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I nitrati alimentari e attività sportiva agonistica . L’importanza della Barbabietola

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I nitrati alimentari e attività sportiva agonistica . L’importanza della Barbabietola

I nitrati alimentari e attività sportiva agonistica . L’importanza della Barbabietola

I nitrati sono composti costituiti da un atomo di azoto e tre di ossigeno (NO3). La maggiore fonte dei nitrati alimentari non proviene come si pensa dagli insaccati ma dai vegetali, quelli maggiormente ricchi, avendo un contenuto per kg di prodotto vegetale superiore a 20 mmol (1 mmol nitrati = 62 mg).

I nitrati alimentari sono:

  • barbabietola rossa
  • succo di barbabietola
  • sedano
  • rucola
  • lattuga
  • spinaci

Il nostro corpo è inoltre in grado di produrli dall’ossidazione di ossido nitrico.

Per quanto concerne l’aspetto riguardante l’impatto dei nitrati come tali o convertiti in nitriti sulla salute (produzione di nitrosamine e metaemoglobina), l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) ha concluso nel 2008 che “gli effetti benefici di mangiare verdura e frutta superano il rischio potenziale per la salute umana dall’esposizione a nitrato attraverso le verdure grazie anche alla concomitante presenza della vitamina C che svolge un ruolo protettivo nei confronti dei danni indotti da nitrosammine”.

I nitrati una volta introdotti con l’alimentazione vengono ridotti a nitriti (NO2) dalla nitrato-riduttasi batterica che si trova sulla superficie della lingua.

I nitrititi formatisi, deglutiti con la saliva, una volta giunti nello stomaco interagiscono con l’acido cloridrico producendo Ossido Nitrico (NO).

Nell’ambito sportivo la supplementazione di nitrati avrebbe secondo la letteratura un risvolto positivo, grazie alla loro conversione in ossido nitrico, sulla riduzione del costo dell’ossigeno.

L’ossido nitrico (NO), è una componente radicalica gassosa che oltre ad essere prodotta dalla riduzione di nitriti, viene prodotta anche a livello endogeno da diversi tipi di cellule (endoteliali, nervose, muscolari), a partire dall’amminoacido arginina.

L’ossido nitrico funge da neurotrasmettitore e secondo messaggero nelle cellule endoteliali stimolando la produzione di cGMP, provocando rilascio della muscolatura liscia, da cui un aumento della vasodilatazione con conseguenti benefici sia a livello muscolare che sulla salute cardiovascolare.

Gli studi per la valutazione dell’efficacia dei nitrati in ambito sportivo utilizzano come fonte il succo di barbabietola, grazie alla forte concentrazione di tali composti nello stesso; dalla revisione della letteratura emerge la capacità di questi composti di aumentare l’ossido nitrico presente nell’organismo.

L’ossido nitrico apporterebbe benefici nell’attività fisica grazie alla sua capacità di:

  • migliorare l’efficienza della respirazione mitocondriale
  • regolare il flusso sanguigno
  • migliorare la contrazione muscolare

In pratica, l’ingestione di 500 ml di succo di barbabietola al giorno per 6 giorni sembra aiutare le prestazioni con una riduzione della componente lenta della cinetica di VO2 riconducibile ad un minor costo della contrazione muscolare (minor consumo di ATP per eseguire lo stesso lavoro che causerebbe una minore deplezione di creatinfosfato), da cui un aumento del tempo di esaurimento migliorando la performance, con effetti acuti, poiché evidenti dopo 5 giorni di integrazione, che permangono per almeno 2 settimane. Diversi studi sono stati condotti su ciclisti e, di recente uno studio riporta anche un minor declino della forza e una maggior saturazione dell’O2 muscolare in atleti di jiu-jitsu dopo integrazione con gel a base di barbabietola.

La letteratura riporta un numero sempre maggiore di studi riguardanti i benefici da supplementazione di nitrati sia su attività moderate che intense.

I dati sono molto promettenti tanto che l’Australian Institute of Sport ha creato un sistema per classificare gli integratori in base ai loro effetti sulla prestazione basati su dati scientifici inserendo il succo di barbabietola nella classe A, ovvero molecole con un alto livello di prove atte a confermare un miglioramento dell’esercizio fisico.

Fonte:
https://doi.org/10.1093/jn/nxaa415

Parliamo oggi di spreco alimentare

Parliamo oggi di spreco alimentare

Spreco alimentare. Le definizioni proposte negli anni sono state molte, perché tutto dipende da cosa si prende in considerazione.

I dati e le analisi cambiano se si parte dalla filiera alimentare nel suo complesso o se si analizza solo una parte.

Il Barilla Center for Food and Nutrition (BCFN) propone due grandi categorie: – Food losses, ossia le perdite che si determinano a monte della filiera agroalimentare, principalmente in fase di semina, coltivazione, raccolta, trattamento, conservazione e prima trasformazione agricola; – Food waste, ossia gli sprechi che avvengono durante la trasformazione industriale, distribuzione e consumo finale.

