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Carenza di vitamina D

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Dieta mediterranea: di cosa parliamo.

Dieta mediterranea: di cosa parliamo.

Ci sono stati molti indici proposto per la valutazione della dieta mediterranea.

Gli indici di qualità della dieta sono strumenti mirati nel quantificare la conformità a un modello dietetico definito.

Questi indici sono una misura combinata della dieta fattori (gruppi di alimenti, alimenti, nutrienti e rapporti) e/o fattori di stile di vita.

Sono stati identificati un numero totale di 22 indici, con differenze per quanto riguarda il numero di componenti (7-28), punteggio (0, 1, 2, 3, 4, 5, 8 o 10, in caso di conformità), intervallo (0-100) e tipo di componenti (che potrebbero essere gruppi di alimenti / alimenti o la loro combinazione, con nutrienti).

Questi sono i gruppi di alimenti / alimenti

  • Cereali. Questo gruppo alimentare è stato considerato come positivo sugli indici.
    Due indici (MDS 201317 e Cardio33) ne hanno penalizzato i consumi dei cereali raffinati (pane e riso bianco).
  • Verdure. È un componente compreso in tutti gli indici e la sua valutazione è stata sempre positiva.
  • Frutta. La valutazione di questo gruppo è stata anche sempre positivo. Alcuni indici inclusi in questo gruppo l’assunzione di noci e frutta secca.
  • Legumi. La sua valutazione è stata sempre positiva.
  • Noccioline. Questa componente è stata sempre valutata positivamente.
  • Grassi. Alcuni indici hanno indicato come positivo il consumo di olio d’oliva, mentre altri hanno preso in considerazione il presunto effetto dannoso dei grassi, ritenendoli quindi negativi. Essenzialmente ciò è vero per oli in genere, burro, panna e margarina e grasso animale).
  • Latte e latticini. Questo componente ha presentato un’elevata diversità nella sua valutazione. Da un lato, la maggior parte degli indici lo ha valutato gruppo come negativamente nella dieta, facendo riferimento al latte intero ed ai prodotti lattiero-caseari stagionati. D’altra parte, erano valutati positivamente se si consideravano il latte scremato e i latticini.
  • Pesce. La maggior parte degli indici includeva questo componente. È stato sempre valutato positivamente.
  • Uova. Pochi indici consideravano le uova come facebti parte della dieta mediterranea. Un consumo moderato o basso è stato considerato adeguato.
  • Carni. Gli indici differivano notevolmente per quanto riguarda la definizione di questo componente, sebbene la valutazione è sempre stata considerata negativa. Alcuni indici tengono conto del consumo di carne in generale, pochi altri considerano solo la carne rossa e le carni lavorate e altri distinguono tra carne magra e carne grassa.
  • Dolci, dolciumi e bevande zuccherate. Questa componente è stata sempre valutata negativamente.
  • Bevande alcoliche. Questa componente è stata valutata in molti modi diversi a seconda l’indice in esame.

Alcuni indici hanno valutato positivamente il consumo di alcol quando questo è stato definito come consumo moderato di vino.

In conclusione, tra i componenti positivi, frutta e le verdure erano le più comuni e le carni, tra le componenti negativi.

fonte https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/26545641/

La storia della nutrizione – prima parte

La storia della nutrizione – prima parte

Storia della nutrizione

La dieta dei nostri precursori era rappresentata da vegetali ed animali.

Questo per soddisfare (ancora oggi) il fabbisogno umano in proteine e lipidi di circa 1gr/kg di peso corporeo ciascuno e di circa 100 gr di glucidi al giorno.

Pochi prodotti vegetali erano allora adatti per la nutrizione umana, visto che cellulosa e lignine, principali elementi costruttivi di piante, non sono elaborabili dalla digestione umana.

Dai vegetali erano quindi disponibili per la nutrizione umana prevalentemente frutta e bacche (per coprire il fabbisogno in glucidi e acqua), semi e nocispeci per coprire il fabbisogno in lipidi e proteine.

Il resto consisteva occasionalmente in prodotti animali facilmente reperibili senza attrezzi e armi (artropodi e altri piccoli animali).

Cosa mangiavano gli antichi egizi?

Sostanzialmente la dieta si basava su pane (farina di farro anche lievitata).

L’impasto poteva essere arricchito con grasso, latte, uova e spezie, mentre con l’aggiunta di fichi e datteri si potevano anche preparare focacce dolci.

La birra (molto diversa da quella moderna) era molto diffusa ed apprezzata dagli egizi. Era una bevanda densa ed estremamente nutriente.

Il procedimento iniziale di lavorazione era comune a quello del pane. Si preparavano delle pagnotte utilizzando la farina d’orzo e le si facevano cuocere solo superficialmente, in modo da lasciare crudo l’interno e favorire la successiva fermentazione che avveniva all’interno di grandi tinozze in cui i cosiddetti pani da birra erano sbriciolati, bagnati e lasciati a riposare con l’aggiunta di sostanze aromatizzanti, come succo di datteri, carrube o fichi.

Una grande varietà di ortaggi e verdure arricchivano la tavola degli antichi egizi.

Fra gli ortaggi più consumati vi erano le cipolle e l’aglio, più dolci e piccoli di quelli moderni.

I legumi erano un’importante fonte di proteine per chi non poteva permettersi abitualmente la carne: oltre a ceci, fave, piselli e lenticchie, gli egizi mangiavano un legume autoctono chiamato lubìa, simile al fagiolo.

Erano diffuse anche diverse specie di cucurbitacee, come zucche e cocomeri, e di crucifere, come cavoli e ravanelli.

Tra i vegetali selvatici erano apprezzate alcune parti del papiro e dei gigli d’acqua, in particolare la ninfea, dalle proprietà allucinogene, e il loto rosa, i cui semi, ridotti in farina, potevano servire a preparare un tipo di pane.

Erano abbondantemente disponibili datteri e fichi, consumati freschi o secchi e utilizzati anche per la preparazione di dolci e come aromi durante la fermentazione delle bevande. Anche il carrubo era usato come dolcificante e poteva essere cotto per preparare una specie di marmellata.

L’olio era usato sia come condimento, sia per la conservazione degli alimenti.

