NEW

Vuoi bene alla tua pelle? Allora mangia così!

Il rapido aumento delle malattie metaboliche, avvenuto negli ultimi tre decenni sia nei paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo, è stato collegato all'aumento del consumo di zuccheri aggiunti e del consumo di bevande zuccherate. Evitarli, significa...

Latte vaccino

Il recupero post-esercizio è un processo complesso che varia in base alla natura dell'esercizio, al tempo che intercorre tra le sessioni di allenamento ed ai diversi obiettivi dell'operatore. Da un punto di vista nutrizionale, le principali considerazioni sono:...

LA STORIA DELLA PRIMA COLAZIONE

È improbabile che la prima colazione sia esistita prima dello sviluppo dell'allevamento, dell'agricoltura e dell'acquisizione della capacità di conservare il cibo. Prima di allora "il pasto" in generale era il risultato di una caccia fortunata o di fortuiti...

Diete di esclusione nei bambini autistici

Bambini autistici. Ecco cosa riporta la letteratura medica. Quindi diffidate dai tanti medici, paramedici o peggio: sono tante sirene ammaliatrici. Gluten- and casein-free diet and autism spectrum disorders in children: a systematic review. Piwowarczyk, A., Horvath,...

Prima visita di medicina estetica

La Prima visita di medicina estetica, comprende, dopo un accurata anamnesi ed esame obiettivo finalizzati alla conoscenza dello stato di salute generale ed estetico, una serie di valutazioni morfologiche e funzionali volte ad approfondire lo studio e la cura degli...
Latte Sano, chi pensa Sano ama il buono della vita.
Zuccheri. bere solo latte o acqua

Zuccheri. bere solo latte o acqua

Il consumo di zuccheri, delle bevande zuccherate o bevande che contengono addolcitori calorici aggiunti (ad esempio saccarosio, sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio, concentrati di succo di frutta) nei bambini e negli adolescenti europei, supera le attuali raccomandazioni ed è aumentato drammaticamente negli ultimi decenni tra bambini e adulti.

Nel Regno Unito, le bevande analcoliche hanno fornito quasi un terzo dell’assunzione di zuccheri estrinseci non lattici nei bambini di età compresa tra gli 11 ei 18 anni.

Anche biscotti, focacce, dolci e budini, dolciumi e succhi di frutta hanno contribuito in modo significativo.

Uno studio tedesco ha riportato un consumo di bevande analcoliche di 480 ml/giorno nei ragazzi e 280 ml/giorno nelle ragazze di età compresa tra 12 e 17 anni.

Uno studio sloveno ha riferito che il consumo di SSB (compreso quello zuccherato di tè e sciroppi) di 683 e 715 ml/giorno nei ragazzi e ragazze di età compresa tra 14 e 17 anni; superiore a quello del latte e dei prodotti lattiero-caseari (455 e 479 g/giorno nei maschi e femmine).

Il consumo di succo di frutta era di 114 e 102 ml/giorno nei ragazzi e nelle ragazze.

Gli SSB hanno contribuito al 9% e al 10% del consumo totale di energia in ragazzi e ragazze, rappresentando la fonte primaria di zuccheri liberi nella dieta degli adolescenti sloveni.

Gli zuccheri si trovano naturalmente in frutta, verdura, alcuni cereali, latte umano, latte e prodotti lattiero-caseari (zucchero naturale), ma vengono anche aggiunti agli alimenti durante la lavorazione, la preparazione o direttamente in tavola.

Gli zuccheri aggiunti addolciscono il sapore di alimenti e bevande, migliorano la loro appetibilità, come la viscosità, la consistenza, il corpo e il colore (capacità di doratura).

Una dieta sana e ben bilanciata contiene zuccheri presenti in natura come componenti integrali di cibi integrali (ad es. frutta intera, verdura, latte e latticini e alcuni cereali).

La dolcezza non è tutta uguale.

La dolcezza è definita rispetto al saccarosio, che ha un valore di dolcezza di 1,00 (o 100%).

Il fruttosio è il più dolce (dolcezza relativa: 1,17), seguito da saccarosio (1,00), glucosio (0,74), maltosio (0,33), galattosio (0,32) e lattosio (0,16).

L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) definisce gli zuccheri come “zuccheri totali”, compresi gli zuccheri naturalmente presenti negli alimenti come frutta, verdura, cereali e lattosio nei prodotti lattiero-caseari e zuccheri aggiunti.

Il termine “zuccheri aggiunti” si riferisce al saccarosio, al fruttosio, al glucosio, agli idrolizzati di amido (sciroppo di glucosio, sciroppo ad alto contenuto di fruttosio, isoglucosio) e ad altri preparati isolati di zucchero usati come tali o aggiunti durante la preparazione e la fabbricazione degli alimenti.

Per gli alimenti per lattanti, il lattosio è lo zucchero preferito, mentre il saccarosio, il glucosio e il fruttosio non sono consentiti.

Glucosio e saccarosio possono tuttavia essere aggiunti a formule per lattanti prodotte con idrolizzati proteici per mascherare il gusto amaro.

