NEW

Dieta mediterranea e morbo di Alzheimer

Dieta mediterranea e morbo di Alzheimer. La malattia di Alzheimer (AD) è la causa più comune di demenza negli adulti, in media l’11% e aumenta con l'età tanto che è tra le prime 10 cause di morte di questa fascia di età; rappresenta una questione importante sia per i...

Io spero di farcela… nelle sale di attesa

Le sale di attesa, infatti, per noi informatori scientifici del farmaco possono diventare davvero pesanti, uno perché può protrarsi davvero a lungo, due perché le persone tendono ad additarti come il “rappresentante” che sta lì solo per fare due chiacchiere con il...

Vuoi bene alla tua pelle? Allora mangia così!

Il rapido aumento delle malattie metaboliche, avvenuto negli ultimi tre decenni sia nei paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo, è stato collegato all'aumento del consumo di zuccheri aggiunti e del consumo di bevande zuccherate. Evitarli, significa...

Latte vaccino

Il recupero post-esercizio è un processo complesso che varia in base alla natura dell'esercizio, al tempo che intercorre tra le sessioni di allenamento ed ai diversi obiettivi dell'operatore. Da un punto di vista nutrizionale, le principali considerazioni sono:...

LA STORIA DELLA PRIMA COLAZIONE

È improbabile che la prima colazione sia esistita prima dello sviluppo dell'allevamento, dell'agricoltura e dell'acquisizione della capacità di conservare il cibo. Prima di allora "il pasto" in generale era il risultato di una caccia fortunata o di fortuiti...
Latte Sano, chi pensa Sano ama il buono della vita.
Dieta mediterranea e morbo di Alzheimer

Dieta mediterranea e morbo di Alzheimer

Dieta mediterranea e morbo di Alzheimer.

La malattia di Alzheimer (AD) è la causa più comune di demenza negli adulti, in media l’11% e aumenta con l’età tanto che è tra le prime 10 cause di morte di questa fascia di età; rappresenta una questione importante sia per i costi sociali che per la salute pubblica, poiché l’aumento dell’aspettativa di vita della popolazione è correlata inevitabilmente allo sviluppo del deterioramento cognitivo.

I fattori di rischio associati all’AD sono classificati come modificabili e non modificabili.

I fattori modificabili includono malattie cardio-metaboliche come diabete mellito di tipo 2 (DM II), sindrome metabolica (SM), dislipidemia, ipertensione arteriosa e obesità, quest’ultima correlata a stile di vita sedentario, mancanza di attività fisica e dieta sbilanciata.

I dati tratti dalla metanalisi di Profenno et al. (Biol Psychiatry 2010; 67 (6): 505-12.), rivelano che l’obesità aumenta del 20% il rischio di soffrire di AD.

A causa della grande quantità di tessuto adiposo presente nella maggior parte di questi pazienti, si verificherà una maggiore generazione di citochine pro-infiammatorie, aumentando lo stress ossidativo.

La dislipidemia aumenta il rischio di malattie cardiovascolari e cerebrovascolari, che costituiscono fattori di rischio per l’AD.

In particolare, è stato osservato che negli adulti, tra i 40 e i 64 anni, l’ipertensione è correlata ad un aumentato rischio di compromissione cognitiva, demenza e AD.

I fattori di rischio sopra descritti possono essere gestiti e prevenuti mantenendo uno stile di vita sano, che è correlato a una corretta dieta ed esercizio fisico.

Sulla base di ciò che è stato osservato attraverso vari studi, si raccomanda il consumo e l’elevata aderenza a una dieta mediterranea.

Dieta mediterranea e morbo di Alzheimer

Negli anni ’60, i risultati di uno studio epidemiologico condotto da Ancel Keys in cui sono stati analizzati gli aspetti dietetici e lo stile di vita delle persone, hanno mostrato che la popolazione che viveva vicino al Mar Mediterraneo aveva una minore incidenza di malattie cardiovascolari. U

na dieta mediterranea si traduce in una dieta ricca di verdure, frutta, legumi, cereali e olio d’oliva, un basso apporto di carne rossa e grassi saturi, un consumo moderato di pesce e uova, accompagnando i pasti con spezie e un basso apporto di vino a quantità moderata.

Le abitudini alimentari possono quindi avere conseguenze significative nella prevenzione o lo sviluppo di malattie come AD.