I più diffusi erano l’olio estratto dai semi di moringa, molto dolce e in grado di mantenersi a lungo senza irrancidire, e l’olio di sesamo, dalle proprietà emollienti e lassative.

L’ulivo invece cresceva con difficoltà in Egitto e l’olio d’oliva era per lo più importato.

Gli aromi e le spezie erano abitualmente impiegati per insaporire i cibi.

Il cumino e il coriandolo erano le più usate, ma sono state ritrovate tracce anche di sedano e prezzemolo, mirto, timo e fienogreco, simile al curry; invece il pepe e la cannella erano prodotti d’importazione.

La carne arrivava quindi alla tavola dei ceti meno abbienti molto raramente, in occasione di particolari festività o durante le celebrazioni funerarie, quando i cibi erano distribuiti in onore dei defunti.

La carne di bovino, arrostita o stufata, era un piatto prelibato, al quale si alternavano i prodotti della caccia, animali selvaggi di grossa taglia, come l’orice, il bufalo, la gazzella, lo stambecco, il daino.

I canneti lungo le sponde del Nilo inoltre erano l’ambiente ideale per la pratica dell’uccellagione: struzzi, pellicani, aironi e gru, oche, anatre e quaglie non soltanto erano usati in cucina, ma venivano anche allevati per l’approvvigionamento di uova.

Il pesce, facilmente reperibile e a buon mercato, faceva parte della dieta quotidiana della maggior parte degli egizi e costituiva un’ottima alternativa alla carne.

Al contrario della birra, il vino era una bevanda di lusso che potevano permettersi solo le classi elevate.

La vinificazione avveniva in maniera pressoché simile alla nostra e, sebbene il vino di uva fosse il più diffuso, si produceva anche quello di datteri, di fichi, molto alcolico, e di melograno.

Il latte era difficile da conservare a lungo termine e per questo era consumato appena munto, ancora caldo, o lasciato a fermentare naturalmente per ricavarne del burro o una sorta di formaggio.

Il miele era ritenuto un prodotto pregiato, usato in cucina per la preparazione di dolci o nella fermentazione delle bevande, per aumentarne il tasso alcolico.

Era un prodotto sfruttato anche in campo medico, grazie alle sue proprietà emollienti e antibatteriche. Se ne producevano diverse qualità, utilizzando il nettare dei fiori o la melata; con il miele diluito in acqua e lasciato a fermentare si produceva l’idromele.

Il cibo degli antichi greci.

Nell’Iliade gli eroi mangiavano carne arrostita, in particolare di capretti, agnelli e manzo; inoltre bevevano vino rosso, molto denso e aspro, che veniva diluito con acqua e miele.

Di formaggio Iliade ed Odissea parlano poco: era consumato soprattutto quello di capra.

Elemento molto importante era l’olio, mentre erano quasi assenti la frutta, la verdura e il pesce, consumato solo in situazioni di emergenza.

Nell’Odissea l’alimentazione appare molto più variata: alla coltivazione del grano e dell’orzo si affianca l’orticoltura e la consumazione di verdure e insalate e, oltre alla brace, compaiono altri modi per cucinare le pietanze.

A partire dal V sec. a.C. il pesce diventa il piatto principale dell’alimentazione greca. Nella Grecia classica durante i banchetti si consumavano olive, formaggi, lampascioni (detto anche cipollaccio col fiocco), vari tipi di verdure, dolci, frutti come fichi e mirto, carni di tutti i tipi e selvaggina.

Come desserts erano apprezzati gli amidi, una sorta di budini e torte o focacce dolci, il tutto dolcificato con il miele. I Greci amavano il pane, sotto forma di focacce e morbidi panini, spesso insaporiti con rucola e timo.

Erano particolarmente apprezzati i sapori forti e l’agrodolce e si faceva grande uso di spezie, in particolare cartamo, cardi, coriandolo e cumino; tra i condimenti si utilizzava la maggiorana, la menta, la mirra, il pepe, il silfio (pianta ormai estinta) e il timo.

Le classi meno abbienti facevano ampio uso di legumi, soprattutto lenticchie, sotto forma di zuppe, per il loro alto contenuto proteico. Vera e propria ghiottoneria era il garon (garum latino), una salsa che si otteneva facendo macerare insieme piccoli pesci di mare interi, salati e seccati al sole.

La ricetta venne poi in qualche modo recuperata nel Medioevo da parte dei gruppi monastici presenti in Costiera amalfitana, i quali ad agosto erano soliti conservare sotto sale le alici in botti di legno (mbuosti); sotto l’azione del sale, le alici perdevano liquidi che fuoriuscivano tra le fessure delle botti.

Alimentazione nell’antica Roma

La dieta dei primi abitanti di Roma era rappresentata essenzialmente di vegetali e grano.

La produzione del pane era di tre qualità: quello candidus, fatto di farina bianca finissima, secundarius sempre bianco ma con farina miscelata ed infine quello plebeius o rusticus una specie di pane integrale. In seguito, dagli stessi etruschi giunse a Roma l’abitudine di nutrirsi di un cibo più variato e ricco di proteine costituito sia da selvaggina che da animali di allevamento.

Quando poi Roma entrò in contatto in età ellenistica con i Greci della Magna Grecia da loro imparò ad apprezzare i frutti dell’olivo e della vite che aveva usato fino a quel momento soprattutto per i riti religiosi.

A partire dall’età di Augusto, con la conquista dell’Oriente e gli intensi rapporti commerciali con l’Asia arrivò a Roma «tutto quanto la terra produce di bello e di buono» e l’alimentazione romana si raffinò: al cibo inteso come puro sostentamento cominciò in epoca imperiale a sostituirsi, anche con l’uso delle spezie e dei profumi, il gusto e la cultura del cibo, passando dalla pura alimentazione ai sapori.

I romani dividevano normalmente la loro alimentazione in tre pasti quotidiani che agli inizi erano chiamati ientaculum, cena, vesperna e quando quest’ultima sparì, fu sostituita dal prandium.

Raramente i romani dedicavano molta attenzione ai primi due pasti che non erano mai molto nutrienti e il più delle volte abolivano uno dei primi due.

