. 122 del 1998, né nella legge Gasparri, né nel Codice del Consumo.

Neppure nel Codice sorvegliato dall’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria. L’unica eccezione riguarda gli spot di bevande alcoliche: il Codice di Autoregolamentazione Tv e minori infatti prevede che nella fascia oraria “dalle 16.00 alle 19.00 si dovrà evitare la pubblicità in favore di bevande superalcoliche e alcoliche, all’interno dei programmi direttamente rivolti ai minori e nelle interruzioni pubblicitarie immediatamente precedenti e successive”.

Ora, le stesse industrie di croccanti fagottini di cereali hanno sottoscritto l“EU Pledge”.

Un impegno volontario assunto da alcuni gruppi alimentari all’interno della Piattaforma europea per l’Azione sulla dieta, l’attività fisica e la salute, istituita nel 2005 dalla Direzione generale per la Salute e tutela del consumatore (DG Sanco) della Commissione europea, per incoraggiare iniziative sinergiche pubblico-private contro la crescente obesità in Europa.

Tutte le aziende partecipanti si erano impegnate ad attuare entro il 31 dicembre 2008 una serie di azioni volontarie in materia di pubblicità di cibi e bevande rivolta ai bambini, che avrebbero dovuto soddisfare questi requisiti minimi:

  • nessuna pubblicità di alimenti e bevande destinata a bambini di età inferiore ai 12 anni su TV, stampa e Internet, fatta eccezione per quei prodotti che soddisfano precisi criteri nutrizionali basati su valutazioni scientifiche accreditate e/o direttive dietetiche nazionali e internazionali;
  • nessuna partecipazione a comunicazioni promozionali correlate a prodotti alimentari e bevande nelle scuole elementari, salvo i casi in cui ciò avvenga a fini educativi su esplicita richiesta di o d’intesa con l’amministrazione scolastica;
  • pubblicare ogni anno tutti gli impegni assunti dall’azienda su un sito Web dedicato www.eu-pledge.eu;
  • commissionare a enti indipendenti apposite verifiche sul corretto adempimento degli impegni assunti in materia pubblicitaria su TV, stampa e Internet, a partire dal mese di gennaio 2009.

Comunque si legge poi che le aziende che aderiscono a EU-Pledge hanno sviluppato le proprie guide nutrizionali.

Insomma: ognuno decide da sé cosa soddisfi “precisi criteri nutrizionali basati su valutazioni scientifiche accreditate e/o direttive dietetiche nazionali e internazionali”.

Il bombardamento pubblicitario

Risultato: in Italia, secondo una ricerca promossa dalla Coop nel 2007 e condotta dall’Università Roma Tre, qualsiasi bambino italiano che guarda la tv 3 ore al giorno – dalle 16 alle 19 – è costretto a subire uno spot alimentare ogni 5 minuti, per un totale di 32.850 pubblicità in un anno.

Da noi gli spot che pubblicizzano alimenti ricchi di grassi, zuccheri e sali rappresentano il 36% del totale di pubblicità. E pochi avvertono di consumare i prodotti con moderazione.

Il Codice di autodisciplina pubblicitaria sottolinea l’importanza di non sminuire il ruolo dei genitori nelle scelte alimentari.

E allora, ancora una volta, dove sono i genitori? Sono purtroppo sempre più “volatili” ed incapaci di dare ai loro figli poche e semplici regole, anche alimentari.

E le industrie non chiedono di meglio: pubblicità scorretta, aggressiva e via! Del peso di noi e dei nostri figli penseranno altre multinazionali, ad esempio quelle farmaceutiche!

Ogni settimana, sulle diverse reti televisive, vengono “proposti” circa 1800 spot pubblicitari nelle fasce orarie e nei programmi dedicati ai bambini; di questi circa il 26% di questi è dedicato ai prodotti alimentari (171.000 ogni anno). Al primo posto si trovano biscotti e merendine (non certo frutta e verdura!).