In questo modo i risultati di una serie di studi epidemiologici hanno collegato un’elevata aderenza alla dieta mediterranea con una maggiore longevità, una minore prevalenza di malattie croniche e una riduzione del 10% del rischio di eventi cardiovascolari, oltre a ridurre il rischio di deficit cognitivo indipendentemente dal fatto che la persona svolga regolarmente o meno attività fisica.

Oltre alla dieta, è stato stabilito che svolgere attività fisica su base regolare provoca un aumento del flusso sanguigno, migliora l’ossigenazione e l’apporto di glucosio a livello cerebrale, oltre ad attivare fattori di crescita che promuovono un aumento della densità capillare cerebrale.

La stimolazione cerebrale e l’attività intellettuale attraverso giochi, puzzle, cruciverba e promozione della lettura può avere un ruolo abilitante nella protezione contro lo sviluppo di AD.

L’infiammazione svolge un ruolo preponderante nella patogenesi di entrambe le malattie (AD e SM).

L’effetto antinfiammatorio osservato in pazienti con elevata aderenza alla dieta mediterranea si traduce in una diminuzione dei marker infiammatori a livello del plasma come la proteina Creattiva ultrasensibile (PCR us).

Il consumo di alimenti che forniscono acidi grassi omega-3 è associato alla riduzione del rischio di demenza e compromissione cognitiva, dovuta all’integrazione di acido eicosapentaenoico (EPA) e DHA attraverso la dieta, che hanno effetti anti-infiammatori e sono essenziali per corretto funzionamento sia neuronale che cerebrale.

Nei pazienti con AD, è stato osservato un ridotto livello plasmatico di DHA e uno studio ha stabilito che un aumento di questo si correla significativamente con una diminuzione prossima al 39% del rischio di ammalarsi di AD (Otaegui-Arrazola A et al. Eur J Nutr 2014; 53 (1): 1-23).

L’assunzione di frutta e verdura consente l’incorporazione nel corpo di composti con attività antiossidante, che sono correlati a una riduzione dei livelli di PCR e omocisteina.

Dieta mediterranea e stress ossidativo.

I radicali liberi e le specie reattive dell’ossigeno che si generano nel corpo sono normalmente neutralizzati da molecole endogene; tuttavia questo equilibrio antiossidante è alterato nelle patologie legate all’età, come l’AD, favorendo una maggiore produzione di specie ossidative che sono associati a danno neuronale.

La dieta mediterranea contribuirebbe a ridurre lo stress ossidativo, ad esempio l’olio d’oliva contiene micronutrienti che hanno potenziali effetti antiossidanti, oltre ad avere acidi grassi monoinsaturi che hanno effetti benefici sulla pressione sanguigna e sul profilo lipidico. Insieme sono in grado di migliorare la DM e ridurre il rischio di trombosi.

L’alcol potrebbe accentuare lo stress ossidativo, quindi è essenziale regolare la quantità in cui viene consumato.

Una meta-analisi di numerosi studi effettuati ha dimostrato che l’alcool, ingerito moderatamente, è correlato a un minor rischio di sviluppare AD.

L’effetto antiossidante del vino rosso è dovuto alla grande quantità di polifenoli che contiene, tra cui il resveratrolo che proteggerebbe i vasi sanguigni da processi infiammatori, ossidativi, aggregazione piastrinica e formazione di trombi, tipici dell’aterosclerosi.

Alcuni studi hanno concluso che la vitamina E, presente in semi, noci e verdure a foglia verde, potrebbe ridurre il rischio di soffrire di demenza o di AD.

Il consumo di alimenti ricchi di carotenoidi e vitamina C aiuterebbe nella protezione contro la lipoperossidazione.

Insieme a questo, la vitamina C è in grado di ridurre la produzione di nitrosamina, contribuendo alla riduzione dello stress ossidativo.

Infine, diversi studi supportano il ruolo protettivo degli acidi grassi polinsaturi poiché riducono lo stress ossidativo e favoriscono la funzione neuronale e vascolare, riducendo il rischio di AD e demenza.

Dieta mediterranea e protezione cardiovascolare.

La dieta mediterranea è in grado di ridurre la glicemia, l’insulinemia e l’insulino-resistenza, oltre a migliorare la pressione sistolica e ridurre i livelli di colesterolo.

La SM rappresenta uno dei fattori di rischio per lo sviluppo di AD ed è stato stabilito che la sua prevalenza può essere ridotta attraverso cambiamenti nelle abitudini alimentari.