Marziale ci descrive il suo ientaculum costituito da pane e formaggio, mentre il prandium consisteva in carne fredda, verdura, frutta e un bicchiere di vino miscelato con acqua.

Per la maggioranza dei romani prima di correre al lavoro la prima colazione era semplicissima: un bicchiere d’acqua o qualcosa rimasto dalla cena della sera prima e quanto al prandium i poveri e la plebe certo non tornavano in casa per desinare ma il più delle volte mangiavano nelle tabernae dove si potevano mangiare con pane plebeo piatti semplici consistenti in uova sode, formaggio, legumi e bere vino mescolato con acqua calda d’inverno o fredda d’estate.

Si usava insaporire i cibi con il garum. La parte solida che restava dalla macerazione dei piccoli pesci era l’ allec, che doveva somigliare per sapore alla nostra pasta d’acciughe, ma più aromatica.

Per tutti il pasto principale era quindi la cena, che era per i più altrettanto frugale dei primi due pasti.

In sostanza, la stragrande maggioranza dei Romani mangiava normalmente seduta su panche (raramente su sedie) e attorno ad un tavolo, come noi.

Infatti, Roma e tutta la società dell’epoca, erano composte di un larghissimo strato popolare fatto da persone povere o poverissime, che vivevano in strette stanzette per lo più in affitto, prive di cucina, nelle scomode e pericolose insulae, case alte fino a otto piani.

Essendo l’unica affollatissima culina (cucina) del palazzo sistemata nell’atrio comune, una sorta di cortile, molti erano ridotti a cucinare alla meglio con uno scaldino al centro della stanza per evitare incendi, e altri ancora acquistavano addirittura l’acqua bollente nel sottostante thermopolium (il bar dell’epoca).

Questa gente mai avrebbe potuto permettersi triclini (che vogliono una domus, una grande casa con ampie stanze e servitori) e pietanze raffinate, se non – durante l’Impero e mettendo da parte risparmi – per il pranzo di nozze nei triclini d’affitto messi a disposizione dalle tabernae (le osterie).

L’ora in cui iniziava la cena era per la maggioranza dei romani la stessa, quella che seguiva al bagno: verso le 13-14 in inverno e dopo le 15-16 in estate.

Con il riconoscimento del Cristianesimo nel 313 i tempi di Trimalcione sono ormai finiti e l’ammonimento di Sant’Ambrogio: «chi indulge in cibi e bevande, non crede nell’aldilà» è ormai il segno di una politica moralizzatrice delle autorità religiose tendenti a eliminare ogni eccesso, anche per quanto riguarda l’alimentazione.

To be continued…

Intolleranza al lattosio. Ecco cosa fare.

Intolleranza al lattosio. Ecco cosa fare.

Intolleranza al lattosio. Il malassorbimento del lattosio (LM) si verifica quando il lattosio non digerito passa attraverso l’intestino senza essere assorbito.

Il lattosio non digerito nel lume diventa soggetto a fermentazione batterica, aumentando il carico osmotico che, se provocano sintomi, viene solitamente indicato come LI.

L’intolleranza al lattosio (LI) o malassorbimento sintomatologico, si verifica quando l’intestino tenue non produce una quantità sufficiente dell’enzima lattasi per digerire il lattosio, lo zucchero che si trova nel latte.

A seconda della quantità di lattosio ingerita e dell’attività della lattasi, le persone che soffrono di LM potrebbero manifestare numerosi sintomi:

  • gastrointestinali (dolore addominale, gonfiore, borborigmi, nausea, diarrea e/o costipazione) e/o
  • sintomi extraintestinali e manifestazioni (cefalea, grave affaticamento, disfunzione cognitiva, dolore muscolare e/o articolare, lesioni cutanee, ulcere alla bocca, palpitazioni cardiache, eczema, rash orticarioide e aumento della frequenza minzionale).

Circa il 70% della popolazione adulta nel mondo ha un’espressione limitata dell’enzima lattasi, con un’ampia variazione tra le diverse regioni e paesi.

Questa condizione si verifica per due motivi: la non persistenza della lattasi geneticamente determinata o la presenza di altri disturbi gastrointestinali.

Al giorno d’oggi, la metodologia gold standard per la determinazione della LI è l’H 2 / CH 4 Lactose Breath Test (LBT) unitamente al test genetico che valuta il polimorfismo del gene della lattasi.

L’approccio terapeutico corretto include una dieta priva di lattosio o a basso contenuto di lattosio, la sostituzione dell’enzima lattasi orale e l’adattamento del microbioma del colon, utilizzando ceppi probiotici specifici con attività enzimatica β-galattosidasi.

Il lattosio si trova comunemente nei latticini, come latte, yogurt, panna, burro, gelato e formaggio.

Tuttavia, il lattosio può essere trovato anche in alcuni tipi di pane e cibi da forno, cereali per la colazione pronti per il consumo, zuppe istantanee, dolciumi, biscotti, condimenti per insalate, salsicce, sugo, miscele di bevande e margarina: il cosiddetto “lattosio nascosto”.

Inoltre, il lattosio può anche essere nascosto nei farmaci da prescrizione e da banco.

Le parole che indicano la presenza di lattosio includono cagliata, siero di latte, latte, sottoprodotti del latte, solidi secchi del latte e latte in polvere.

L’eliminazione di tutti i latticini nei pazienti con intolleranza al lattosio non è più raccomandata oggi, poiché la maggior parte di questi pazienti può tollerare fino a 5 g di lattosio per singola dose, circa l’equivalente di 100 mL di latte.

La soglia di tolleranza aumenta se il lattosio viene consumato insieme ad altri nutrienti.

Questo è importante, poiché l’esclusione di tutti i prodotti lattiero-caseari potrebbe portare allo sviluppo di carenze di micronutrienti.

In effetti, il latte vaccino e i latticini sono una delle principali fonti di calcio, fosforo, colina, riboflavina, vitamina B12 e vitamina A.

Negli Stati Uniti i latticini contribuiscono in media al 72% di calcio, 26% di riboflavina, 16% di vitamina A, 20% di vitamina B12, 18% di potassio, 16% di zinco, 15% di magnesio e 19% di proteine di alto valore biologico.

Inoltre, due o tre porzioni giornaliere di latticini fanno parte della Dieta Mediterranea e degli Approcci dietetici per fermare l’ipertensione (DASH).

