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Calorie che si consumano con un menù natalizio

A cura di Giorgio Pitzalis

Fare festa alle “Feste”

Se siete tipi da “senso di colpa”, non leggete quest’articolo; se invece siete curiosi… scoprite quante deliziose calorie si consumano con un menù natalizio.

Comunque non c’è scampo: il menù Natalizio e Capodanno non possono essere light.

In nessuna cultura culinaria, in nessuna tradizione regionale, in nessuna realtà eno-gastronomica è presente un piatto che sia allo stesso tempo natalizio e dietetico.

Mettiamoci l’anima in pace e scopriamo quante calorie si consumano con un pranzo di Natale e… non solo!

Antipasti (per porzione):

  • salumi misti e pane (300 kcal ca)
  • tartine al salmone (200 kcal)
  • cocktail di gamberi (200 kcal).

Primi:

  • tortellini in brodo (480 kcal)
  • tortellini alla panna (592 kcal)
  • lasagne (688 kcal)
  • pasta al forno (524 kcal)
  • risotto ai frutti di mare (500 kcal).

Secondi:

  • bollito misto (370 kcal)
  • cappone (300 kcal)
  • abbacchio (444 kcal)
  • arrosto di arista (335 kcal).

Dolci:

  • panettone (365 kcal)
  • pandoro (280 kcal)
  • torrone (460 kcal)
  • struffoli (470 kcal).

Ovviamente parliamo complessivamente di alimenti nutrizionalmente validi ma ritenuti non propriamente salubri e certamente lontani dalla frugalità della dieta mediterranea.

Insomma è molto probabile che i buoni propositi si sono arresi di fronte a lasagne, minestre “maritate”, baccalà, abbacchio, cappone e capitone.

In pratica, quanto pesa il Natale sulla nostra salute? In media 2 chili, ma può arrivare fino a 5.

Di tanto, infatti, può aumentare il nostro peso a causa degli ‘stravizi’ alimentari che ci concediamo durante le feste.

Questo aumento di peso è solo in parte dovuto a pranzi e cenoni: ad influire sono soprattutto la cattiva abitudine di mangiucchiare durante l’intero arco della giornata, ma anche il trascurare ogni principio di sana alimentazione e corretta idratazione.

Comportamenti scorretti che sarebbero dettati dal tentativo di combattere la noia, dalle lunghe ore passate davanti alla TV e dalla voglia di lasciarsi andare dopo lo stress accumulato durante l’anno.

Tutte cose che inducono gli italiani, in media, ad assumere 1.000-1.500 kcal in più al giorno, su una dieta consigliata di 2.000 in totale.

A questo punto non è necessario né lanciarsi in una rigida dieta, né rinunciare del tutto a festeggiare: molto meglio tornare per gradi a una sana alimentazione e reintrodurre nel proprio organismo tutti quegli elementi, come frutta e verdura, che durante le abbuffate natalizie vengono trascurati.

Tra i consigli c’è anche quello di non saltare la colazione, di limitare i cibi dolci, di preferire l’acqua alle bevande caloriche e di praticare attività fisica.

Quindi, visto che non si ingrassa tra Natale e Capodanno ma da Capodanno e Natale, vediamo di fissare qualche concetto utile ad un condivisibile stile alimentare.

In genere cerchiamo di evitare frutta e verdura, completamente fuori stagione ma che troppi italiani scelgono comunque noncuranti dei tantissimi chilometri che devono percorrere per arrivare sulle nostre tavole.

La Coldiretti punta il dito su una Black list di cibi che sarebbe decisamente meglio evitare se abbiamo a cuore l’ambiente oltre che il nostro portafoglio. Si parla ad esempio di ciliegie e pesche provenienti dal Cile, che per raggiungerci devono superare 12mila chilometri con un consumo di 6,9 chili di petrolio e drammatiche emissioni di anidride carbonica: ben 21,6 chili!

L’elenco, frutto di uno studio divulgato dalla Coldiretti, è molto lungo: mirtilli dall’Argentina, anguria dal Brasile, noci dalla California, ecc. Un chilo di mirtilli dall’Argentina deve volare per più di 11mila chilometri con un consumo di 6,4 kg di petrolio che liberano 20,1 chili di anidride carbonica e l’anguria brasiliana viaggia per oltre 9mila km, brucia 5,3 chili di petrolio e libera 16,5 chili di anidride carbonica per ogni chilo di prodotto, attraverso il trasporto con mezzi aerei.