Per gli alimenti di proseguimento, l’aggiunta di saccarosio e fruttosio può essere accettabile, poiché la maggior parte dei bambini sarà esposta a questi zuccheri in alimenti complementari.

È interessante notare che è consentito aggiungere zuccheri agli alimenti a base di cereali e agli alimenti per l’infanzia per neonati e bambini piccoli.

I succhi di frutta non sono SSB.

Hanno una composizione nutrizionale superiore agli SSB, poiché contengono potassio, vitamine A e C e alcuni sono fortificati con vitamina D e/o calcio, ma contengono quantità simili di zuccheri liberi (5% -17% di saccarosio, glucosio, fruttosio e/o sorbitolo) ed energia (23-71 kcal/100 mL) cosicchè, al pari degli SSB, hanno un potenziale simile a promuovere l’aumento di peso nei bambini.

È anche importante notare che i latti zuccherati (es. latte di cioccolato, bevande di soia al cioccolato) contengono da 3,6 a 11,5 g di zuccheri liberi/100 ml e sono consumati da bambini e adolescenti.

L’OMS raccomanda di limitare l’assunzione di zuccheri liberi a meno del 10% del consumo totale di energia nei bambini e negli adulti.

Negli individui in sovrappeso, la riduzione degli zuccheri liberi dovrebbe far parte della riduzione dell’apporto energetico.

Inoltre si raccomanda di minimizzare il consumo di SSB nei bambini e negli adulti.

Il 5% dell’energia giornaliera per una bambina di 3 anni equivale a circa13 g di zuccheri liberi/giorno (cioè circa 3 cucchiaini), che è presente in una media di 170 ml (81-260 ml) di nettare di frutta.

Il liquido consigliato per la sete dopo l’introduzione di cibi solidi è l’acqua.

I neonati non devono ricevere bevande contenenti bevande zuccherate e questa abitudine deve essere scoraggiata, come anche il tè senza zuccheri aggiunti.

Le bevande raccomandate per bambini e adolescenti sono acqua, acqua minerale naturale e/o frutta o verdura.

Il cibo attuale è caratterizzato da un approvvigionamento di zuccheri a buon mercato e abbondante.

Gli zuccheri aggiunti contribuiscono per circa il 14% dell’apporto energetico giornaliero in bambini da 2 a 9 anni in Europa e da 2 a 18 anni negli Stati Uniti.

Negli adolescenti sloveni dai 15 ai 16 anni l’assunzione di zuccheri liberi costituiva il 16% dell’apporto energetico giornaliero (130 g/giorno) nei ragazzi e il 17% (110 g/die) nelle ragazze.

I neonati hanno una innata preferenza per i gusti dolci, salati e umami, e il rifiuto innato dei sapori aspri e amari.

I neonati preferiscono soluzioni zuccherine all’acqua e soluzioni più dolci a soluzioni meno dolci, probabilmente perché l’ingestione di zuccheri dolci porta al rilascio di oppioidi endogeni.

Insieme alla preferenza per il gusto dolce, siamo anche predisposti a preferire cibi densi di energia, quindi cibi “sani” dati come carboidrati complessi mentre le verdure, che non sono dolci, salati e densi di energia sono inizialmente rifiutati dai bambini.

I bambini nutriti con un latte in formula sono esposti ad un sapore costante, un gusto prevalentemente dolce.

Anche il latte umano ha un sapore dolce, ma espone ulteriormente il bambino a sapori e aromi variabili, a seconda dell’alimentazione della madre.

Inoltre l’allattamento al seno può essere associato ad una maggiore accettabilità di nuovi cibi e sapori.

Per quanto riguarda lo sviluppo del gusto dolce e la preferenza per i cibi dolci questa ha una forte componente genetica e diminuisce con l’età.

Infatti la preferenza per il gusto dolce è determinata dall’interazione di molti fattori che riguardano il comportamento alimentare (sistema di ricompensa), le scelte alimentari (sensi ed emozioni) e il gusto (effetti genetici e di programmazione).

L’assunzione di zuccheri liberi o SSB è associata al peso corporeo. Le probabilità di obesità sono aumentate del 71% per l’assunzione di SSB e del 92% per l’introduzione di SSB prima dei 6 mesi di età rispetto ai bambini che non avevano assunto SSB durante l’infanzia.

I soggetti che hanno consumato più di 1 porzione di SSB/giorno all’età di 15 anni hanno avuto aumenti più elevati di BMI e circonferenza della vita (WC) rispetto ai non consumatori nei successivi 6 anni.

I soggetti che hanno aumentato il consumo di SSB da 9 a 15 anni hanno avuto anch’essi aumenti più consistenti nel BMI e nel WC.

Il saccarosio è lo zucchero più cariogeno.

L’assunzione di SSB è associata ad un aumento del rischio di carie dentale che si traduce in erosione dello smalto.

Due meta-analisi degli adulti hanno mostrato un’associazione tra consumo di SSB e incidenza di diabete di tipo 2 (T2D).