I risultati sull’assunzione di nutrienti tra i soggetti con LI mostrano che, rispetto alle persone tolleranti, consumano quantità inferiori di calcio, con un’assunzione media che va da 388 a 739 mg al giorno, al di sotto della RDA (Recommended Dietary Allowance) di 1000 mg al giorno.

È interessante notare che da studi osservazionali è emerso che l’evitamento dei latticini era associato a:

  • cattiva salute delle ossa,
  • pressione sanguigna più alta e
  • aumento del rischio di diabete mellito.

Inoltre, il consumo di yogurt e/o latte fermentato gioca un ruolo fondamentale per la salute del microbiota intestinale, per il loro contenuto in probiotici.

Una recente revisione sistematica ha analizzato il potenziale effetto di 8 ceppi probiotici:

  • Bifidobacterium longum
  • Bifidobacterium animalis
  • Lactobacillus bulgaricus
  • Lactobacillus reuteri
  • Lactobacillus acidophilus
  • Lactobacillus rhamnosus
  • Saccharomyces boulardius fermentato

I prodotti a base di latte non fermentato possono essere utilizzati per migliorare i sintomi clinici di LI.

In conclusione, degli 8 ceppi studiati, B. animalis era tra i ceppi più ben studiati ed efficaci.

Il rischio maggiore associato alla completa eliminazione dei latticini dalla dieta, è quello di sviluppare una carenza di calcio e di compromettere la salute delle ossa.

Pertanto, è fondamentale garantire un adeguato apporto di calcio in ogni fase della vita per costruire e mantenere uno scheletro sano, soprattutto in quelli con LI, che consumano meno calcio nella dieta rispetto agli individui non LI.

Le migliori fonti di calcio dietetico includono latte, formaggio e latticini, come broccoli, cavoli, cime di rapa e prodotti a base di soia fortificata.

Le migliori fonti di calcio dietetico includono latte, formaggio e latticini, come broccoli, cavoli, cime di rapa e prodotti a base di soia fortificata.

Altri alimenti con minore biodisponibilità di calcio sono:

  • il latte di soia fortificato
  • i semi di sesamo
  • le mandorle
  • i fagioli rossi e bianchi.

Nonostante ciò, la biodisponibilità del calcio dagli alimenti vegetali può essere influenzata da ossalati e fitati, che sono inibitori dell’assorbimento del calcio.

Un’altra importante fonte di calcio è l’acqua, in particolare l’acqua dura che ha alti livelli di calcio e magnesio derivati dalle acque sotterranee.

Secondo la National Medical Association, i requisiti di calcio sono gli stessi per uomini e donne durante i primi 50 anni di vita (1-3 anni: 700 mg Ca / giorno; 4-8 anni e 19-50 anni: 1000 mg Ca/giorno), con l’assunzione raccomandata più alta durante l’adolescenza, quando si verifica la massima crescita ossea (9-18 anni: 1300 mg Ca / giorno).

Questi valori iniziano a differire con l’inizio della menopausa:

l’assunzione raccomandata di calcio per le donne viene aumentata a 1200 mg Ca / die.

Questo valore si uniforma poi quando entrambi i sessi raggiungono i 70 anni, con l’indennità giornaliera raccomandata fissata a 1200 mg Ca / giorno, per prevenire lo sviluppo dell’osteoporosi.

Per garantire una mineralizzazione ossea ottimale, l’American Academy of Pediatrics sostiene l’uso di latticini nei bambini e negli adolescenti.

Lo stato minerale osseo (BMS) sembra essere determinato geneticamente fino all’80%, con fattori ambientali, come il peso, l’esercizio fisico e l’assunzione alimentare di calcio e vitamina D, che lo influenzano fino al 20%.

È stato dimostrato che un consumo giornaliero di latte di 245 ml (una tazza) è associato a un aumento dell’altezza corporea (0,39 cm, IC 95% 0,29-0,48).

Oltre al calcio, anche la vitamina D, la vitamina A, il potassio, lo zinco e il magnesio nei latticini sono nutrienti importanti nella formazione delle ossa.

Terapia.

Nella maggior parte dei casi, ridurre il consumo o evitare cibi e bevande contenenti lattosio e sostituirli con alternative prive di lattosio è sufficiente per controllare i sintomi dell’intolleranza.

Sono disponibili diversi cibi e bevande alternative, sia artificiali che naturali, per sostituire il latte e i prodotti lattiero-caseari, compresi i latticini senza lattosio e gli alimenti a base di latte vegetale.

Per soddisfare il fabbisogno dietetico di calcio e proteine di alta qualità degli individui con LI, l’industria lattiero-casearia globale ha sviluppato prodotti senza lattosio utilizzando l’aggiunta di lattasi esogena, β-galattosidasi, che predigerisce il lattosio nel latte.

I latticini senza lattosio consentono ai soggetti intolleranti al lattosio di assaporare il gusto dei latticini senza che si manifestino sintomi intestinali che si manifestano dopo l’ingestione di lattosio.

Inoltre, l’idrolisi del lattosio è stata rivista come opzione di riduzione dello zucchero, poiché l’idrolisi del lattosio nel latte aumenta la dolcezza del prodotto – la stessa assunzione di dolcezza dell’aggiunta di zucchero al 2%.

Contestualmente, non si prevede che i latticini senza lattosio abbiano effetti nutrizionali insoliti sul corpo umano rispetto ai normali prodotti lattiero-caseari.

In particolare, non è stata osservata alcuna differenza nella risposta glicemica dei pazienti diabetici che hanno consumato lattosio o suoi prodotti di digestione, glucosio e galattosio.

Di conseguenza, l’ampia disponibilità, l’ampia gamma e la sicurezza dei prodotti senza lattosio dovrebbero incoraggiare i consumatori a fare del lattosio una scelta preferita per i latticini.

Sostituti non caseari

I prodotti senza latticini sono principalmente ottenuti da piante, come riso, soia, avena, noci di cocco, noci, mandorle, anacardi, canapa, ecc.

Le alternative ai latticini hanno solitamente un basso contenuto di grassi saturi combinato con una quantità inferiore di proteine, minerali e vitamine di alta qualità (calcio, zinco, fosforo e vitamina B12) rispetto al latte vaccino.