Gli errori nell’alimentazione dei bambini

In uno studio condotto su 70 classi elementari di Milano, il 55% dei bambini tra 8 e 10 anni e il 46% di quelli fra 6 e 7 anni mangia spesso le stesse cose a pranzo e a cena; la pastasciutta è il piatto “tuttofare” seguita dalla carne. Le verdure sono le più detestate.

Gli errori alimentari sempre rilevati sono: colazione del mattino assente o scarsa, snack a scuola, un pranzo spesso frugale o squilibrato (vedi scarti di mensa), merenda spesso davanti alla TV e, infine, mega-cena (spesso il solo vero pasto familiare).

Secondo alcuni analisti le previsioni sull’aumento della vita media negli USA dovranno essere ridimensionate a causa delle conseguenze sulla salute di quella che ormai definita come una vera e propria epidemia. In Italia, tra il 1994 ed il 1999, l’ISTAT ha registrato un aumento del 25% dei casi di obesità e almeno 16 milioni di italiani dovrebbero perdere qualche chilo.

In mancanza della “pillola” miracolosa, meglio cambiare lo stile di vita, muovendosi di più e facendosi guidare verso un programma che aiuti a cambiare le proprie abitudini.

É infatti indispensabile imparare a mangiare ed è obbligatorio saper scegliere tra gli innumerevoli prodotti del mercato alimentare. I cardini della dieta mediterranea (pane, pasta, olio di oliva, frutta e verdura di stagione, poca carne “bianca” e pesce) nelle giuste quantità, sono tuttora validi e consigliati a livello internazionale.

Altro caposaldo per una corretta e consapevole alimentazione è la figura del medico pediatra, spesso unico “nutrizionista” del bambino e della sua famiglia.

Per tutto questo è fondamentale continuare nell’opera divulgativa ed informativa dei prodotti alimentari della natura e della loro tipicità territoriale, che soli possono consentire a noi tutti uno stato di salute ottimale.

Dieta a colori

Dieta a colori

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) include infatti il consumo di frutta e verdura tra le principali raccomandazioni per una dieta sana. Altrettanto importante, però, è variare nelle scelte. In quest’ottica, può essere molto utile farsi guidare dai colori, che rivelano anche la presenza di particolari nutrienti.

La dieta a colori

Mangiare multicolore ogni giorno significa aiutare il corpo a combattere i radicali liberi (molecole nocive che ogni giorno attaccano le nostre cellule), responsabili delle malattie degenerative e dei processi di invecchiamento cellulare.

Il rosso

Frutti e verdure di colore rosso contengono Iicopene e antocianine, che favoriscono la naturale protezione delle cellule dai radicali liberi. Alcuni esempi:

  • pomodori;
  • rapanelli;
  • peperoni;
  • anguria;
  • ciliegie;
  • fragole.

Il giallo

Frutti e verdure gialli e arancioni sono una fonte di carotenoidi che aiutano a proteggere la vista, possono prevenire l’invecchiamento cellulare e rafforzare la risposta immunitaria. Alcuni esempi:

  • carote;
  • peperoni;
  • pesche;
  • albicocche.

Il verde

I frutti e le verdure di colore verde sono ricchi di clorofilla, magnesio, carotenoidi e polifenoli che aiutano a rinforzare i vasi sanguigni, le ossa, i denti e possono migliorare la funzionalità del sistema nervoso. Alcuni esempi:

  • zucchine;
  • asparagi;
  • cicorie;
  • indivie;
  • lattughe;
  • basilico;
  • prezzemolo;
  • rucola;
  • kiwi.

Il nero

I frutti e le verdure di colore nero racchiudono antiossidanti e antociani che possono combattere la fragilità capillare e prevenire l’aterosclerosi, aiutando a migliorare la memoria e mantenere il tratto urinario. Alcuni esempi:

  • melanzane;
  • prugne;
  • radicchio;
  • uva nera.