La dieta mediterranea ha un impatto positivo sulla sclerosi multipla, poiché è stato dimostrato che è in grado di ridurre i LDL ossidati e i lipidi plasmatici, oltre a inibire l’attivazione delle cellule immunitarie e ridurre l’infiammazione vascolare. Tutto questo consente una protezione anche contro sviluppo di aterosclerosi.

Il consumo di acidi grassi polinsaturi protegge dalle malattie vascolari, poiché migliorando alcuni fattori di rischio associati, sono in grado di ridurre i trigliceridi, la pressione sanguigna e migliorare il funzionamento del miocardio; al contrario, una dieta che comporta il consumo di grassi saturi e trans, aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, DM II e con esso l’AD.

Tratto da Miranda A. et al. Role of Mediterranean diet on the prevention of Alzheimer disease. Rev Med Chil. 2017 Apr;145(4):501-507.

Vuoi bene alla tua pelle? Allora mangia così!

Vuoi bene alla tua pelle? Allora mangia così!

Il rapido aumento delle malattie metaboliche, avvenuto negli ultimi tre decenni sia nei paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo, è stato collegato all’aumento del consumo di zuccheri aggiunti e del consumo di bevande zuccherate. Evitarli, significa voler bene alla tua pelle.

Un argomento emergente nella patogenesi delle malattie metaboliche legate alla nutrizione moderna è il ruolo degli Advanced Glycation Endproducts (AGE).

Gli AGE possono essere ingeriti con alimenti trasformati ad alta temperatura (es. fritture), ma anche formati endogeni a seguito di un’elevata assunzione di zucchero nella dieta.

In effetti, gli AGE derivati ​​dalla dieta hanno dimostrato di interferire con molte funzioni cellulari come la sintesi lipidica, l’infiammazione, le difese antiossidanti e il metabolismo mitocondriale.

Inoltre, prove emergenti anche nell’uomo suggeriscono che questo impatto degli AGE dietetici su diverse vie di segnalazione può contribuire all’insorgenza di danni agli organi nel fegato, nei muscoli scheletrici e cardiaci e nel cervello, influenzando non solo il controllo metabolico, ma la salute globale.

Negli ultimi quarant’anni sono state osservate modifiche significative della composizione della dieta umana, nonché della frequenza e dei tempi di assunzione di energia e nutrienti, che rappresentano potenziali fattori di rischio per lo sviluppo di malattie metaboliche.

È stato descritto un aumento dell’apporto energetico giornaliero di 505 kcal, corrispondente al 25%, dal 1970 al 2010, ed è stato stimato un aumento del consumo pro capite di alimenti da 5 kg a 70 kg all’anno dal 1800 al 2006.

Sulla base di queste osservazioni, le attuali Linee guida per le raccomandazioni nutrizionali e sulla salute suggeriscono che una dieta sana deve fornire non più del 5% dell’apporto energetico totale come zuccheri semplici.

Al contrario, attualmente, il 13% della popolazione americana consuma oltre il 25% dell’apporto energetico giornaliero in zucchero. M Aragno, R Mastrocola Dietary Sugars and Endogenous Formation of Advanced Glycation Endproducts: Emerging Mechanisms of Disease. Nutrients. 2017 Apr; 9(4): 385.

Gli anni passano e molti credono che, inevitabilmente, le rughe devono essere presenti in misura sempre maggiore.

Non è vero: la genetica influisce solo per il 20-30% sulla precocità dell’invecchiamento.

Diversi sono i fattori che accelerano questo fenomeno:

Al di sotto della nostra pelle è presente il derma, una sorta di reticolo di fibre che costituisce la struttura portante della nostra pelle, rappresentata essenzialmente dal collagene.

Il collagene è la proteina più abbondante del corpo umano.

Ma attenzione:

il collagene ha un grande nemico, la glicazione.

La glicazione è una reazione chimica non enzimatica nella quale molecole di zucchero reagiscono – nel sangue, fuori e dentro le cellule – con proteine, dando luogo alla formazione di glicoproteine deformate e mal funzionanti (reazione di Maillard). In pratica un eccessivo introito alimentare di zuccheri (glicemia oltre 120 mg/dl), impedisce l’entrata dello zucchero nelle cellule e viene trattenuto sia dall’emoglobina glicata (HbA1c) che dal collagene.

Il processo di glicazione determina la formazione dei prodotti avanzati della glicazione (AGE, advanced glication endproducts).

La conseguenza è l’alterazione morfo-funzionale del connettivo e quindi la degenerazione estetica e funzionale, che determina comparsa di rughe, rallentamento del tempo di guarigione delle ferite, perdita di elasticità dei tessuti, disorganizzazione delle macromolecole, perdita di matrice extracellulare.