Un’altra meta-analisi, sempre negli adulti ha dimostrato una significativa riduzione del rischio correlato del T2D attraverso l’aderenza a un modello alimentare sano, incluso un ridotto consumo di SSB.

In uno studio cross-sectional negli adolescenti, il consumo di fruttosio e zuccheri aggiunti era associato a un aumento della pressione sanguigna.

Una serie di studi pubblicati dopo questa revisione suggerisce possibili associazioni tra consumo di zuccheri e fattori di rischio cardiovascolare.

Uno studio prospettico di coorte ha suggerito una relazione significativa tra zuccheri aggiunti nella dieta degli adulti e aumento del rischio di mortalità per malattie cardiovascolari.

Una revisione sistematica e una meta-analisi negli adulti sull’associazione tra assunzione di zuccheri e pressione sanguigna e lipidi ha concluso che gli zuccheri alimentari influenzano la pressione diastolica e i lipidi sierici.

Negli studi che duravano più di 8 settimane, un maggiore consumo di zuccheri era associato a una pressione sanguigna più elevata rispetto all’effetto degli zuccheri sul peso corporeo.

Un possibile effetto degli zuccheri sulla pressione sanguigna è anche suggerito da alcune recensioni su bambini, adolescenti e adulti.

Due studi hanno mostrato una relazione tra consumo di zuccheri e marcatori di malattie cardiovascolari negli adolescenti.

In uno studio condotto su 559 adolescenti di età compresa tra 14 e 18 anni vivevano negli Stati Uniti meridionali il consumo totale di fruttosio totale era associato positivamente a più marcatori di aumentato rischio di malattie cardiovascolari e T2D.

Tra gli adolescenti in sovrappeso e obesi, gli zuccheri aggiunti erano positivamente correlati all’indice di resistenza all’insulina.

L’eccessiva assunzione di SSB comporta quindi elevati livelli di pressione arteriosa, di acido urico, dislipidemia e steatosi epatica non alcolica nei bambini.

L’eccessiva assunzione di fruttosio determina un aumento della pressione sanguigna nei bambini e nei giovani adulti.

Altri possibili effetti sulla salute di bevande contenenti SSB sono dismicrobismo intestinale, diarrea cronica, flatulenza, meteorismo, dolori addominali e crescita non ottimale sia nei bambini che negli adolescenti.

Il consumo di SSB nei bambini e negli adolescenti è anche associato a un’assunzione inadeguata di calcio, ferro e vitamina A).

La forma (liquida o solida) dell’assunzione alimentare è correlata al bilancio energetico.

In uno studio longitudinale di 6 anni su 359 bambini danesi di età compresa tra 8 e 10 anni, il consumo di saccarosio liquido era fortemente associato a cambiamenti nel WC e BMI rispetto al consumo di saccarosio solido.

Le bevande contenenti zuccheri non promuovono la sazietà rispetto alla quantità equivalente di zuccheri in forma solida e quindi inducono un consumo eccessivo di energia.

Di solito, un alimento intero diminuisce l’assunzione di cibo nei pasti successivi, mentre le fibre aggiunte a una bevanda non sono efficaci.

I succhi di frutta non hanno alcun vantaggio nutrizionale sui frutti interi e, in quanto privi di fibre, vengono consumati rapidamente rispetto ai frutti interi.

Sostituire gli SSB con acqua o latte, ma non con il 100% di succo di frutta, è inversamente associato allo sviluppo della massa grassa.

Come se non bastasse esistono poi gli zuccheri con edulcoranti non nutritivi (NNS o dolcificanti non calorici) che sono a basso contenuto calorico o senza calorie e includono dolcificanti artificiali (aspartame, acesulfame-K, saccarina, sucralosio, neotame, advantame), edulcoranti ipocalorici (es, la stevia).

Sostituire gli zuccheri liberi con NNS può ridurre l’apporto energetico a breve termine, ma la loro efficacia e sicurezza come strategia di gestione del peso a lungo termine deve ancora essere valutata.

Gli zuccheri presenti naturalmente nella frutta (naturalmente, congelati o essiccati) e presenti in natura nel latte materno o nella formula per lattanti così come nel latte di mucca o di capra e nei prodotti a base di latte non zuccherato (es. yogurt naturale) non sono zuccheri liberi.

In conclusione

L’assunzione di zuccheri liberi deve essere ridotta e con un limite inferiore del <5% di apporto energetico nei bambini e negli adolescenti di età ≥ 2-18 anni.

Questo rappresenta: 15-28 g di zuccheri liberi (3,5-7 cucchiaini) per le ragazze; Da 16 a 37 g (4-9 cucchiaini) per i ragazzi, in base all’età.

Queste quantità dovrebbero essere ancora ridotte nei neonati e nei bambini <2 anni.

Le autorità nazionali dovrebbero adottare politiche volte a ridurre l’assunzione di zuccheri liberi nei neonati, bambini e adolescenti.

A seconda delle circostanze locali, questo può includere l’istruzione, l’etichettatura migliorata, la limitazione della pubblicità, l’introduzione di standard per la scuola materna e il cibo scolastico che include limiti agli zuccheri liberi e misure fiscali come la tassazione per lo zucchero e i cibi ricchi e/o incentivare l’acquisto di alimenti sani.