Ma abbiamo davvero bisogno di questi cibi? Assolutamente no.

È invece possibile, nel nostro piccolo fare qualcosa per combattere i cambiamenti climatici.

Non acquistare prodotti fuori stagione che arrivano dall’altra parte del mondo è un modo concreto che abbiamo per aiutare il pianeta.

In questo modo poi si risparmiano anche molti soldi, dato che i prezzi di questi alimenti arrivano ad essere dieci volte superiori a quelli di frutta di stagione e di provenienza italiana come arance, mandarini, mele, pere, ecc. Ne guadagna infine anche il sapore: i prodotti di stagione, si sa, sono molto più buone!

Altra considerazione. Ognuno di noi getta, in media, 76 kg di cibo ogni anno e quasi la metà di questo spreco è “generato” nelle nostra case, con un esborso di 60 euro al mese.

In media lo spreco domestico è pari all’8% di quanto acquistato. E questo mentre in Italia sono oltre 6 milioni le persone che non hanno denaro a sufficienza per alimentarsi adeguatamente ed hanno bisogno di aiuto per mangiare.

Ancora, gli sprechi alimentari ammontano a 12,5 mld di euro che sono persi per il 54% al consumo, per il 21% nella ristorazione, 15% nella distribuzione commerciale, per l’8% nell’agricoltura e per il 2% nella trasformazione.

Quindi, cerchiamo di fare attenzione ai nostri acquisti, anche perché siamo in buona compagnia. Sei multinazionali (Sodexo, Unilever Food Solutions, PepsiCo, Ardo, McCain, SCA) e il WWF hanno lanciato una campagna europea per combattere lo spreco di cibo lungo la filiera dei servizi di ristorazione.

La campagna, promossa dall’International Food Waste Coalition (IFWC), un’associazione senza scopo di lucro creata la scorsa primavera, partirà a gennaio in Italia, Francia e Gran Bretagna, e prevede iniziative nelle mense scolastiche, coinvolgendo bambini, cuochi, docenti e genitori, anche modificando i menù, per ridurre lo spreco.

Solo nel 2014 la catena britannica di supermercati Tesco ha buttato via 55.400 tonnellate di cibo, di cui 30.000 ancora perfettamente commestibili.

Cosa fare del pane, della frutta e della verdura rimasti sugli scaffali a fine giornata?

Il progetto, già attivo in Irlanda, verrà sperimentato in 10 punti vendita del Paese e successivamente verrà esteso a tutto il territorio.

Anche Asda e Sainsbury’s, altre due importanti catene di supermercati del Regno Unito, collaborano con FareShare per riutilizzare il cibo che verrebbe buttato via ancor prima di raggiungere lo scaffale. Avviene, infatti, che nei magazzini venga consegnata troppa merce rispetto alla quantità di cui i supermercati hanno effettivamente bisogno, e siano impiegate risorse perché questa venga rispedita al mittente che si occuperà dello smaltimento.

In Italia sono già presenti Banco Alimentare e molte catene hanno degli accordi privati con associazioni e onlus indipendenti che si occupano di ridistribuire il cibo inutilizzato.

Si tratta solo di formare delle collaborazioni con i supermercati per creare un metodo sistematico come quello britannico.

Ma in Italia c’è più di un problema. Esiste il paradosso dello spreco elevato a sistema: se un’azienda fa cento pagnotte e ne avanzano dieci, regalare queste ultime a chi ha fame è per lei, con le regole di oggi, più complicato e costoso che buttarle semplicemente nel pattume e buonanotte.

P.S. Sul finire del 2015, proprio come nel magistrale film di Marco Ferreri, La grande abbuffata, una dozzina di anziani sono finiti in ospedale a Genova per postumi del cenone di Natale. Alcuni di loro hanno mangiato e bevuto tanto da perdere i sensi per alcuni secondi. Attenzione quindi a conservare, a tutte le età, una giusta autostima, al fine di evitare “abbuffate incontrollabili” o BED (Binge eating disorder).

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