I prodotti della reazione di Maillard, oltre a derivare da prodotti glicosilati, si formano anche a partire da intermedi di derivazione lipidica, da cui poi si generano i prodotti avanzati di lipossidazione (ALEs).

In pratica gli AGE sono molecole molto invecchianti perché aumentano, anche di 50 volte, la formazione di radicali liberi, molecole altamente nocive per le cellule stesse.

La dislipidemia, fenomeno molto frequente, costituisce pertanto una ulteriore importante fonte di alterazione proteica.

Gli AGE si legano a particolari recettori sulla membrana cellulare, RAGE (receptor for age), inducendo stress ossidativo e promuovendo il processo di infiammazione.

La dieta, e in particolare la modalità di cottura, può essere un’ulteriore significativa sorgente ambientale di AGE.

La quantità di AGE presenti nei cibi dipende dalle temperature di cottura, dal tempo di cottura, dalla presenza di vapore.

La cottura a fuoco vivo (225 °C) e la frittura (177 °C) determinano la formazione della maggior quantità di AGEs, seguite dalla cottura arrosto (177 °C) e dalla bollitura (100 °C) Goldberg T et al. Advanced glycoxidation end products in commonly consumed foods. J Am Diet Assoc 2004; 104(8):1287-1291.

La limitazione di alimenti ad alto contenuto di zucchero e di carboidrati raffinati e il controllo della quantità giornaliera di carboidrati assunti permettono un migliore controllo della glicemia, della secrezione di insulina, e una protezione dall’incremento della insulino-resistenza.

Il controllo dei fenomeni di iperglicemia permette inoltre di contenere la produzione di radicali liberi.

Al contrario, l’eccessiva assunzione calorica e l’adiposità causano infiammazione sistemica e la restrizione calorica senza malnutrizione determina potenti effetti antinfiammatori.

Quando si accumula grasso e gli adipociti aumentano di volume, il tessuto adiposo va incontro ad alterazioni molecolari e cellulari, aumentano la PCR plasmatica mentre la concentrazione sierica di AGE può essere ridotta dalla restrizione calorica.

In generale l’obiettivo principale del trattamento dietetico è quello di aumentare il numero dei recettori e la sensibilità all’insulina.

La resistenza all’insulina migliora con:

  • riduzione del peso di 5-6 kg se si è in soprappeso;
  • adeguata riduzione dei carboidrati;
  • preferenza di carboidrati a basso indice glicemico;
  • aumento dell’attività fisica;
  • aumento degli acidi grassi omega 3.

La riduzione parziale dei carboidrati e la sostituzione delle calorie da carboidrati con grassi monoinsaturi e polinsaturi prevengono il diabete e quindi i fenomeni di glicazione, in quanto abbassa i livelli di insulina.

Per evitare un aumento del totale delle calorie, i grassi mono e polinsaturi (per esempio, noci e semi di girasole) possono sostituire in parte carne e farinacei.

Gli alimenti più dannosi in termini di glicazione sono i carboidrati raffinati, poveri di fibre, di vitamine antiossidanti, di minerali, contenenti una alta percentuale di zuccheri ad alto indice glicemico, che determinano rapido aumento della glicemia e dell’insulina e rappresentano per tutti ma soprattutto per i sedentari un danno severo.

In conclusione è utile assumere molta frutta e verdura, ridurre le proteine animali a favore legumi e preferire i cereali integrali e l’olio EVO. Questo al fine di ridurre sia i picchi glicemici che ridotte quantità di AGE.

Latte vaccino

Latte vaccino

Il recupero post-esercizio è un processo complesso che varia in base alla natura dell’esercizio, al tempo che intercorre tra le sessioni di allenamento ed ai diversi obiettivi dell’operatore.

Da un punto di vista nutrizionale, le principali considerazioni sono:

  1. ottimizzazione del turnover delle proteine ​​muscolari;
  2. risintesi del glicogeno;
  3. reidratazione;
  4. gestione del dolore muscolare;
  5. gestione appropriata del bilancio energetico.

Il latte è approssimativamente isotonico (osmolalità di 280-290 mosmol / kg) e la miscela di proteine, carboidrati, acqua e micronutrienti di alta qualità (in particolare sodio) lo rende particolarmente adatto come bevanda post-allenamento in molte discipline sportive.