Ridurre l’assunzione di SSB sostituendoli con acqua e latte nei bambini e negli adolescenti.

Gli zuccheri dovrebbero preferibilmente essere consumati nella loro forma naturale come latte umano, latte, latticini non zuccherati, frutta fresca, piuttosto che come SSB, succhi di frutta, frullati e/o bevande o prodotti a base di latte zuccherato.

Le bevande e gli alimenti contenenti zucchero (SSB, succhi di frutta, frullati a base di frutta e bevande / prodotti a base di latte zuccherato) devono essere sostituiti con acqua o, in quest’ultimo caso, con latte non zuccherato e prodotti a base di latte non zuccherato.

Tratto da
Sugar in Infants, Children and Adolescents: A Position Paper of the European Society for Paediatric Gastroenterology, Hepatology and Nutrition Committee on Nutrition
Fidler Mis, et al. Journal of Pediatric Gastroenterology and Nutrition: December 2017 – Volume 65 – Issue 6 – p 681–696

Meteorismo intestinale e flatulenza

Meteorismo intestinale e flatulenza

È esperienza comune che le emozioni possono influenzale l’attività gastrointestinale, provocando sintomi come flatulenza, dolori addominali non importanti e variabili accompagnati da irregolarità dell’intestino.

Sono sintomi estremamente comuni e possono corrispondere a semplici disfunzioni o rappresentare manifestazioni di esordio di gravi malattie organiche.

Nell’ambito di questo quadro clinico si colloca la problematica diagnostica della sindrome dell’intestino irritabile.

La diagnosi di sindrome dell’intestino irritabile è quasi sempre una sfida.

Per definizione è una diagnosi di esclusione.

È opinione generale che alcuni elementi di giudizio rendano improbabile una patologia organica.

Essi comprendono una lunga storia di sintomi:

  • età relativamente giovanile
  • assenza di calo ponderale
  • sintomatologia dolorosa notturna
  • sangue nelle feci
  • presenza di disturbi della sfera emotiva.

Questa condizione colpisce quasi un terzo della popolazione; tuttavia una minoranza dei pazienti si rivolge al medico.

Consultare un medico non è detto che sia un fatto positivo per il singolo soggetto, dal momento che trasforma l’individuo in paziente e può avviare indagini diagnostiche costose, fastidiose, talvolta potenzialmente nocive, fino a creare un circolo vizioso, spesso più dannoso che utile, di terapie farmacologiche e non.

Una caratteristica importante della flatulenza è che abitualmente il dolore viene indicato con la mano aperta, come ad esprimere che non è localizzato in un punto specifico dell’addome.

È stato ipotizzato che la carenza di fibre alimentari nella dieta occidentale possa giocare un ruolo importante, perché la sindrome dell’intestino irritabile è praticamente sconosciuta in popolazioni come quelle africane, che assumo una dieta ricca di fibre.

A questo proposito è comunque consigliato assumere 5 porzioni (pari al volume del tuo pugno) di frutta e/o verdura ogni giorno.

Le intolleranze (es. glutine, lattosio) e le allergie alimentari possono provocare sintomi analoghi a quelli dei pazienti con sindrome dell’intestino irritabile.

Si può facilmente calcolare che il costo sociale della sindrome, in termini di spese sanitarie e di assenze dal lavoro, è estremamente elevato.

Vuoi che almeno il tuo intestino sia meno “irritabile”?

Ecco gli alimenti sconsigliati:

  • cioccolato
  • caffè
  • brioche (e lieviti in genere)
  • vino
  • superalcoolici
  • cibi fritti e/o fermentati e/o affumicati
  • selvaggina
  • salumi
  • acciughe
  • molluschi
  • taleggio
  • gorgonzola
  • pecorino
  • insalata cruda
  • funghi
  • asparagi
  • bietole
  • cipolle
  • carote
  • cavolfiori
  • cetrioli
  • spinaci
  • prezzemolo
  • pomodori
  • carciofi
  • broccoli
  • cavolini di Bruxelles
  • cicoria
  • ravanelli
  • sottaceti
  • legumi
  • cipolle
  • cavoli
  • carciofi
  • melanzane
  • noci
  • orzo integrale
  • mele crude e con la buccia
  • albicocche crude o disidratate
  • kiwi
  • mango
  • agrumi
  • pesche crude
  • pere cocomero
  • papaya
  • frutti di bosco
  • melone
  • fichi
  • prugne
  • pane ai cereali
  • bibite gassate.

Evitare (o limitare al massimo) il consumo di alimenti che possono indurre flatulenza, come legumi: ceci, lenticchie, piselli, fagioli, fagiolini. Attenzione poi ai carboidrati particolarmente ricchi in oligosaccaridi non digeribili, presenti sempre nei legumi.

Questi zuccheri sono indigeribili e non assorbibili per l’uomo, ma fermentabili a livello dell’intestino crasso dalla flora microbica intestinale.