Il bianco

I frutti e le verdure di colore bianco garantiscono un apporto di composti solforati, flavonoidi, potassio e selenio che possono regolare i livelli di colesterolo, mantenere la fluidità del sangue e il tessuto osseo. Alcuni esempi:

  • aglio;
  • cipolla;
  • cipollotti;
  • funghi;
  • finocchi;
  • sedano;
  • mele;
  • pere.
Noci e malattie cardiovascolari (CHD).

Noci e malattie cardiovascolari (CHD).

(Ros E Br J Nutr. 2015 aprile; 113 Suppl 2: S111-20)

In virtù della loro composizione unica, è probabile che le noci influiscano positivamente sulla salute cardiovascolare.

Studi epidemiologici hanno associato il consumo di noci con una ridotta incidenza di CHD in entrambi i sessi e di diabete nelle donne, ma non negli uomini.

Le prove di alimentazione hanno chiaramente dimostrato che il consumo di tutti i tipi di frutta a guscio ha un effetto di abbassamento del colesterolo, anche nel contesto di diete sane.

Vi è una crescente evidenza che il consumo di noci ha un effetto benefico sullo stress ossidativo, sull’infiammazione e sulla reattività vascolare.

Anche la pressione sanguigna, l’adiposità viscerale e la sindrome metabolica sembrano essere positivamente influenzate dal consumo di noci.

Contrariamente alle aspettative, gli studi epidemiologici e gli studi clinici suggeriscono che il consumo regolare di noci non è associato ad un eccessivo aumento di peso.

Recentemente, il Prevención con la prova clinica randomizzata di Dieta Mediterránea sull’intervento nutrizionale a lungo termine in soggetti ad alto rischio cardiovascolare ha fornito prove di prima classe che il consumo regolare di noci è associato a una riduzione del 50% del diabete e, cosa più importante, a una riduzione del 30% delle malattie cardiovascolari.

Di nota, l’ictus dell’incidente è stato ridotto di quasi il 50% nei partecipanti assegnati a una dieta mediterranea arricchita con una porzione giornaliera di noci miste (15 g di noci, 7,5 g di mandorle e 7,5 g di nocciole).

Così il consumo frequente di frutta secca in guscio ha un effetto benefico sul rischio di CVD che può essere mediato da effetti salutari sui fattori di rischio intermedi.

Gamberi e uova sono dannosi per il colesterolo?

Gamberi e uova sono dannosi per il colesterolo?

In particolare, negli Stati Uniti, circa uno su quattro decessi si verificano a causa di malattie cardiache.

La causa principale del CVD è l’aterosclerosi, che è una condizione infiammatoria cronica legata dalla deposizione di colesterolo e dei tessuti fibrosi nelle pareti arteriose che si accumulano e che, a lungo andare, comportano un restringimento ed un ispessimento o blocco del lume arterioso.

L’infiammazione regola la formazione della placca e le complicanze trombotiche dell’aterosclerosi.

L’ipotesi che il colesterolo alimentare contribuisca al rischio di malattie cardiache fu inizialmente suggerita nel 1968 e basata sulla letteratura di ricerca dell’epoca.

A tal proposito, l’American Heart Association raccomandava di limitare l’assunzione di colesterolo alimentare a 300 mg/giorno per gli individui sani negli Stati Uniti e limitare il consumo di uova a un massimo di tre uova intere a settimana.

Tuttavia, la totalità delle prove scientifiche e dei dati sperimentali non ha convalidato l’ipotesi che il colesterolo alimentare aumenta il colesterolo nel sangue e, per estensione, aumenta il rischio di CVD.

I ricercatori hanno riferito che un maggiore apporto di colesterolo nella dieta (esogeno) è associato a una diminuzione della sintesi del colesterolo “de novo” (endogeno), probabilmente come un meccanismo di compensazione che mantiene costante l’omeostasi del colesterolo.