La ricerca ha dimostrato che l’ingestione di latte vaccino post-esercizio ha il potenziale di influire positivamente sul recupero acuto e sull’adattamento all’addestramento cronico.

Il latte aumenta la sintesi e la reidratazione delle proteine ​​muscolari post-esercizio, può contribuire alla risintesi del glicogeno post-esercizio e attenua la dolenzia ed eventuali deficit funzionali muscolari post-esercizio.

Per questi aspetti del recupero, il latte è una salutare e valida alternativa alle bevande di recupero disponibili in commercio, ma è più completo ed economico.

È stato anche dimostrato che l’ingestione di latte post-esercizio riduce il successivo apporto energetico e può portare più facilmente a cambiamenti della composizione corporea, unitamente all’esercizio fisico.

Ciò significa che coloro che esercitano per scopi di gestione del peso potrebbero essere in grado di influenzare in modo benefico il recupero post-esercizio, pur mantenendo il deficit energetico creato dall’esercizio.

Cow’s milk as a post-exercise recovery drink: implications for performance and health. Lewis J.J et al. European Journal of Sport Science Volume 19, 2019 – Issue 1: Exercise Nutrition for Health

LA STORIA DELLA PRIMA COLAZIONE

LA STORIA DELLA PRIMA COLAZIONE

È improbabile che la prima colazione sia esistita prima dello sviluppo dell’allevamento, dell’agricoltura e dell’acquisizione della capacità di conservare il cibo.

Prima di allora “il pasto” in generale era il risultato di una caccia fortunata o di fortuiti ritrovamenti di erbe, radici, frutti, fiori, larve o insetti.

La prima colazione, in particolare, richiedeva e tutt’oggi prevede la preventiva acquisizione di cibo.

Di fatto, le prime notizie sulla “prima colazione” si trovano nell’Odissea (VIII sec. a.C.) dove il pasto di Ulisse di primo mattino è costituito da avanzi di maiale consumato la sera precedente, accompagnati da pane e vino con l’aggiunta di miele (Odissea, Libro 16).

“E di nuovo Ulisse si pose a sedere. E il porcaio verdi virgulti al suolo dispose; e di sopra una coltre; e quivi allor sedè d’Ulisse il diletto figliuolo.

Ed il porcaro ad essi sui piatti le carni arrostite mise dinanzi, rimaste dal giorno innanzi alla mensa, entro i canestri ammucchiò sollecito il pane, ed infuse entro una coppa d‘ ellera il vino piú dolce del miele; ed egli stesso sedè dinanzi ad Ulisse divino”.

Nel Vangelo secondo Luca, la colazione dei pescatori del lago di Tiberiade (Luca: 5, 1-11) che avevano trascorso la notte in mare a pescare, consisteva, invece, in pane e pesci abbrustoliti sul fuoco.

Un giorno, mentre, levato in piedi, stava presso il lago di Genèsaret e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, vide due barche ormeggiate alla sponda.

I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca.

Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone:

«Prendi il largo e calate le reti per la pesca».

Simone rispose:

«Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti».

E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano.

Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli.

Essi vennero e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano.

Al veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo:

«Signore, allontanati da me che sono un peccatore».

Grande stupore infatti aveva preso lui e tutti quelli che erano insieme con lui per la pesca che avevano fatto; 1così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».

Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Come testimoniato negli epigrammi di Marziale, la prima colazione sembra essere stata una presenza importante nell’antica Roma, come parte di un modello alimentare già strutturato in tre pasti:

  • colazione (ientaculum)
  • pranzo (prandium)
  • cena (caenam).

Questo modello invece venne meno nel corso del Medio Evo a seguito delle discese dei “barbari”, con il sopravvento della cultura germanica e di quella anglosassone.

Le tribù germaniche infatti consumavano due soli pasti al giorno, il principale dei quali al mattino e uno più leggero nel pomeriggio.

In tempi in cui ci si svegliava all’alba per eseguire i primi lavori della giornata, si faceva un abbondante pasto (curiosamente chiamato “dinner”) intorno alle 9.00 del mattino.

Probabilmente, anche a causa del miglioramento delle condizioni di vita, l’illuminazione artificiale e la moderna organizzazione del lavoro, nel corso dei secoli quest’orario si è spostato progressivamente in avanti fino a fondere addirittura il dinner con il pasto serale (“supper”) e a rendere indispensabile l’introduzione di un altro pasto al mattino presto.

Dunque, il breakfast di oggi è quello che era il dinner di un tempo, termine derivante dal tardo latino disjejunere, cioè interruzione del digiuno.