Nei soggetti intolleranti al lattosio (lo zucchero del latte) è buona regola eliminare il latte, anche parzialmente scremato e sostituirlo con yogurt o latte delattosato.

Attenzione poi alle bibite ed ai dolci e alimenti ricchi di zuccheri solubili: fermentando a livello intestinale favoriscono o potenziano la flatulenza.

È il caso frappè, frullati, pasta sfoglia, maionese, panna montata, come anche i dolcificanti artificiali e gli alimenti dietetici e gli alimenti contenenti fruttosio.

Più in generale è sconsigliato seguire un regime dietetico sbilanciato, ricco di alimenti grassi e da junk-food (cibo spazzatura).

Gli alimenti consigliati?

  • Pane non lievitato
  • carni tenere
  • pollo
  • pesce
  • uova
  • pasta e riso non integrali
  • patate
  • cornflakes
  • latte o yogurt
  • formaggi freschi
  • finocchi
  • menta
  • origano
  • cumino
  • semi di finocchio
  • curcuma
  • cavoli cotti
  • sedano
  • indivia
  • lattuga
  • zucca
  • passato di pomodoro
  • centrifugati di vegetali
  • crescione
  • zucchine
  • mele cotte
  • albicocche cotte
  • banane
  • ciliegie
  • mirtilli
  • spremute
  • pesche ed ananas in scatola
  • prugne cotte
  • avocado.

In generale abbinare alimenti proteici a verdure fresche, bollite o cotte al vapore.

In conclusione, una dieta mediterranea ben condotta, consente di “tranquillizzare” anche l’intestino più irritabile e con esso anche tutto il corredo sintomatologico, spesso fastidioso ed imbarazzante.

Le vitamine come nutrienti

Le vitamine come nutrienti

Anche i micro-costituenti della dieta, quali le vitamine, la cui scarsa introduzione fino a qualche decennio fa era causa di deficit o addirittura di vere e proprie sindromi carenziali, hanno risentito favorevolmente del cambiamento delle abitudini alimentari da aumentato benessere.

Esistono in pratica due grandi gruppi di vitamine:

  • idrosolubili

  • liposolubili

Tra le vitamine idrosolubili la vit. B1 è presente principalmente nelle:

  • carni
  • legumi
  • patate
  • frutta

La vitamina B2

  • carni
  • pesce
  • latte
  • uova)

La vitamina B6

  • carni
  • fegato
  • tuorlo d’uovo
  • latte
  • legumi verdi
  • frutta

La vitamina B12

  • carni
  • latte
  • formaggi

La vitamina PP

  • carni
  • pesce
  • cereali

L’acido folico

  • carni
  • uova
  • formaggi
  • legumi
  • patate
  • cereali

Le vitamine liposolubili sono:

La vitamina. A

  • fegato
  • burro
  • latte
  • formaggi
  • uova

La provitamina A

  • carote
  • spinaci
  • cavoli
  • albicocche

La vitamina D

  • fegato
  • burro
  • latte
  • formaggi
  • uova

La vitamina E

  • olio di arachidi e di oliva
  • ortaggi verdi
  • germe di cereali

La vitamina K

  • spinaci
  • cavoli

Tuttavia, per alcune di queste vitamine possono ancora oggi verificarsi situazioni di carenza marginale.

Non raramente infatti gli apporti alimentari di vitamine possono essere insufficienti nelle fasi di rapido accrescimento e sviluppo corporeo o in situazioni contingenti di aumentato fabbisogno, ad esempio per una attività fisica intensa.

Ciò è tanto più probabile se l’alimentazione abituale, come spesso succede, si basa su una esigua varietà di cibi o sull’uso prevalente di derrate alimentari a lungo conservate prima del consumo o sottoposte a maturazione artificiale o comunque tecnologicamente trasformate, cosicché il loro reale contenuto vitaminico risulta essere sensibilmente diminuito.

L’esposizione al calore o quella alla luce, l’ossidazione, la cottura degli alimenti determinano una perdita elevatissima di vitamine attive, specie di quelle idrosolubili.

La sterilizzazione del latte comporta una diminuzione del 30 % del contenuto di vit. B1 e di vit. B6 e del 50 % del contenu¬to di vit. B12 mentre la conservazione della frutta e della verdura comporta una perdita pressoché totale di vit.C.

Esistono poi malattie intestinali che comportano un malassorbimento oppure per interazioni con farmaci o tossici ca¬paci di ridurre o alterare la capacita di utilizzazione dei nutrienti nell’organismo.

Ad esempio gli olii minerali, usati come las¬sativi, determinano perdita fecale delle vitamine liposolubili.

Tra uno stato ottimale di nutrizione ed uno di carenza manifesta si possono riconoscere molteplici situazioni intermedie il cui si¬gnificato fisiologico o patologico rimane incerto.

Tanto più perché il processo di depauperamento vitaminico dell’organismo è in genere graduale e lento.

Tale processo può essere schematicamente suddiviso in sei stadi evolutivi.