Spreco alimentare. La distinzione è cruciale, perché spesso, quando si citano i numeri dello spreco, non si fa differenza e si attribuisce al consumatore finale una quantità di spreco che sembra lontana dalla realtà, e che arriva al 30% circa; in altre parole, è come se – crisi o non crisi – ciascuno buttasse nella spazzatura un terzo di ciò che acquista, il che appare francamente poco credibile.

La prima confusione è dunque sulla definizione.

Una volta chiarito questo concetto si possono analizzare alcune cifre, scegliendo quelle più affidabili.

Nell’Italia del Covid diminuisce lo spreco alimentare tra le mura domestiche: nel 2020 sono stati buttati 27 kg di cibo a testa (529 grammi a settimana), l’11,78% in meno rispetto al 2019 con un risparmio di 376 milioni di euro.

Sono comunque andati in fumo 10 miliardi di euro se, oltre agli sprechi in cucina, si considerano le perdite in campo e nel commercio. (Waste Watcher International Observatory).

È comunque difficile avere dati oggettivi.

Nei Paesi industrializzati la quota maggiore degli sprechi avverrebbe nelle fasi finali della filiera agroalimentare (consumo domestico e ristorazione in particolare.

Tra le cause vi sarebbero difficoltà del consumatore di interpretare correttamente le etichette degli alimenti; preparazione di porzioni troppo abbondanti (tanto nei ristoranti quanto a casa), errori in fase di pianificazione degli acquisti (spesso indotti da offerte promozionali); conservazione non adeguata.

Spreco alimentare. Come se ne esce? Il rapporto del Barilla Center for Food and Nutrition propone sette obiettivi da perseguire:

  1. Definizioni e metrica comuni. Dare un significato univoco ai termini food losses e food waste e armonizzare a livello internazionale la raccolta dei dati statistici.
  2. Capire le cause. Comprendere più nel dettaglio il perché degli sprechi alimentari nelle varie filiere agroalimentari e valutare meglio gli impatti.
  3. Ridurre per recuperare meno. Investire prima nella riduzione delle perdite e degli sprechi alimentari e poi sul loro recupero.
  4. (Ri)utilizzare. Avviare iniziative di recupero degli sprechi, attraverso la distribuzione a persone svantaggiate, l’impiego come mangime o, come ultima alternativa, per produrre bioenergia.
  5. Una priorità politica. Governare la riduzione dello spreco a livello istituzionale, evitando che l’adozione di standard provochi perdite e sprechi ingiustificati lungo la filiera.
  6. Cooperare per risparmiare. Sviluppare accordi di filiera tra agricoltori, produttori e distributori per una programmazione più corretta.
  7. Informare per educare. Rendere il consumatore consapevole dello spreco e insegnargli come rendere più sostenibili l’acquisto, la conservazione, la preparazione e lo smaltimento finale del cibo.

Per concludere altre considerazioni:

  • lo spreco alimentare è responsabile del 6% delle emissioni di gas serra e della dispersione di 253 Km3 di acqua potabile (solo in agricoltura).
  • la FAO, calcola che 1.4 milioni di ettari di terreno coltivabile siano utilizzati per produrre cibo che non verrà mai mangiato (ovvero il 28% della superficie terrestre destinata all’agricoltura), contribuendo in modo significativo alla perdita di biodiversità.
  • A livello mondiale, sempre secondo la FAO, sono 1.6 miliardi le tonnellate di cibo che vengono sprecate ogni anno, pari a 1/3 della produzione alimentare globale.
  • Nel pacchetto di Direttive Ue per l’economia circolare per attuare a una strategia contro gli sprechi alimentari vengono introdotti target di riduzione degli sprechi del 30% al 2025 e del 50% al 2030.
La Pasta: what else?

La Pasta: what else?

La pasta. Gran parte dell’attenzione si è concentrata sugli zuccheri, ma i tradizionali carboidrati di base come pasta, riso e pane sono sempre più coinvolti nelle epidemie di sovrappeso e obesità.

Sebbene revisioni sistematiche e meta-analisi di studi randomizzati e controllati (RCT) di modelli dietetici che includono questi alimenti ma sono a basso indice glicemico (GI), alto contenuto di cereali integrali e/o ad alto contenuto di fibre alimentari hanno mostrato vantaggi per i risultati relativi al peso, c’è stata una generale mancanza di riconoscimento dell’importanza della qualità dei carboidrati.

La pasta è un importante esempio di alimento considerato un carboidrato raffinato ma a basso indice glicemico, una proprietà che è stata ampiamente sfruttata negli studi sui modelli dietetici a basso indice glicemico.

Non è chiaro se la pasta da sola o nel contesto di un modello alimentare a basso indice glicemico condivida i vantaggi di altri alimenti a basso indice glicemico o, al contrario, contribuisca all’aumento di peso.

  • La presente revisione sistematica e la meta-analisi sono state intraprese per quantificare l’effetto della sola pasta e della pasta nel contesto di modelli dietetici a basso indice glicemico sul peso corporeo e altri marcatori di adiposità.
  • L’analisi aggregata primaria su 2448 partecipanti (prevalentemente di mezza età e sovrappeso o obesi), ha dimostrato che la pasta nel contesto di modelli dietetici a basso indice glicemico non ha contribuito all’aumento di peso, determinando una significativa perdita di peso di -0,63 kg rispetto a diete più elevate nell’IG per un follow-up mediano di 12 settimane.
  • L’incoraggiamento al consumo di pasta nel contesto di modelli dietetici a basso indice glicemico non causa danni e può anche portare a una perdita di peso spontanea, non solo a breve termine ma anche a lungo termine.