Anche la religione ha influenzato in qualche modo l’atteggiamento nei confronti della prima colazione, relegata da Tommaso D’Aquino tra i peccati di gola (Summa Theologica,1265-1274).

Di fatto, probabilmente fino al XV secolo, l’abitudine prevalente era il consumo di soli due pasti al giorno.

I moralisti non vedevano di buon occhio l’interruzione del digiuno notturno ad un’ora troppo mattutina, quindi i membri della chiesa e le classi medio-alte evitavano di farlo.

Per ragioni pratiche, la colazione del mattino veniva comunque consumata dalle classi lavoratrici ed era tollerata per i bambini, per le donne, per gli anziani e gli ammalati.

Dal momento però che la chiesa predicava contro i peccati di gola e le altre debolezze della carne, gli uomini tendevano a vergognarsi dell’abitudine alla colazione, considerata segno di debolezza.

A partire dal XVI secolo però si riafferma l’idea che la prima colazione sia un pasto importante. In quel periodo i più poveri consumavano per colazione farinate a base di avena, riso e altri cereali, mentre i nobili e i più ricchi aggiungevano uova e carne.

L’abitudine al consumo di una colazione abbondante, ulteriormente arricchita dall’arrivo in Europa del tè, del caffè e del cacao, prese piede anche negli Stati Uniti.

Per concludere, la prima colazione è davvero fondamentale.

Al risveglio è necessaria una buona carica di nutrienti per affrontare l’intera giornata.

Per questo motivo deve rappresentare circa il 20% dell’apporto calorico giornaliero.

Fare colazione aiuta a bilanciare la fame che si ha durante il giorno, regola la produzione della massa muscolare e aiuta a perdere peso più facilmente.

Inoltre la colazione è un bellissimo momento da passare in famiglia.

Svegliarsi tutti insieme e mangiare qualcosa prima di dividersi per le proprie faccende è un momento davvero magico della giornata, per alcuni il più bello.

Purtroppo, in Italia, la prima colazione è spesso screditata o saltata e un ridotto o assente consumo di latte o yogurt, costituisce il primo e più diffuso errore alimentare.

Con il miracolo economico dei primi anni Sessanta, le abitudini alimentari degli italiani tendono a omologarsi ai Paesi più ricchi.

Fino agli anni Cinquanta il caffè era considerato un alimento prezioso perché costoso, un bene di lusso da offrire agli ospiti.

L’orzo era il solo “compagno” del latte nella colazione del mattino.

Con il boom economico il caffè diventa la bevanda più frequente nella giornata degli italiani, “sociale” per eccellenza.

Anche oggi nella prima colazione italiana il caffè resta l’elemento principe, in molte preparazioni diverse.

Il cappuccino ne è la variante “friendly”. Quindi, convincere gli italiani a non bere il solito caffè può essere una impresa complessa ma non impossibile.

È comunque urgente porre mano a questa problematica nutrizionale, anche perché si vanno diffondendo nuove “mode”, assolutamente non salutari, circa nuove bevande, erroneamente chiamati “latti” e che, se da un lato riducono l’apporto del latte “vero”, dall’altro trascinano la salute sociale verso territori non esplorati e di dubbio giovamento.

In Italia negli ultimi 5 anni il consumo pro-capite di latte è sceso del 24,5% (40 kg/anno).

La crisi economica ha comportato un maggior acquisto di latte a lunga conservazione, molto più economico di quello fresco, e di formaggi freschi, meno costosi di quelli stagionati.

Il consiglio:

cerca di fare sempre la colazione del mattino.

Fra gli alimenti scegli latte o yogurt con fette biscottate o biscotti secchi.

Ricorda:

né il tè né i succhi di frutta possono sostituire il latte! Puoi aggiungere a questa colazione anche della frutta di stagione.

Tratto da:

  • Società Italiana di Nutrizione Umana e Società Italiana di Scienze dell’alimentazione. Documento SINU – SISA per la Prima Colazione. Roma: SINU, SISA 2018.
  • Giorgio Pitzalis “Il latte, compagno di vita”. 2018. Latte Sano. Roma
Diete di esclusione nei bambini autistici

Diete di esclusione nei bambini autistici

Bambini autistici. Ecco cosa riporta la letteratura medica. Quindi diffidate dai tanti medici, paramedici o peggio: sono tante sirene ammaliatrici.

Gluten- and casein-free diet and autism spectrum disorders in children: a systematic review.
Piwowarczyk, A., Horvath, A., Łukasik, J. et al. Eur J Nutr (2018) 57: 433.