Il primo stadio corrisponde al periodo di bilancio negativo tra apporto nutrizionale di una certa vitamina ed il suo fabbisogno, com¬pensato dal progressivo depauperamento delle riserve corporee; l’escrezione urinaria della vitamina spesso diminuisce mentre i li¬velli ematici sono ancora nei limiti della norma.

Nel secondo stadio si ha una caduta netta dell’escrezione urinaria di vitamina ed un’iniziale alterazione dei livelli ematici e tissutali.

Il terzo stadio è caratterizzato dalla diminuzione delle concentrazioni ematiche, urinarie e tissutali di vitamina e dalla ridotta attività di enzimi vitamino-dipendenti, metaboliti od ormoni.

Possono già comparire sintomi aspecifici quali malessere, insonnia, inappetenza, modificazioni dell’umore e delle performances mentali, alterazioni delle risposte immunitarie.

II quarto stadio è caratterizzato dalla comparsa delle alterazioni morfologiche e funzionali proprie della carenza.

Quindi, se questa non viene prontamente ed adeguatamente curata, la malattia carenziale diverrà conclamata ed il quadro sarà dominato dei classici sintomi e segni specifici.

Nel quinto stadio la sintomatologia è ancora reversibile.

Nel sesto stadio, il corredo sintomatologico vitamino-dipendente è irreversibile.

Secondo questo schema, la carenza vitaminica rappresenta un problema di salute già al terzo stadio e a questo stadio deve essere riconosciuta e curata.

In conclusione una dieta variata, comprensiva ovviamente di frutta e verdura multicolore, è indispensabile per evitare questi come altri problemi ed evitare costosi supplementi vitaminici.

Dieta mediterranea e ipertensione arteriosa.

Dieta mediterranea e ipertensione arteriosa.

Uno stile di vita sano è una strategia fondamentale per ridurre l’ipertensione arteriosa e la dieta è l’elemento mutevole con l’effetto più forte sulla pressione arteriosa (BP).

È dimostrato che il modello della dieta mediterranea (MedDiet) può migliorare la funzione endoteliale e offrire un notevole beneficio contro il rischio di ipertensione e CVD.

La dieta mediterranea è senza dubbio un modello di dieta salutare, che è efficace nella protezione contro le patologie cardio-vascolari, le malattie metaboliche e il cancro.

Alcuni studi hanno riportato che gli alimenti tipici del modello di nutrizione mediterraneo dei primi anni ’60, come:

  • cereali integrali
  • verdure
  • frutta
  • noci
  • olio extra vergine di oliva,

hanno un effetto favorevole sul rischio di ipertensione considerando che gli alimenti non tipici di questo modello alimentare, come la carne rossa, la carne lavorata e il pollame, hanno un effetto sfavorevole.

In termini generali, gli studi attuali indicano che la dieta mediterranea ha effetti favorevoli nel ridurre la pressione arteriosa in soggetti ipertesi o sani, ma non abbiamo dati sufficienti per dichiarare quanto sia forte questo effetto.

I componenti principali della Dieta Mediterranea sono:

  • verdure
  • frutta fresca
  • cereali integrali
  • pesce
  • frutti di mare
  • legumi
  • noci
  • olio extravergine di oliva
  • vino rosso

Mentre le carni rosse e lavorate sono limitate e i prodotti caseari sono moderati.

Non da ultimo deve essere considerato che l’aderenza alla Dieta Mediterranea è altamente suggerita poiché questa dieta è gradevole e saziante.

Tra gli alimenti maggiormente protettivi sul sistema cardiovascolare e sulla pressione arteriosa, l’olio d’oliva è probabilmente il componente più importante della Dieta Mediterranea da questo punto di vista.

Ipertensione Arteriosa

Studi recenti hanno riportato un effetto vasoprotettivo dei polifenoli presenti nell’olio d’oliva sulla pressione sanguigna e hanno spiegato questo effetto con il potere di aumentare la sintesi endoteliale dell’ossido nitrico e la risposta mediata dal fattore di iperpolarizzazione derivato dall’endotelio.

Oltre all’olio d’oliva, l’assunzione alimentare di frutta e verdura, noci e cereali integrali è stata correlata a un minor rischio di ipertensione.

Esiste comunque un rapporto inversamente proporzionale tra la ipertensione arteriosa e l’apporto di sodio e di potassio.

Infatti, una maggiore aderenza alla Dieta Mediterranea era negativamente correlata all’ ipertensione arteriosa, ma questa associazione non era più significativa dopo l’aggiustamento per l’assunzione di sodio e di potassio.

Sia la Dieta Mediterranea che la dieta DASH (Dietary Approaches to Stop Hypertension) sono relativamente facili da rispettare e sono appetibili, ricchi di frutta, verdura, cereali integrali, noci e oli insaturi; inoltre, entrambi riducono al minimo il consumo di carne rossa e lavorata e sono conformi alle raccomandazioni dietetiche per la salute cardiovascolare.

Quindi, quali sono le differenze? Uno può essere che la dieta DASH è maggiormente indicata a ridurre l’apporto di sodio, mentre questa non è una caratteristica della Dieta Mediterranea.