L’assunzione di pasta è stata valutata nello studio Moli-sani e nell’Indagine italiana sulla nutrizione e la salute, uno studio trasversale su oltre 20 000 italiani provenienti da tutta Italia. Lo studio ha dimostrato che un maggiore consumo di pasta era associato a un minor indice di massa corporea, circonferenza della vita e rapporto vita-fianchi e con una minore prevalenza di sovrappeso e obesità (Nutr diabete 2016; 6 :e218 10.1038/nutd.2016.20 ).

Inoltre, una maggiore assunzione di pasta è stata associata a una migliore aderenza alla dieta mediterranea, un modello alimentare che ha dimostrato un beneficio cardiovascolare.

Sebbene la forma del prodotto della pasta possa variare ampiamente, anche per forma (es. maccheroni, spaghetti, linguine), ingredienti (es. tipo di grano, contenuto di uova) e tecnica di lavorazione (es. temperatura di essiccazione), gli studi hanno dimostrato che confrontando paste che variano in questi parametri, nonostante lievi variazioni nella risposta glicemica tra le paste, le risposte glicemiche sono ancora inferiori rispetto a un controllo, ad esempio il pane bianco.

  • Una delle preoccupazioni della scelta della pasta come alimento a base di carboidrati è che sia un alimento raffinato e povero di fibre. Sebbene siano disponibili opzioni di pasta integrale, gli studi hanno dimostrato che la fibra aggiunta alla pasta non influisce in modo significativo sulla risposta del glucosio o dell’insulina, sulla secrezione di ormoni intestinali o sulla sazietà.
  • Inoltre, la pasta ha un IG simile rispetto a molti carboidrati ricchi di fibre, tra cui orzo, legumi e avena, e ancora un IG ancora più basso rispetto ad altri alimenti ricchi di fibre tra cui pane integrale, cereali per la colazione come fiocchi di crusca o patate.
  • La pasta di grano bianco tipicamente consumata ha anche un contenuto di micronutrienti più elevato rispetto ad altri prodotti di grano bianco come il pane poiché contiene lo strato di aleurone, che si conserva grazie all’utilizzo di frumenti più duri (grano duro); anche quando si utilizzano semola di grano duro nel pane, la pasta conserva una risposta glicemica inferiore principalmente a causa delle tecniche di lavorazione utilizzate nella produzione della pasta, che conferiscono alla pasta una struttura compatta e una ridotta idrolisi dell’amido.

Diete a basso IG potrebbero portare ad una maggiore riduzione del peso corporeo rispetto a diete superiore GI perché gli alimenti basso indice glicemico hanno dimostrato di essere più sazianti e diminuire conseguentemente l’apporto energetico.

I modelli dietetici a basso indice glicemico sono caratterizzati anche da un alto contenuto di fibre, che possono contribuire a migliorare la sazietà e la fame.

Inoltre, studi che hanno confrontato modelli dietetici ad libitum a basso indice glicemico con diete a basso contenuto energetico standard hanno dimostrato una perdita di peso simile o migliore con modelli dietetici a basso indice glicemico, nonostante il fatto che i partecipanti fossero liberi di consumare quanto desideravano.

I risultati relativi alla pasta (carboidrati raffinati ma a basso indice glicemico), sono importanti visti i messaggi negativi di cui è stato inondato il pubblico, messaggi che sembrano influenzare le loro scelte alimentari, come evidenziato dalle recenti riduzioni dell’assunzione di carboidrati, soprattutto nell’assunzione di pasta.

Contrariamente a queste preoccupazioni, l’evidenza disponibile mostra che quando la pasta viene consumata nel contesto di modelli dietetici a basso indice glicemico, non vi è alcun aumento di peso ma una perdita di peso clinicamente significativa marginalmente (> 0,5 kg).

Le attuali linee guida di pratica clinica suggeriscono già la sostituzione degli alimenti ad alto indice glicemico con alimenti a basso indice glicemico per il miglioramento del controllo glicemico e dei fattori di rischio cardiovascolare.

Le attuali evidenze indicano che la pasta può essere evidenziata come un importante esempio di alimento a basso indice glicemico che può contribuire a un modello alimentare a basso indice glicemico, un modello che a sua volta può potenzialmente migliorare il rischio cardiometabolico senza un effetto negativo sul controllo del peso.

In conclusione, la pasta nel contesto di modelli dietetici a basso indice glicemico riduce il peso corporeo e l’IMC rispetto ai modelli alimentari a indice glicemico superiore.

Questa scoperta aumenta la nostra fiducia che la pasta nel contesto di modelli dietetici a basso indice glicemico non determini un aumento di peso.

fonte:
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5884373/

Integratori nutrizionali ed erboristici

Integratori nutrizionali ed erboristici

Integratori nutrizionali ed erboristici. I disturbi mentali affliggono milioni di persone in tutto il mondo.