Mancano trattamenti efficaci per i sintomi fondamentali dei disturbi dello spettro autistico (ASD).

Abbiamo sistematicamente aggiornato le prove sull’efficacia di una dieta priva di glutine e caseina (GFCF) come trattamento per l’ASD nei bambini.

I database della Biblioteca Cochrane, MEDLINE ed EMBASE sono stati cercati fino ad agosto 2016, per studi randomizzati controllati (RCT); riferimenti aggiuntivi sono stati ottenuti da articoli recensiti.

Sono stati inclusi sei studi randomizzati (214 partecipanti).

Con poche eccezioni, tra i bambini autistici non ci sono state differenze statisticamente significative nei sintomi fondamentali del disturbo dello spettro autistico tra i gruppi, misurati con scale standardizzate.

Uno studio ha rilevato che rispetto al gruppo di controllo, nel gruppo dietetico GFCF ci sono stati miglioramenti significativi nei punteggi per il sottodominio “comunicazione” del Programma di osservazione diagnostica autistica e per il sottodominio “interazione sociale” della scala di valutazione dell’autismo Gilliam.

Un altro studio ha riscontrato differenze significative tra i gruppi nei punteggi post intervento per i sottodomini “tratti autistici”, “comunicazione” e “contatto sociale” di un sistema danese standardizzato.

Le differenze rimanenti, se presenti, si riferivano a strumenti di valutazione basati sui genitori o ad altre funzionalità relative allo sviluppo / ASD.

Conclusioni.

Nel complesso, ci sono poche prove che una dieta GFCF sia benefica per i sintomi dell’ASD nei bambini.

Gluten-free and casein-free diets in the therapy of autism.
Klaus Lange., Joachim Hauser., Andreas Reissmann. Current Opinion in Clinical Nutrition and Metabolic Care. 18(6):572–575.

Lo scopo di questo studio è discutere il ruolo delle diete prive di glutine e caseine nel trattamento dell’autismo.

In un recente sondaggio condotto nel Regno Unito, oltre l’80% dei genitori di bambini con disturbo dello spettro autistico ha riportato un qualche tipo di intervento dietetico per il proprio bambino (dieta priva di glutine e caseina nel 29%).

Alla domanda sugli effetti della dieta priva di glutine e caseina, il 20-29% dei genitori ha riferito miglioramenti significativi delle dimensioni del nucleo del disturbo dello spettro autistico.

I risultati di questo studio suggeriscono effetti aggiuntivi di una dieta priva di glutine e caseina su problemi di comorbilità di autismo come sintomi gastrointestinali, concentrazione e attenzione.

I risultati di un’altra recente indagine hanno suggerito che l’età e alcuni composti delle urine possono prevedere la risposta dei sintomi dell’autismo a una dieta priva di glutine e caseina.

Sebbene questi risultati debbano essere replicati, evidenziano l’importanza dell’analisi dei sottogruppi di pazienti.

La maggior parte delle indagini che valutano l’efficacia di una dieta priva di glutine e caseina nel trattamento dell’autismo sono gravemente imperfette.

Le prove a sostegno del valore terapeutico di questa dieta sono limitate e deboli.

Una dieta priva di glutine e caseina deve essere somministrata solo se viene diagnosticata un’allergia o un’intolleranza al glutine nutrizionale o alla caseina.

The Gluten-Free/Casein-Free Diet: A Double-Blind Challenge Trial in Children with Autism.
Susan L. Hyman, Patricia A. Stewart, Jennifer Foley, Usa Cain, Robin Peck, Danielle D. Morris, Hongyue Wang, Tristram Smith. Journal of Autism and Developmental Disorders. January 2016, Volume 46, Issue 1, pp 205–220

Per ottenere informazioni sulla sicurezza e l’efficacia della dieta priva di glutine / caseina (GFCF), abbiamo messo 14 bambini con autismo, di età compresa tra 3 e 5 anni, sulla dieta per 4–6 settimane e poi condotto un doppio cieco, studio di verifica controllato con placebo per 12 settimane mentre si continua la dieta, con un follow-up di 12 settimane.

Le sfide dietetiche sono state consegnate tramite spuntini settimanali che contenevano glutine, caseina, glutine e caseina o placebo.

Con la consulenza nutrizionale, la dieta era sicura e ben tollerata.