In secondo luogo, può darsi che la dieta DASH includa più proteine poiché include pollame e pesce e sottolinea il consumo di latticini a ridotto contenuto lipidico e calorico.

Per quanto riguarda in particolare i prodotti lattiero-caseari, l’aggiunta di prodotti caseari convenzionali non grassi alla dieta quotidiana ha effetti ipotensivi.

Inoltre, una recente revisione sistematica ha dimostrato un’associazione favorevole tra un maggiore apporto di latticini e un minore rischio di ipertensione.
(Drouin-Chartier J.P., Brassard D., Tessier-Grenier M., Côté J.A., Labonté M.È., Desroches S., Couture P., Lamarche B. Systematic review of the association between dairy product consumption and risk of cardiovascular-related clinical outcomes. Adv. Nutr. 2016;7:1026–1040).

Tratto da:
De Pergola G, D’Alessandro A. Influence of Mediterranean Diet on Blood Pressure. Nutrients. 2018 Nov; 10(11): 1700.

Latte, tra siero e lattosio

Latte, tra siero e lattosio

Si spiega così perché non siamo ancora completamente adattati dal punto di vista genetico, tanto che si stima che circa il 50% della popolazione italiana sia intollerante al lattosio, lo zucchero principale del latte.

Queste persone mostrano una carenza dell’enzima lattasi che serve per digerire il lattosio (disaccaride composto da glucosio e galattosio), in quanto la sintesi dell’enzima diminuisce dopo il divezzamento.

È comunque possibile indurre la produzione dell’enzima lattasi con l’assunzione di piccole quantità di lattosio che vanno ad aumentare nel tempo.

È altresì rara – non più del 0,3 – 0,5% della popolazione – l’allergia alle proteine del latte.

In questo caso si tratta di una reazione avversa mediata da meccanismi immunitari, nei confronti di una o più proteine del latte vaccino, solitamente le caseine o la beta-lattoglobulina del siero del latte.

La frazione proteica del latte è costituita per l’80% da caseine o aggregati di proteine o micelle e per il restante 20% da sieroproteine o proteine solubili.

ll siero di latte è la parte liquida del latte che si separa dalla cagliata nel corso della caseificazione. Il siero è utilizzato essenzialmente per produrre la ricotta.

Lattosio

La ricotta contiene lattosio, proteine, sali minerali e tracce di lipidi.

Il siero del latte è anche un’ottima fonte di proteine.

Le proteine del siero possono essere presenti in differenti concentrazioni e sono particolarmente ricche di aminoacidi ramificati.

Solitamente le proteine del siero di latte usate nell’alimentazione umana e in particolare quella sportiva o dietetica hanno un titolo proteico di almeno il 70% e basse percentuali di lattosio.

Esistono anche forme di proteina del siero idrolizzata; questo tipo di proteina si ottiene mediante acidificazione oppure trattando la proteina con enzimi, lo scopo è di ottenere una proteina parzialmente predigerita e ipoallergenica.

In pratica non contengono lattosio i formaggi stagionati (Parmigiano Reggiano 30 mesi, grana padano 36 mesi, emmethal, gruyère, pecorino stagionato 30-40 mesi, fontina DOP, mascarpone, asiago, provola (dolce, piccante, affumicata), robiola, caciocavallo).

Formaggi che contengono poco lattosio: feta, caprino, taleggio, yogurt.

Verità e fake news della dieta senza glutine.

Verità e fake news della dieta senza glutine.

Continua ad aumentare.

Seppur gradualmente, il numero di persone cui viene diagnosticata la celiachia in Italia.

Nel 2017 In Italia i celiaci diagnosticati sono stati 206.561 (0,34% della popolazione):
le diagnosi ogni anno aumentano del 10%, ma su una prevalenza stimata dell’1%, si stima che i celiaci dovrebbero essere circa 600.000.

Esistono quindi circa 420.000 persone che non sanno di esserlo.

Ancora oggi l’unica prescrizione ‘terapeutica’ per la celiachia è un regime alimentare privo di glutine.

Nel 2017 il Servizio sanitario nazionale ha speso in prodotti senza glutine circa 250 milioni di euro, con una media annua nazionale di circa 1.200 euro pro capite.

Nel 2018 sono stati pagati alle Regioni 320mila euro per somministrare pasti senza glutine e 534mila per le attività formative degli operatori alimentari della ristorazione.

Nel contempo siamo ossessionati dai cibi FREE FROM, alla ricerca, molte volte paranoica, del CIBO SENZA CIBO!

In Europa il business dei prodotti free from è aumentato del 5,1% e ha raggiunto un fatturato pari a 2.022 milioni di euro.

Più in dettaglio, il segmento dei prodotti gluten free ha registrato un volume d’affari pari a 175 milioni di euro con una crescita del +22%. Anche il mercato dei prodotti lactose free non è da meno con un volume d’affari di 393 milioni di euro e una crescita del +18%.

Ecco quindi che 6 milioni gli italiani mangiano senza glutine senza essere celiaci.