La depressione e l’ansia sono due dei disturbi mentali più comuni,che colpiscono quasi 55 milioni di persone solo negli Stati Uniti.

La complessità del sistema nervoso centrale rende la diagnosi, il trattamento e il miglioramento di queste malattie debilitanti eccezionalmente difficili.

Il progresso in queste aree sarebbe un contributo inestimabile nello sforzo di ridurre l’impatto globale delle condizioni di ansia. L’universalità dei rimedi erboristici in molte culture li rende un trattamento appropriato da esplorare.

Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-IV-TR), l’ansia è caratterizzata da una sensazione di preoccupazione persistente che ostacola la capacità di un individuo di rilassarsi.

Questo può variare dai livelli di ansia transitoria che una persona prova prima di un intervento chirurgico o di un ciclo mestruale alla sensazione pervasiva di nervosismo che caratterizza un disturbo d’ansia (ad es. Disturbo d’ansia generalizzato, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo di panico e fobia sociale).

L’impatto dell’ansia non si limita a uno stress costante, che è associato a un rischio più elevato di malattie cardiovascolari e cerebrovascolari.

L’ansia ha anche manifestazioni fisiche debilitanti come mal di testa, tremori e sudorazione incontrollati, tensione muscolare e dolori, tra gli altri.
Finora, la terapia cognitivo comportamentale (CBT) si è dimostrata il trattamento a lungo termine più efficace per i disturbi legati all’ansia.

Oltre agli antidepressivi, a pazienti affetti da disturbo d’ansia generalizzato (GAD) sono stati prescritti anche inibitori della ricaptazione della serotonina specifica (SSRI) e benzodiazepine.

Tuttavia, mentre spesso efficace, entrambe queste classi di farmaci offrono molti effetti collaterali indesiderati come ideazione suicida, diminuzione della vigilanza, disfunzioni sessuali e dipendenza.

Inoltre, i costi di questi farmaci pongono problemi ai pazienti che devono assumerli quotidianamente a lungo termine.

Di conseguenza, c’è stato un crescente interesse per l’uso di medicine complementari e alternative (CAM) come metodo naturale per il trattamento di numerosi tipi di ansia.

Integratori nutrizionali ed erboristici. Erbe come la passiflora, la kava, l’erba di San Giovanni e la radice di valeriana, così come l’aminoacido lisina e il catione magnesio, sono state utilizzate per secoli nella medicina popolare e tradizionale per calmare la mente e migliorare positivamente l’umore.

Tuttavia, l’efficacia e la sicurezza di utilizzare CAM ad ansia trattamento, sia come un sintomo e come un disturbo, ha appena cominciato a essere rigorosamente testati in studi clinici nel corso degli ultimi 10 o 15 anni.

L’obiettivo di questo articolo è quello di rivedere e riassumere sistematicamente la letteratura disponibile sui rimedi erboristici e sugli integratori alimentari per il trattamento dell’ansia e dei sintomi correlati al fine di aiutare gli operatori della salute mentale a consigliare i loro pazienti e fornire spunti per la ricerca futura in questo campo.

Sono stati trovati in totale 24 studi che soddisfacevano i requisiti di inclusione richiesti.

Questi studi hanno esaminato l’efficacia di cinque monoterapie

  • passiflora
  • lisina
  • magnesio
  • kava
  • erba di San Giovanni

e otto trattamenti combinati

  • una combinazione di erbe
  • multivitaminico
  • L-lisina + L-arginina
  • magnesio + vitamina B 6
  • combinazione di erbe + magnesio
  • calcio + kava
  • erba di San Giovanni + kava
  • erba di San Giovanni + valeriana

Complessivamente, 2619 partecipanti di età compresa tra i 18 e gli 82 anni hanno preso parte a questi studi.

Alcune culture hanno una maggiore preferenza per la medicina naturale rispetto alla medicina moderna, e quindi probabilmente mostreranno risultati positivi nei suoi confronti.

Poiché la cultura, il sesso e l’età sono potenziali variabili confondenti, è necessario compiere sforzi per controllarli negli studi futuri.

Erbe medicinali

Fiore della passione

Passiflora o Passiflora incarnata Linn ha una lunga storia di utilizzo come agente ansiolitico nel folklore ed è stato utilizzato da persone in tutto il mondo per trattare l’ansia.

Tuttavia, uno dei problemi con gli integratori a base di erbe è che il materiale vegetale contiene migliaia di sostanze fitochimiche, il che rende difficile individuare le sostanze biochimiche specifiche responsabili delle proprietà ansiolitiche.

In altre parole, sebbene i rimedi erboristici producano spesso risultati positivi, identificare i principi attivi può essere difficile.

Pertanto, gli utenti di rimedi erboristici potrebbero consumare sostanze inefficaci o potenzialmente tossiche oltre agli ingredienti attivi ansiolitici.

Uno studio in doppio cieco controllato con placebo ha analizzato la differenza di efficacia tra oxazepam, una benzodiazepina da prescrizione usata per trattare i sintomi di ansia cronica, e la passiflora in pazienti che soddisfacevano i criteri per la GAD.

Integratori nutrizionali ed erboristici . I risultati non hanno mostrato alcuna differenza tra i due ansiolitici per quanto riguarda il trattamento della GAD, suggerendo che la passiflora è efficace quanto le benzodiazepine nell’eliminazione dei sintomi di ansia.