Se consumate come principale sostituto dei latticini, le alternative vegetali potrebbero avere significative implicazioni per la salute, in particolare per i bambini piccoli (1-8 anni).

Uno studio canadese ha riportato che il consumo di bevande sostitutive non casearie era associato a un’altezza inferiore dell’infanzia (Morency ME, Birken CS, Lebovic G, Chen Y, L’Abbé M, Lee GJ, et al. Association between noncow milk beverage consumption and childhood height. Am J Clin Nutr. 2017;106(2):597–602).

Solo il latte vaccino e le bevande a base di soia fortificata sono considerati abbastanza nutrienti per questa fascia di età.

Anche proteine, calcio e vitamina D, altri nutrienti essenziali per la crescita dei bambini, potrebbero essere compromessi se si facesse affidamento esclusivamente su bevande sostitutive a base vegetale.

Inoltre, lo studio di coorte EPIC-Oxford, con oltre 34.000 britannici, ha evidenziato che i vegani hanno un rischio maggiore del 30% di fratture ossee rispetto agli onnivori e ai vegetariani (che consumano latticini e uova).

Ciò era collegato a una minore assunzione di calcio nei vegani rispetto agli onnivori e ai vegetariani.

Deve anche essere considerato che molti alimenti a base vegetale hanno diversi ingredienti aggiunti, tra cui sale, zucchero, miele, agave, succo di canna o altri dolcificanti, aggiungendo calorie vuote alla dieta.

L’importanza dell’etichettatura senza lattosio.

L’etichettatura dei prodotti senza lattosio è ancora controversa.

Al giorno d’oggi, sia nei paesi europei che extraeuropei, non esiste una legge universale che regoli la produzione e la commercializzazione di prodotti “delattosati”, definiti come “senza lattosio” o “a basso contenuto di lattosio”.

A questo riguardo l’etichettatura degli alimenti per le persone affette da celiachia è un buon esempio in cui un simbolo chiaramente progettato ha contribuito a migliorare la consapevolezza del consumatore di una scelta più sicura.

La diffusione capillare degli alimenti dichiarati senza glutine è ora possibile grazie sia a una legge definita, che ha chiarito i livelli di cut-off del glutine per i prodotti senza glutine, sia a un simbolo visibile e facilmente riconoscibile sostenuto da un’associazione internazionale per la tutela dei consumatori celiaci.

In Italia, l’associazione dei pazienti intolleranti al lattosio, AILI (Associazione Italiana Latto-Intolleranti) ha segnalato che non tutti i consumatori sono a conoscenza degli ingredienti e degli alimenti specifici che potrebbero contenere lattosio, ad esempio il latticello, burro anidro, siero di latte, latte in polvere, e altre varianti.

Per questo riteniamo che ci sia urgente bisogno di un logo specifico e universale a supporto di tutte le persone che soffrono di questa intolleranza.

Ciò aiuterà le persone con LI a identificare e acquistare rapidamente e in sicurezza articoli certificati senza lattosio quando fanno la spesa.

AILI ha contribuito alla creazione del primo simbolo registrato a livello internazionale che identifica e certifica i prodotti senza lattosio e senza latte, denominato Lfree ® .

Ad oggi, Lfree ® è l’unico marchio alimentare che indica un chiaro e immediato messaggio di sicurezza e idoneità per una dieta priva di latte e lattosio.

Rispetto ad altre etichette alimentari per esigenze dietetiche speciali, Lfree ® potrebbe essere un simbolo equivalente per i prodotti senza lattosio poiché il simbolo del grano barrato è per i prodotti senza glutine, o le altre certificazioni comuni utilizzate per sottogruppi selezionati di consumatori come Persone kosher, halal o vegane.

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7318541/

Le cipolle

Le cipolle

Le cipolle, questo bulbo aromatico contiene poche calorie (40 kcal/100 grammi) ma tante proprietà, oltre che oligoelementi, vitamine ed enzimi.

Ci sono almeno 20 varietà di cipolle disponibili:

  • rossa di Tropea
  • di Giarratana
  • di Banari
  • di Barletta
  • dorata di Parma
  • rossa di acquaviva delle fonti e tante altre, tutte buonissime.

La cipolla è un prodotto di origine vegetale inquadrabile nel gruppo degli ortaggi.

Contiene livelli poco interessanti di vitamina C, carotenoidi e fibra ma contiene molta acqua e presenta una discreta quantità di zuccheri. Il colesterolo è assente.

Le cipolle possono avere delle controindicazioni?

Diciamo di si. il suo utilizzo dovrebbe essere contenuto in presenza di meteorismo, flatulenza, epigastralgia, ernia iatale, colon irritabile, emorroidi.

Le cipolle possono causare dermatite da contatto e quindi prurito intenso fino ad avere difficoltà respiratorie.

Per questo, meglio cuocere le cipolle perché la temperatura elevata denatura le sue proteine. L’irritazione degli occhi può essere evitata tagliando le cipolle immerse nell’acqua, in un contenitore, o sotto il rubinetto.

Digeribilità ed alitosi.

La cipolla è una verdura discretamente ipocalorica, adatta anche in un regime ipocalorico e quindi in presenza di sovrappeso.

Si tratta di una verdura che transita rapidamente nello stomaco e nell’intestino.

Alcuni sistemi utili a moderare l’effetto “alitosico” della cipolla sono l’eliminazione della così detta anima, ovvero il germoglio interno (soprattutto se già verdognolo), e l’ammollo della cipolla già tagliata nel latte.

Queste caratteristiche sono legate ai composti solforati, il più importante dei quali è il disolfuro di allilpropile, un tioetere che si ritrova nell’ aroma, oltre che di cipolla, erba cipollina, scalogno, anche nell’aglio.

In questo alimento troviamo anche flavonoidi ad azione diuretica. Ha anche un’azione vermifuga, normolipidemizzante ad antiossidante.

Come fare le cipolle gratinate. Per questo tipo di ricetta meglio usare le cipolle di Giarratana.