Tuttavia, le difficoltà dietetiche non hanno avuto effetti statisticamente significativi sulle misure di funzionamento fisiologico, problemi comportamentali o sintomi di autismo.

Sebbene questi risultati debbano essere interpretati con cautela a causa delle dimensioni ridotte del campione, lo studio non fornisce prove a supporto dell’uso generale della dieta GFCF.

Il latte, un abbraccio mattutino.

Il latte, un abbraccio mattutino.

In Italia, la prima colazione è spesso screditata o saltata e un ridotto o assente consumo di latte o yogurt, costituisce il primo e più diffuso errore alimentare.

La prima colazione è davvero fondamentale.

Al risveglio è necessaria una buona carica di nutrienti per affrontare l’intera giornata.

Per questo motivo deve rappresentare circa il 20% dell’apporto calorico giornaliero.

Fare colazione aiuta a bilanciare la fame che si ha durante il giorno, regola la produzione della massa muscolare e aiuta a perdere peso più facilmente.

Inoltre la colazione è un bellissimo momento da passare in famiglia.

Svegliarsi tutti insieme e mangiare qualcosa prima di dividersi per le proprie faccende è un momento davvero magico della giornata, per alcuni il più bello.

Con il miracolo economico dei primi anni Sessanta, le abitudini alimentari degli italiani tendono a omologarsi ai Paesi più ricchi.

Per esempio il caffè. Fino agli anni Cinquanta era considerato un alimento prezioso perché costoso, un bene di lusso da offrire agli ospiti.

L’orzo era il solo “compagno” del latte nella colazione del mattino.

Con il boom economico il caffè diventa la bevanda più frequente nella giornata degli italiani, “sociale” per eccellenza.

Anche oggi nella prima colazione italiana il caffè resta l’elemento principe, in molte preparazioni diverse.

Il cappuccino ne è la variante “friendly”.

Quindi, convincere gli italiani a non bere il solito caffè può essere una impresa complessa ma non impossibile.

È comunque urgente porre mano a questa problematica nutrizionale, anche perché si vanno diffondendo nuove “mode”, assolutamente non salutari, circa nuove bevande, erroneamente chiamati “latti” e che, se da un lato riducono l’apporto del latte “vero”, dall’altro trascinano la salute sociale verso territori non esplorati e di dubbio giovamento.

In Italia negli ultimi 5 anni il consumo pro-capite di latte è sceso del 24,5% (40 kg/anno).

La crisi economica ha comportato un maggior acquisto di latte a lunga conservazione, molto più economico di quello fresco, e di formaggi freschi, meno costosi di quelli stagionati.

Comunque latte e uova sono fonti di proteine nobili a buon mercato.

Composizione del Latte

Il latte (da intendersi come latte vaccino) è composto da acqua per l’87% circa e contiene, in media, il 3,9% di grassi, il 3,4% di proteine e il 4,8% di lattosio.

Nel latte destinato al consumo alimentare diretto, il contenuto di grasso è standardizzato al livello previsto per le tre tipologie commerciali: latte intero (>3,5%), parzialmente scremato (1,5-1,8%), scremato (<0,5%).

I grassi, costituiti per il 98% da trigliceridi, sono rappresentati da acidi grassi saturi per il 65%, (acido palmitico, acido miristico e acido stearico) e da acido oleico per una percentuale compresa fra il 26 e il 28%.

La componente glucidica del latte è rappresentata quasi esclusivamente da lattosio, un disaccaride composto da glucosio e galattosio, la cui digestione da parte dell’uomo è vincolata alla presenza della lattasi, l’enzima in grado di idrolizzare il legame tra i due zuccheri rendendoli disponibili per l’assorbimento e il metabolismo. La frazione proteica del latte è costituita per l’80% da caseine o aggregati di proteine o micelle e per il restante 20% da sieroproteine o proteine solubili.

Le proteine del latte vaccino sono, nel complesso, di alto valore biologico, sia perché soddisfano completamente il fabbisogno aminoacidico dell’organismo umano, sia per l’elevata digeribilità e biodisponibilità che le contraddistinguono.

Tra i minerali presenti, oltre al calcio (119 mg/100 ml), vanno segnalati il fosforo, del quale il latte rappresenta una buona fonte, il potassio, il magnesio, lo zinco e il selenio.

Il latte apporta anche vitamine idrosolubili del gruppo B (vitamina B2 e B12) e vitamine liposolubili in concentrazioni direttamente proporzionali al tenore lipidico.

… to be continued.
Tratto dal testo distribuito da Fattorie Latte Sano. Roma