I soggetti del gruppo della passiflora hanno anche riportato prestazioni di compromissione del lavoro inferiori rispetto a quelli del gruppo delle benzodiazepine; tuttavia, i soggetti nel gruppo delle benzodiazepine hanno riportato un inizio più rapido del sollievo dai sintomi.

Kava

Kava è una bevanda preparata dalla pianta Piper methysticum. È stato consumato in molte culture perché è noto per alleviare ansia, irrequietezza e insonnia per secoli.

L’attrattiva della kava è che è ansiolitica ma non sedativa o compromissoria delle funzioni mentali, che sono tipici effetti collaterali causati dalle benzodiazepine.

I partecipanti a cui è stato somministrato l’estratto di kava hanno mostrato un miglioramento nei loro sintomi di ansia primaria e secondaria.

L’ansia primaria è descritta come l’incapacità di regolare lo stress e l’ansia sin dalla prima infanzia.

L’ansia secondaria, che si sviluppa più tardi nella vita, può essere causata da disturbi clinici.

D’altra parte, altri studi hanno dimostrato che la kava da sola o in combinazione con l’erba di San Giovanni non è più efficace del placebo nel ridurre i sintomi dell’ansia.

In generale l’assunzione di dosi inferiori a 400 mg / die non causa gravi effetti collaterali.

Questo è importante da notare, soprattutto da quando la Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha pubblicato nel 2002 un avvertimento per i consumatori sul potenziale di gravi danni al fegato causati da integratori contenenti kava.

Questo rischio potenziale, ma raro, di epatite, cirrosi e insufficienza epatica ha portato nazioni come il Canada e il Regno Unito a vietare gli integratori di kava.

Dei 435 partecipanti alla sperimentazione clinica che assumevano integratori di kava nella nostra revisione, alcuni a dosi elevate, non sono stati segnalati problemi al fegato.

Pertanto, l’attuale revisione supporta la conclusione che la tossicità epatica è davvero un effetto collaterale raro.

Erba di San Giovanni

Hypericum perforatum, o erba di San Giovanni (SJW), deriva dalle sommità fiorite di un arbusto perenne.

È stato utilizzato nella medicina tradizionale per secoli per trattare una vasta gamma di disturbi ed è autorizzato in Germania per il trattamento di ansia, depressione e disturbi del sonno.

SJW è probabilmente più riconosciuto per il suo uso nella depressione.

La depressione è stata collegata all’ansia, con molti sintomi, ad esempio attacchi di panico, che si sovrappongono tra i due disturbi.

Poco si sa sulle ragioni specifiche del collegamento nelle condizioni; tuttavia, può esserci una sovrapposizione fino all’85% con le diagnosi e molte opzioni di trattamento convenzionali sono prescritte per entrambi i disturbi.

Sono necessarie ulteriori ricerche utilizzando SJW in tutte le indicazioni presentate in questa revisione al fine di determinarne l’efficacia.

Tuttavia, i risultati indicano un potenziale agente ansiolitico con un profilo di effetti collaterali simile al placebo.

Tutti gli effetti collaterali riportati negli studi esaminati sono stati da lievi a moderati e il più delle volte erano casi di disturbi gastrointestinali, vertigini, disturbi del sonno e mal di testa.

Supplementi nutrizionali

Lisina

È stato a lungo postulato che la disregolazione dei neurotrasmettitori possa essere una causa di ansia.

Questi neurotrasmettitori includono GABA, serotonina, dopamina e noradrenalina.

Per i due RCT disponibili, sembra che la combinazione L-lisina + L-arginina riduca efficacemente i punteggi di ansia senza effetti collaterali segnalati.

Gli integratori di aminoacidi possono anche aiutare a bilanciare i livelli di cortisolo innescati dallo stress sia negli individui sani che in quelli con ansia ad alto tratto. Tuttavia, è necessario condurre ulteriori ricerche su entrambe le combinazioni di lisina e la monoterapia per confermare questi risultati.

Magnesio

Il magnesio è uno ione caricato positivamente, un catione, che è coinvolto in molte importanti funzioni molecolari nel corpo ed è stato collegato a disturbi legati all’ansia.

Ad oggi, sono stati condotti tre studi sull’uomo che testano gli effetti anti-ansia dell’aumentata assunzione di magnesio nelle terapie combinate, e tutti hanno mostrato una direzione positiva delle prove.

Sebbene il meccanismo esatto debba ancora essere determinato, sembra che l’integrazione di magnesio sia efficace nel trattamento dell’ansia e dei disturbi legati all’ansia se usata in combinazione con altre vitamine, minerali ed estratti di erbe.

Nel complesso, la letteratura disponibile mostra che gli integratori contenenti magnesio sono generalmente ben tollerati con pochissimi effetti collaterali segnalati.

Conclusioni

I disturbi d’ansia sono uno dei tanti disturbi psicologici comuni.

I rimedi naturali sono stati usati per secoli in molte culture per alleviare l’ansia e i suoi sintomi con sorprendente efficacia.