Ingredienti per 4 persone

  • 4-5 cipolle bianche piatte
  • 150 g di pangrattato
  • q.b. di olio EVO
  • 1 pizzico di sale
  • 1 pizzico di pepe nero
  • 1 cucchiaio d’aceto bianco
  • 1 cucchiaio di origano
  • 1 cucchiaio di prezzemolo

Sbucciamo e puliamo le cipolle.

Mettiamole poi in un contenitore di vetro con acqua fredda ed 1 cucchiaio di aceto.

Per ridurre i tempi di cottura in forno, possiamo anche sbollentare le cipolle intere in abbondante acqua salata per circa 10 minuti.

Tritiamo il prezzemolo e mettiamolo in una ciotolina unitamente al pangrattato.

Prendiamo una teglia da forno, irroriamola con un poco EVO e trasferiamo le cipolle tagliate a spicchi al suo interno.

Spolverizziamole con un poco sale e con un pizzico di pepe nero. Ricopriamole con un’abbondante manciata del composto con il pangrattato e, infine, completiamo con un giro d’EVO.

Cuociamo le cipolle gratinate in forno preriscaldato a 180° C per circa 50-60 minuti. Una volta cotte aggiungiamo l’origano.

Vogliamo strafare? Ecco la frittata di cipolle. Di solito meglio scegliere le cipolle bianche ma nulla è scontato in cucina!

Tra le cipolle bianche più conosciute troviamo ancora la siciliana Giarratana e la piatta e famosa Bianca di Maggio, quella di Barletta, quella di Chioggia e la borrettana.

Ingredienti per 4 persone

  • 1 cipolla grande bianca
  • 7 uova fresche
  • 1 bicchiere di acqua
  • ½ bicchiere di latte
  • 1 cucchiaio di EVO
  • Sale q.b.
  • 2 cucchiai di parmigiano.

Puliamo e tagliamo la cipolla in fettine sottilissime e mettiamole in una padella antiaderente con 1 cucchiaio di olio ed 1 bicchiere di acqua, coperta e a fuoco basso.

A parte in una ciotola apriamo le uova intere con ½ bicchiere di latte, il parmigiano, il sale e sbattiamole fino a farle diventare spumose.

Quando l’acqua delle cipolle sarà assorbita e le stesse appariranno appassite, uniamo le uova e lavoriamo la frittata cuocendola da entrambi i lati.

Ricordiamo che la frittata di cipolle era il piatto preferito di Fantozzi. 😂

La nutrizione al tempo del Covid-19

La nutrizione al tempo del Covid-19

La nutrizione al tempo del Covid-19. L’intero globo sta affrontando una pericolosa pandemia a causa della malattia di coronavirus (COVID-19).

La comunità medica e scientifica sta cercando di capire e adottare strategie efficaci che possono portare a:

  • prevenire l’espansione del virus;
  • identificare i farmaci per la gestione delle cure critiche e ridurre i tassi di mortalità;
  • alla fine scoprire il vaccino tanto atteso.

Gli interventi nutrizionali hanno ottenuto notevoli prove scientifiche nella prevenzione e nel trattamento delle malattie.

La domanda principale, “Qual è il ruolo della nutrizione e delle scienze alimentari in questo scenario?” richiede una risposta urgente poiché molte teorie che suggeriscono che specifici alimenti o integratori alimentari possono combattere l’infezione da coronavirus hanno ricevuto un’ampia diffusione nelle piattaforme di social media più popolari.

In questo editoriale, ci concentriamo su alcune frequenti dichiarazioni sul ruolo della nutrizione e delle scienze alimentari nella battaglia contro COVID-19, distinguendo tra miti e fatti.

Evidenziamo che le distanze sociali e le precauzioni igieniche sono le migliori pratiche per ridurre il rischio di trasmissione di COVID-19.

Sottolineiamo inoltre l’importanza dell’alimentazione nel suo concetto globale, sottolineando il rischio di opzioni dietetiche non comprovate che potrebbero indurre le persone a indebolire misure precauzionali efficaci.

In effetti, molte persone della popolazione generale hanno fatto riferimento a una famosa frase attribuita a Ippocrate nel 400 a.C. sottolineando l’importanza della nutrizione per prevenire o curare le malattie, tra cui COVID-19. Qui discutiamo i rischi per le persone che danno fede a affermazioni dietetiche non provate da fonti non scientifiche.

Mito 1 – Diete e SpecialFood:

Alcune diete (es. dieta chetogenica) rinforza il sistema immunitario e protegge da COVID-19.

Inoltre, alimenti specifici come funghi, ginseng, aglio e altri aiutano a prevenire COVID-19 attraverso lo stesso meccanismo.

Risposta:

anche se ci sono prove limitate che certe diete o cibi e bevande specifici potrebbero rafforzare il sistema immunitario, non ci sono prove che alcun alimento o modello dietetico protegga dall’infezione COVID-19 o limiti il rischio di contagio per gli altri.

Mito 2. integratori alimentari contenenti vitamina C e D o minerali

Come ad esempio lo zinco o altri prodotti naturali per la salute prevengono, trattano o curano COVID-19.

Risposta:

mentre gli integratori di zinco non mostrano alcun effetto protettivo, ci sono prove limitate e molto dibattute che la vitamina C o piccole dosi di vitamina D (in soggetti con carenza di vitamina D) possono aiutare a prevenire le infezioni acute del tratto respiratorio o accorciare il durata dei sintomi del comune raffreddore.

Tuttavia, questi dati non sono né robusti né specifici per COVID-19.

Mito 3. Gargarismi con aceto, succo di limone o acqua calda con sale.

In modo frequente durante il giorno puliscono la faringe e impediscono al virus di diffondere i polmoni.

Risposta:

non ci sono prove che i gargarismi con qualsiasi composto siano protettivi rispetto a COVID-19.

Al contrario, alcune pratiche fatte in casa possono essere disidratanti e avere esattamente l’effetto opposto.

Pensiamo che durante la crisi COVID-19 non debba essere adottato nulla di eccezionale riguardo alla dieta che prima non era valido.

Uno stile di vita sano basato su linee guida dietetiche scientificamente riconosciute come il piatto alimentare salutare, stato di idratazione appropriato, attività fisica regolare moderata, riposo e sonno sufficienti, nonché riduzione dello stress, sono le azioni migliori per rafforzare il sistema immunitario e aiutare a combattere l’infezione atipica.