Ogni anno spendono 105 milioni di euro per alimenti di cui in realtà non avrebbero bisogno. Perché?

Sono spinti da falsi miti e da mode di star, starlette e superstar che non mangiano nulla che contenga glutine, convinti di avere benefici per la salute e per la forma fisica.

In particolare 1 italiano su 10 ritiene che la dieta gluten-free sia più salutare e 3 su 10 pensano che faccia dimagrire, sostenuto in questo da fake-news, false credenze e passaparola.

Intraprendere una dieta priva di glutine senza una diagnosi precisa rischia di vanificare la possibilità di scoprire se la celiachia sia la vera causa dei propri malesseri.

Inoltre i prodotti senza glutine non aiutano a dimagrire perché hanno un indice glicemico più alto degli alimenti tradizionali.

Per risolvere questo problema molto spesso i lipidi sono aggiunti negli alimenti gluten-free, elevando così l’apporto calorico.

Inoltre una alimentazione gluten-free contiene più sale, zuccheri e grassi dei prodotti convenzionali.

Come viene sostituito il “collante” del glutine? Con gli additivi, vietati nella pasta tradizionale, e consentiti in quelle “speciali”.

Se analizziamo gli ingredienti scopriamo che, fatta eccezione di pochi prodotti, la maggior parte ricorre all’emulsionante, E471 o mono- e digliceridi degli acidi grassi.

Il motivo?

Per legare meglio l’impasto, una funzione che nella pasta “tradizionale” è svolta proprio dal glutine e dal suo potere di collante.

Infine uno sguardo ai prezzi:

la media di un chilo di pasta costa circa 5,05 euro, contro i 2 euro circa di quella tradizionale.

Una spesa non da poco per la quale scegliere ad occhi aperti vale ancora di più. Esiste poi il problema della “gluten sensitivity”, la sensibilità al glutine di cui soffrirebbero molti consumatori non necessariamente affetti dal morbo celiaco.

Aver mangiato per anni farine raffinate, o paste con grani selezionati per avere un elevato contenuto proteico, piuttosto che essere stati abituati a mangiare pane o pizza addizionati da “miglioratori chimici” per abbreviare i tempi di lievitazione, possono aver influito nella diffusione di queste patologie?

Nel passato la lievitazione era un processo che richiedeva anche 12-14 ore di tempo durante il quale gli enzimi del lievito digerivano i frammenti potenzialmente tossici del glutine.

Adesso questo processo, a livello industriale, richiede due ore, durante le quali gli enzimi del lievito “digeriscono” solo una piccola parte del carico tossico del glutine. E di conseguenza questo tipo di panificazione può influire sullo sviluppo della patologia. Infatti, solo il 6,6% dei pazienti con presunta sensibilità al glutine in uno studio italiano aveva effettivamente la nonceliac gluten sensitivity (NCGS).

Di questi, l’86% non ha avuto sintomi quando il glutine è stato reintrodotto (Capannolo A et al. Digestion 2015;92:8-13). Altre condizioni come la sindrome dell’intestino irritabile, la proliferazione batterica dell’intestino tenue e l’intolleranza al fruttosio e al lattosio possono essere responsabili dei sintomi nelle persone autodiagnosticate con sensibilità al glutine.

Quelli con NCGS non hanno l’allergia al glutine o al grano, ma hanno esperienza di sintomi gastrointestinali o extraintestinali indotti specificamente dal glutine.

Recenti prove hanno supportato l’ipotesi che alcune persone con sensibilità agli oligosaccaridi fermentescibili, ai disaccaridi, ai monosaccaridi e ai polioli Sorbitolo (E420), Mannitolo (E421), Isomalto (E953), Maltitolo (E965), Lattitolo (E966), Xylitolo (E967), Eritrolo (E968) possano essere classificate in modo errato come aventi NCGS.

Per disturbare ancora di più questi pazienti, che spesso mangiano solamente male, in maniera compulsiva e/o disordinata, è nata la dieta FODMAP (acronimo di “Fermentabili Oligo-, Di- e Mono-saccaridi e Polioli), secondo la quale alcuni carboidrati non possono essere digeriti o assorbiti bene.

Quindi evitano accuratamente fruttosio, miele e sciroppo di agave, che comunque sono presenti spesso nei soli alimenti confezionati dall’industria.

Quindi molto spesso è la stessa tecnologia industriale che, da un lato produce disturbi alimentari, dall’altro è FRENDLY e “ci” viene incontro con altri alimenti, spesso più costosi,  FREE FROM!

In conclusione, è indispensabile valutare quale sia la nostra alimentazione e, in caso di disturbi gastrointestinali e non solo, è il caso di recarsi presso centri o professionisti qualificati, al fine di diagnosticare in maniera corretta i nostri sintomi. Comunque, anche dopo aver diagnosticato la malattia celiaca è il caso di evitare una iperalimentazione, che espone inevitabilmente al rischio di sovrappeso-obesità e diabete.

Anche in questo caso una corretta educazione alimentare di tipo mediterraneo potrà consentirci i migliori risultati.