Nelle culture occidentali, tuttavia, la ricerca che dimostra l’utilità delle erbe medicinali e delle sostanze naturali ha iniziato a prendere slancio solo negli ultimi decenni.

Gli studi controllati randomizzati (RCT) esaminati in questo rapporto, il 71% (15 su 21) ha mostrato una direzione positiva delle prove e tutti gli effetti collaterali riportati sono stati da lievi a moderati.

Sulla base di questi dati, sembra che gli integratori nutrizionali ed erboristici siano metodi efficaci per trattare l’ansia e le condizioni legate all’ansia senza il rischio di gravi effetti collaterali.

La passiflora è stata studiata in tre diversi RCT, due volte in monoterapia e una volta come parte di una combinazione di erbe. Tutti e tre questi studi hanno mostrato un beneficio positivo per il trattamento con la passiflora, fornendo una buona prova della sua efficacia come agente ansiolitico.

Kava è l’integratore più ricercato in questa recensione con 11 diversi studi (10 RCT e uno osservazionale). Degli RCT di kava in monoterapia, il 63% (5/8) ha mostrato che il trattamento ha ridotto significativamente i sintomi di ansia in una varietà di tipi di pazienti.

Ciò fornisce una buona prova per l’uso della kava in pazienti con GAD, ansia non psicotica e altri disturbi legati all’ansia.

Le prove per l’erba di San Giovanni sono state contrastanti, con il 50% (3/6) degli studi che hanno avuto risultati positivi.

Tuttavia, il fatto che solo 1 su 4 RCT abbia avuto una direzione positiva dell’evidenza e che il trattamento attivo in questo studio fosse una combinazione di SJW e valeriana suggerisce che la monoterapia SJW non dovrebbe essere raccomandata a pazienti affetti da disturbi d’ansia o altra ansia condizioni correlate.

Per tutti e tre gli integratori a base di erbe recensiti, è necessario fare ulteriori ricerche per stabilire il dosaggio più efficace e per determinare se questo varia tra diversi tipi di ansia o disturbi legati all’ansia.

Inoltre, poiché 3 delle 4 combinazioni di erbe hanno mostrato risultati positivi, la ricerca futura dovrebbe concentrarsi sulla determinazione se le combinazioni di erbe sono simili o più efficaci della monoterapia, nonché sul perfezionamento del tipo di erbe e dei dosaggi contenuti negli integratori combinati.

Anche gli integratori alimentari combinati contenenti lisina o magnesio sembrano essere promettenti come trattamenti per i sintomi e i disturbi dell’ansia. Entrambi gli RCT di combinazioni di L-lisina e L-arginina hanno dimostrato risultati positivi, fornendo prove buone ma limitate della sua utilità come trattamento per l’ansia.

Le prove per il magnesio sono contrastanti. Anche se tutti e tre gli RCT sugli integratori contenenti magnesio hanno avuto risultati positivi, la monoterapia con magnesio ha dimostrato di non essere diversa dal placebo, sollevando la questione se il magnesio fornisca benefici ansiolitici in combinazione o se i risultati fossero basati sulle azioni di gli altri nutrienti / estratti di erbe.

La ricerca futura dovrebbe concentrarsi sulla delucidazione della modalità di azione del magnesio al fine di determinare se ha proprietà ansiolitiche e fornisce effetti sinergici quando combinato con altri agenti ansiolitici naturali.

Fonte: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2959081/

Osteoporosi

Osteoporosi

L’osteoporosi è stata definita come una malattia cronica caratterizzata da ridotta massa ossea e deterioramento del tessuto osseo, con aumento della fragilità ossea e rischio di frattura osteoporotica.

A causa della sua prevalenza e del suo contributo alla morbilità, l’osteoporosi è stata considerata un importante problema di salute pubblica.

La frattura osteoporotica spesso causa disabilità, costi sanitari più elevati e mortalità eccessiva.

A livello globale, le fratture correlate all’osteoporosi colpiscono circa il 33% delle donne e il 20% degli uomini di età superiore ai 50 anni.

La bassa densità minerale ossea (BMD) è stata considerata un segno distintivo dell’osteoporosi, nonché un predittore di frattura osteoporotica.

Pertanto, una migliore comprensione dei principali fattori prognostici di bassa densità minerale ossea avrebbe ripercussioni significative per la salute pubblica.

Sono stati stabiliti diversi fattori di rischio per una bassa BMD, come fattori genetici, endocrini, meccanici e di stile di vita (p. es., abitudine al fumo, consumo di alcol, attività fisica e stato di calcio e vitamina D).

L’evoluzione della bassa BMD a condizioni più gravi dipende da come questi fattori di rischio potrebbero essere modificati nel corso della vita.

La ricerca esistente mostra l’importante ruolo dei fattori nutrizionali nell’ottimizzazione della salute delle ossa.

La maggior parte dell’attenzione è stata data all’importanza del calcio e della vitamina D.

Tuttavia, stanno crescendo le prove dell’influenza di altri nutrienti, sulla salute delle ossa:

  • sodio
  • magnesio
  • potassio
  • vitamina K
  • fosforo
  • vitamina C
  • manganese
  • zinco
  • rame
  • altri…

Inoltre, gli studi si sono concentrati su alimenti e gruppi di alimenti, mostrando effetti benefici da:

  • frutta
  • verdura e cereali integrali
  • prodotti lattiero-caseari

Studi inclusi si sono concentrati su persone generalmente sane che confrontano BMD, BMC o fratture con schemi dietetici.