È fondamentale notare che nessuno di questi sforzi può impedire COVID-19 o la sua trasmissione da un individuo all’altro.

È essenziale applicare le norme generali di sicurezza e igiene degli alimenti durante lo shopping, la preparazione, la cottura, il consumo e la conservazione degli alimenti:

  • in primo luogo, un adeguato lavaggio delle mani limita la diffusione di COVID-19
  • nel caso in cui ciò non fosse disponibile, specialmente in ambienti pubblici, utilizzare disinfettanti per le mani contenenti alcol al 60-70%.

In conclusione, l’adesione rigorosa al distanziamento sociale e l’adozione delle precauzioni igieniche raccomandate sono le migliori pratiche per ridurre il rischio di infezione da coronavirus.

Un’alimentazione sana ha un ruolo benefico nel suo concetto integrale; tuttavia, considerarlo in modo frammentato (cioè diete, alimenti specifici, integratori o prodotti naturali per la salute) è altamente rischioso.

Può provocare false aspettative e indurre le persone a ridurre le misure precauzionali efficaci, aumentando così pericolosamente il rischio di ottenere COVID-19.

Ultimo ma non meno importante, come professionisti della salute, dovremmo raccogliere informazioni qualificate da fonti ufficiali di alto livello e alzare la voce attraverso campagne che distinguono tra miti e fatti.

Lavoriamo in modo collaborativo (non sostitutivo), ciascuno nel suo campo, per “rendere a Cesare le cose che sono di Cesare e a Dio le cose che sono di Dio”.

(tratto da Marwan El Ghoch, Alessandra Valerio Let food be the medicine, but not for coronavirus: Nutrition and food science,telling myths from facts. J Popul Ther Clin Pharmacol Vol 27(2):e19–e22; 2 April 2020).

Mangia mediterraneo

Mangia mediterraneo

Mangia mediterraneo e anche il tuo fegato ringrazierà. L’epatopatia adiposa non alcolica (NAFLD) è una delle cause più comuni di epatopatia cronica.

Revisione a cura del Dott. Giorgio Pitzalis

Rappresenta una vasta gamma di danni al fegato che possono portare a gravi patologie epatiche come cirrosi e carcinoma epatocellulare.

Gli adulti e i bambini con fegato grasso mostrano un metabolismo lipidico e lipidico anormale.

Pertanto, NAFLD è ora considerato un componente importante della sindrome metabolica (MetS).

Il meccanismo di danno epatico in NAFLD è considerato un “processo a colpi multipli”.

Il primo “colpo” porta ad un aumento del grasso del fegato, mentre i successivi molteplici fattori portano all’infiammazione.

In effetti, la prima manifestazione di NAFLD è l’accumulo di trigliceridi nel fegato associato all’insulino-resistenza, che è considerevolmente influenzato da fattori come diete iperenergetiche, stile di vita sedentario e suscettibilità genetica.

L’accumulo di grasso nel fegato è associato a danno epatocellulare e lipotossico a causa di elevati acidi grassi liberi, colesterolo libero e altri metaboliti lipidici. L’obesità è considerata un attore chiave nello sviluppo di NAFLD e la maggior parte dei pazienti con NAFLD è obesa o in sovrappeso.

La diagnosi NAFLD richiede la prova della steatosi, che si basa sulle tecniche di imaging nella pratica clinica.

La biopsia epatica rimane il gold standard per affrontare tale diagnosi ed è l’unico metodo valido per differenziare la NASH dalla semplice steatosi, tuttavia non è né fattibile né etico eseguire la biopsia epatica come strumento in tutti i pazienti putativi.

Le tecniche di imaging non invasivo, come ultrasuoni (US), tomografia computerizzata (CT), risonanza magnetica (MRI) e spettroscopia di risonanza magnetica protonica (MRS), possono anche identificare l’infiltrazione grassa del fegato.

MRI-PDFF è accurato, preciso e affidabile per quantificare la steatosi epatica essendo stato validato contro la biopsia epatica sia negli adulti che nei bambini.

Attualmente, non vi è alcun accordo in merito al trattamento farmacologico della NAFLD.

Tuttavia, gli interventi sullo stile di vita basati sull’esercizio fisico e una dieta equilibrata per qualità e quantità, sono considerati la pietra angolare della gestione della NAFLD.

La dieta mediterranea (MD), caratterizzata da una quantità significativa di fibre, grassi polinsaturi e antiossidanti, è stata suggerita per ridurre il rischio di malattie cardiovascolari (CVD).

Negli adulti, la MD ha anche dimostrato di essere efficace nel ridurre il rischio di MetS.

I risultati degli studi relativi alle opzioni farmacologiche per il trattamento della NAFLD sono inconcludenti.

Al momento il miglior trattamento per gestire la NAFLD è l’intervento sullo stile di vita per raggiungere la perdita di peso.

Una riduzione del peso corporeo dal 7% al 10% dopo una restrizione energetica e/o una regolare attività fisica è associata a miglioramento istologico, risoluzione del grasso epatico, necroinfiammazione e fibrosi.

Sebbene la perdita di peso sia considerata il trattamento più efficace nel NAFLD, alcune diete che comportano una perdita di peso eccessiva e / o rapida (ad es. diete a bassissimo contenuto di carboidrati, diete ad alto contenuto di grassi) possono effettivamente causare o esacerbare la malattia, inducendo insulino-resistenza.

Poiché la riduzione del peso è una conseguenza dell’attività fisica e di una “dieta sana”, le abitudini alimentari anziché la perdita di peso in sé possono migliorare il NAFLD.

Il trattamento dietetico per raggiungere la perdita di peso deve avere non solo caratteristiche quantitative ma anche qualitative.

La maggior parte degli studi conclude che la restrizione energetica da sola non è sufficiente per trattare la NAFLD e che la composizione della dieta, con modulazione sia di macro che di micronutrienti, è cruciale.

Pertanto, un’alimentazione equilibrata e una moderata perdita di peso possono ora essere considerati il miglior approccio terapeutico nel NAFLD.