Per questo, le linee guida dietetiche 2015-2020 per gli americani hanno rimosso le raccomandazioni di fissare un limite all’assunzione massima di 300 mg/die di colesterolo consigliando un modello alimentare sano.

Ricordiamo che le principali fonti alimentari includono tuorlo di uovo, gamberi, carne di manzo e maiale, pollame, formaggio e burro.

E che ci sono due fonti principali che contribuiscono e costituiscono il pool di colesterolo del fegato, vale a dire colesterolo alimentare (esogeno) e colesterolo de novo (endogeno) che viene sintetizzato nel fegato o nel tessuto extraepatico.

Comunque, l’assunzione di colesterolo alimentare è solitamente associata ad un maggiore apporto di acidi grassi saturi che è determina aumento del colesterolo LDL e del rischio di malattie cardiovascolari.

A questo proposito le uova sono l’unica fonte alimentare di colesterolo che è povera di acidi grassi saturi ma è anche nutrizionalmente valida ed economica.

L’uovo medio (50 g) contiene solo 1,56 g di grassi saturi, 1,83 g di grassi monoinsaturi e 0,96 g di grassi polinsaturi.

Il tuorlo d’uovo è anche ricco di colina dietetica (147 mg), che è un nutriente essenziale per il fegato umano e per le funzioni muscolari.

Inoltre, la colina è essenziale per lo sviluppo del cervello fetale e neonatale e l’apporto inadeguato di colina nelle donne in gravidanza aumenta il rischio di difetti del tubo neurale nella prole anche nell’era della fortificazione dei folati di cibo.

Il colesterolo, uno sterolo importante nei tessuti animali, ha una funzione significativa nel corpo umano.

È un componente strutturale delle membrane cellulari e svolge un ruolo fondamentale nella fluidità della membrana.

L’anello del colesterolo è il precursore degli ormoni steroidei inclusi estrogeno, progesterone, testosterone e vitamina D.

Come molecola idrofobica, il colesterolo viene trasportato nel sangue tramite macromolecole sferiche all’interno delle lipoproteine plasmatiche denominate chilomicroni, VLDL, LDL e HDL.

Le particelle LDL-C trasportano il colesterolo ai tessuti periferici, e quindi se il colesterolo LDL è elevato, i lipidi possono depositarsi nel lume arterioso comportando la formazione di placca e ispessimento o restringimento del vaso sanguigno, il segno distintivo dell’aterosclerosi.

D’altra parte, l’HDL-C è responsabile del trasporto del colesterolo inverso dai tessuti periferici al fegato per la sintesi degli acidi biliari e della sintesi steroidea o per lo smaltimento dell’anello del colesterolo attraverso la bile.

Come accennato in precedenza, il colesterolo nel sangue è derivato da due fonti, colesterolo dietetico esogeno e colesterolo endogeno de novo sintetizzato, e vi è un equilibrio e un feedback negativo per mantenere l’omeostasi del colesterolo.

Il colesterolo endogeno è sintetizzato da tutte le cellule e i tessuti, ma prevalentemente nel fegato, nell’intestino e negli organi riproduttivi.

La fase di limitazione della velocità e della regolazione della sintesi del colesterolo endogeno è mediata dalla 3-idrossi-3-metilglutaril-CoA reduttasi (HMG CoA reduttasi), che riduce le molecole di HMG CoA a mevalonato, in presenza di NADPH come agente riducente.

L’espressione di HMG CoA reduttasi è inibita dal colesterolo e dalle statine (atorvastatina, lovastatina e simvastatina). Pertanto, per mantenere l’equilibrio del colesterolo, se l’assorbimento del colesterolo alimentare è aumentato, la sintesi endogena diminuisce.

…continua da

Ghada A. Soliman Dietary Cholesterol and the Lack of Evidence in Cardiovascular Disease Nutrients. 2018 Jun; 10(6): 780.