Le principali misure di esito in questi studi erano:

  1. BMD (colonna vertebrale totale o lombare o entrambe);
  2. BMC (totale);
  3. Rischio di frattura.

Definiamo “persone sane” quelle senza una precedente diagnosi di osteoporosi o osteopenia e senza malattie croniche, condizioni cardiovascolari o malattie autoimmuni o infiammatorie:

  • artrite reumatoide
  • osteoartrite
  • fibromialgia
  • sclerosi multipla
  • lupus eritematoso sistemico
  • diabete o asma

Abbiamo escluso gli studi in cui i partecipanti avevano indotta da steroidi corticoidi o altre cause secondarie di osteoporosi.

Dalla ricerca in letteratura attraverso i database Medline-PubMed (dal 1974 al maggio 2018) e Ovid-Embase (dal 1993 al 2018), sono stati selezionati e vagliati 3346 titoli.

La presente meta-analisi suggerisce che un modello alimentare “prudente/sano” (leggi dieta mediterranea ndr) può ridurre il rischio di bassa BMD tra bambini e adolescenti, giovani adulti e anziani.

Inoltre, i risultati indicano che un modello dietetico “occidentale/malsano” può aumentare il rischio di bassa BMD negli adulti di età superiore ai 50 anni.

Tra gli uomini più anziani, i risultati aggregati degli studi di coorte hanno mostrato un’associazione significativa tra modelli dietetici “prudenti/sani” e un ridotto rischio di frattura, mentre i modelli “occidentali/malsani” erano correlati a un rischio maggiore di frattura.

Tra le donne, le associazioni tra “prudente/sano” o “occidentale/malsano” erano nella direzione prevista.

I nutrienti, come calcio, vitamina D, fosforo, potassio, magnesio e vitamina K, così come alcuni gruppi di alimenti (cioè frutta e verdura) hanno mostrato effetti benefici sulla salute delle ossa e un minor rischio di fratture, mentre alimenti come le bevande analcoliche (in particolare le cole) sono stati associati a una bassa densità minerale ossea e a un maggior rischio di frattura.

Inoltre, modelli dietetici “a priori”, come la dieta mediterranea, che si basa su alimenti vegetali, come:

  • frutta
  • verdura
  • cereali integrali
  • legumi e noci
  • pesce
  • olio d’oliva
  • ridotto apporto di carne rossa e saturi acidi grassi, è stato positivamente associato alla salute delle ossa.

Il modello dietetico “prudente/sano” era caratterizzato da un’elevata assunzione di frutta, verdura, cereali integrali, legumi, noci, pesce, latticini a basso contenuto di grassi e latte magro e un basso apporto di bevande analcoliche, zuccheri, grani o cereali raffinati, carni rosse e carni lavorate.

Precedenti revisioni sistematiche hanno riferito che il consumo di frutta e verdura può ridurre il rischio di bassa densità minerale ossea e fratture.

L’assunzione di frutta e verdura, così come di cereali integrali, aumenta l’assunzione di diverse importanti vitamine, minerali e fitonutrienti, che possono contribuire alla salute delle ossa attraverso gli effetti sull’equilibrio acido-base, il metabolismo del calcio, la capacità antiossidante, che sopprime l’azione degli osteoclasti e la formazione della matrice ossea e diminuendo, tra gli altri, la concentrazione di omocisteina.

Ulteriori componenti del modello dietetico “Prudente/Sano” includono pesce e noci.

Questi contengono acidi grassi polinsaturi (in particolare acidi grassi n- 3), che sono stati associati a proprietà antinfiammatorie che promuovono la salute delle ossa. Infine, i latticini e il latte sono un’importante fonte di calcio, magnesio, vitamina D e proteine, necessari per la formazione e la conservazione della matrice ossea.

D’altra parte, i modelli dietetici “occidentali/malsani” tendono ad essere caratterizzati da carne rossa, carne lavorata, bevande analcoliche, cereali raffinati o cereali, fast food e dolci.

Questi componenti dietetici apportano grassi saturi, sodio, zuccheri aggiunti e fosforo, che sono stati collegati a un rischio più elevato di bassa BMD e incidenza di fratture. Una maggiore assunzione di questi nutrienti contribuisce a squilibri che possono diminuire la differenziazione degli osteoblasti e lo sviluppo osseo, alterare l’equilibrio del calcio, o contribuire al carico acido.

In sintesi, la presente revisione sistematica e la meta-analisi forniscono prove di un’associazione inversa tra un modello alimentare “prudente/sano” e il rischio di bassa densità minerale ossea in tutti i gruppi di età inclusi.

Al contrario, una relazione positiva tra il modello dietetico “occidentale/malsano” e la bassa BMD è stata riscontrata solo negli adulti più anziani.

Inoltre, le meta-analisi contribuiscono a dimostrare che un modello alimentare “prudente/sano” è protettivo contro il rischio di fratture tra gli uomini, mentre un modello alimentare “occidentale/malsano” è associato a una maggiore incidenza di fratture.