Secondo le linee guida internazionali, il primo passo per il trattamento della NAFLD è limitare l’assunzione di calorie, di grassi (acidi grassi saturi, acidi grassi trans) e di fruttosio e, al contrario, contenere l’assunzione di proteine, fibre e n-3 acido grasso polinsaturo (PUFA).

Infatti, MD appare come un’opzione dietetica utile per produrre perdita di peso seguita da concomitante beneficio metabolico per NAFLD.

Il modello della MD comune consiste nel mangiare principalmente cereali non raffinati, verdure e frutta fresca, olio d’oliva e noci; mangiare con moderazione pesce, carni bianche e legumi; limitare la carne rossa, le carni trasformate e i dolci; e bevendo vino rosso con moderazione.

Steatosi epatica

Pertanto, le caratteristiche principali della MD sono il profilo benefico degli acidi grassi costituito da un basso consumo di grassi saturi e colesterolo e, al contrario, da un elevato consumo di acido grasso monoinsaturo (MUFA) con un rapporto omega-6-omega-3 PUFA bilanciato, insieme a un alto contenuto di carboidrati complessi e fibre.

La capacità dell’MD di ridurre il rischio di sviluppo e progressione del NAFLD è stata attribuita all’effetto nutraceutico di composti bioattivi e fitochimici con capacità antiossidante e antinfiammatoria come fibre, acidi grassi monoinsaturi e omega-3 e fitosteroli.

NAFLD è associato a obesità viscerale, insulino-resistenza, dislipidemia e infiammazione cronica, tutte caratteristiche dei Mets.

MD può migliorare NAFLD.

In particolare, gli effetti antiossidanti e antinfiammatori, nonché gli effetti ipolipemizzanti e la produzione di metaboliti mediata dall’intestino-microbiota sono i principali meccanismi attraverso i quali la MD può influenzare la salute metabolica e la NAFLD.

La MD si basa su composti come polifenoli, vitamine e altre biomolecole che hanno effetti antinfiammatori e antiossidanti.

Questo sembra essere rilevante, poiché l’infiammazione e lo stress ossidativo svolgono un ruolo centrale nella patogenesi della NAFLD / NASH.

I polifenoli sono presenti in cereali integrali, verdure e frutta fresca, olio d’oliva, noci e vino rosso.

Sono un gruppo eterogeneo di composti bioattivi, inclusi numerosi antiossidanti idrosolubili, caratterizzati da una struttura fenolica. In base alla loro struttura chimica, ci sono due categorie di polifenoli:

  • I flavonoidi sono composti polifenolici che si trovano onnipresentemente e forniscono gran parte del sapore e del colore a frutta e verdura. Hanno effetti epato-protettivi in considerazione del loro potenziale antiossidante e antinfiammatorio.
  • Tra i non flavonoidi, il resveratrolo, un contenuto di polifenoli stilbenico nel vino rosso, ha dimostrato di esercitare attività epato-protettiva influenzando i tre componenti interagenti dell’omeostasi come il vaso, le piastrine del sangue e la coagulazione e il sistema fibrinolitico del plasma.

Le vitamine, che sono componenti significativi di MD, possono anche essere considerate antiossidanti alimentari.

Riducono lo stress cellulare e, in questo modo, svolgono un ruolo fondamentale nella prevenzione della progressione della NAFLD.

La vitamina E ha dimostrato di migliorare le caratteristiche istologiche della NASH.

La vitamina D ha proprietà immunomodulanti, antinfiammatorie e antifibrotiche mentre l’integrazione con vitamina D ha dimostrato di migliorare l’istopatologia NAFLD.

Anche i carotenoidi fanno parte di MD; comprendono una classe di pigmenti liposolubili naturali che agiscono come antiossidanti, che si trovano in diversi tipi di frutta e verdura.

Tra questi, il licopene è stato studiato come potenziale agente protettivo nel NAFLD alla luce dei suoi potenti effetti antiossidanti.

Gli effetti benefici della MD sul metabolismo lipidico epatico e, di conseguenza, sulla prevenzione NAFLD, sono influenzati principalmente dalla sua composizione di acidi grassi che è caratterizzata da un alto contenuto di MUFA con un rapporto omogene-6-omega-3 PUFA bilanciato a causa dell’abbondanza di verdure, legumi, noci, olio d’oliva e pesce (anziché carni rosse).

È stato dimostrato che l’assunzione di MUFA può prevenire lo sviluppo di NAFLD migliorando i livelli lipidici plasmatici, riducendo l’accumulo di grasso corporeo e diminuendo l’espressione postprandiale di adiponectina.

Numerosi studi hanno dimostrato che un ridotto apporto di grassi saturi è associato a una riduzione delle concentrazioni plasmatiche di colesterolo totale, lipoproteine a bassissima densità (LDL)-colesterolo e trigliceridi.

La MD può anche contribuire ad abbassare il colesterolo plasmatico dall’elevato consumo di fibre solubili in acqua che si trovano in grande concentrazione in alcuni componenti di MD, principalmente fagioli, verdure e frutta e cereali integrali.

È stato dimostrato che le fibre idrosolubili aumentano il tasso di escrezione biliare riducendo quindi il siero totale e il colesterolo LDL.

La MD può avere un impatto significativo sulla composizione e la diversità del microbiota.

Poiché la MD è caratterizzata da un’elevata assunzione di fibre nella dieta, promuove una modifica benefica del microbiota intestinale con diminuzione dei Firmicutes aumento dei Bacteroides, che hanno dimostrato di migliorare l’obesità, l’infiammazione e le relative alterazioni metaboliche.

I polifenoli contenuti nella MD inducono un aumento dei bifidobatteri, associato a vari benefici metabolici come la riduzione del colesterolo plasmatico e una diminuzione della proteina C-reattiva (CRP).

In conclusione, la MD, povera di grassi saturi e proteine animali, ricca di antiossidanti, fibre e MUFA e con un adeguato equilibrio di grassi da omega-3 a omega-6, rappresenta un modello alimentare sano, che ha dimostrato di ridurre CVD, MetS e tipo 2 diabete.

Tratto da: Mediterranean diet and nonalcoholic fatty liver disease. Caterina Anania, Francesco Massimo Perla, Francesca Olivero, Lucia Pacifico, Claudio Chiesa. World J Gastroenterol. May 21, 2018; 24(19): 2083-2094