Questi risultati dovrebbero incoraggiare gli operatori sanitari a sottolineare l’importanza di consumare diete sane che includano frutta, verdura, cereali integrali, pesce, legumi, noci, latticini a basso contenuto di grassi, latte e acqua, evitando cibi raffinati ricchi di grassi saturi e aggiunti zuccheri.

Fonte:
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6316557/#

Celiachia

Celiachia

La Celiachia:

  • Deriva da una risposta immunitaria inappropriata mediata da cellule T al glutine ingerito che causa danni immuno-mediati all’intestino tenue in persone geneticamente predisposte.
  • Il danno alla mucosa prossimale dell’intestino tenue porta al malassorbimento dei nutrienti.
  • Quasi tutti i sistemi del corpo possono essere colpiti, ma i sistemi dermatologico, ematologico, neurologico, muscolo-scheletrico, endocrino, riproduttivo e digerente sono più comunemente coinvolti.
  • La celiachia è associata a varie condizioni autoimmuni il cui decorso clinico può essere influenzato dalla diagnosi e dal trattamento della celiachia.
  • La malattia celiaca non riconosciuta o non trattata è associata ad un aumento della mortalità e al rischio di linfoma intestinale.

La sensibilità al glutine non celiaca (NCGS), o sensibilità al grano non celiaco, sembra essere aumentata, ma l’assenza di biomarcatori diagnostici e una comprensione incompleta della malattia hanno reso difficili diagnosi accurate.

Molti pazienti con NCGS iniziano una dieta senza glutine (GFD) senza consultare un medico.

La NCGS è caratterizzata da sintomi simili alla sindrome dell’intestino irritabile (IBS) e/o sintomi extraintestinali diverse ore o giorni dopo aver mangiato cibi contenenti grano e migliora dopo la rimozione di grano e glutine dalla dieta.

  • I pazienti senza autoanticorpi associati alla celiachia o all’enteropatia rientrano nel gruppo NCGS.
  • La controversia persiste su NCGS perché la sovrapposizione dei sintomi con IBS complica la diagnosi. Tali pazienti stanno bene con una GFD o con una dieta a basso contenuto di oligosaccaridi fermentabili, disaccaridi, monosaccaridi e polioli (FODMAP), con particolare esclusione di fruttosio e fruttani.

Il rischio di celiachia è dal 10% al 15% nelle persone che hanno un parente di primo grado con malattia celiaca.

In precedenza si credeva che l’allattamento al seno e il ritardo dell’introduzione del glutine nella dieta dell’intestino del neonato immunologicamente immaturo potessero prevenire o ritardare la sensibilizzazione al glutine, ma studi randomizzati più recenti hanno rivelato che ritardare l’introduzione del glutine e l’allattamento al seno non modifica il rischio di celiachia nei neonati ad alto rischio.

Le attuali raccomandazioni sono di introdurre il glutine nella dieta di un bambino di età compresa tra 4 (meglio dai 6 mesi.ndr) e 12 mesi.

Non è stata stabilita la quantità ottimale di glutine da introdurre al momento dello svezzamento; tuttavia, una maggiore assunzione di glutine nei primi 5 anni di vita nei bambini ad alto rischio è stata associata a un aumento del rischio di celiachia e autoimmunità da celiachia.

Un rapporto suggerisce che il vaccino contro il rotavirus nelle prime fasi della vita dei neonati geneticamente suscettibili può diminuire lo sviluppo di autoanticorpi celiaci.

La celiachia può colpire più sistemi d’organo e può avere manifestazioni proteiformi.

I sintomi gastrointestinali comunemente riconosciuti includono diarrea (che si verifica in circa il 50% dei pazienti), abitudini intestinali alterate, flatulenza, dispepsia, bruciore di stomaco e perdita di peso.

Manifestazioni meno facilmente riconosciute possono includere mal di testa, depressione, parestesie, sintomi articolari, eruzioni cutanee e affaticamento.

La carenza di ferro è comune nella celiachia e si riscontra spesso nei pazienti con nuova diagnosi.

La celiachia può provocare un malassorbimento di vitamina D e calcio, e i pazienti con malattia metabolica ossea inspiegabile o osteoporosi grave devono essere valutati per la celiachia, anche in assenza di sintomi gastrointestinali.

Ciò vale soprattutto per i pazienti con osteomalacia o ridotta densità ossea in giovane età o per i maschi che sviluppano l’osteoporosi.

Una GFD corregge la perdita ossea nei pazienti con malattia lieve e fornisce un miglioramento significativo nei pazienti con grave malassorbimento.

La riduzione della densità ossea è associata ad un aumento del rischio di fratture nei pazienti con malattia celiaca e una GFD riduce questo rischio.

Una valutazione per la celiachia, a partire da test sierologici, dovrebbe essere presa in considerazione nelle donne e negli uomini con infertilità inspiegata e nelle donne con aborto spontaneo ricorrente.

Il meccanismo di questi problemi può essere livelli ormonali anormali, malnutrizione generale o altri disturbi autoimmuni.

La gravidanza in donne con malattia celiaca non trattata possono determinare la nascita di bambini piccoli per la loro età gestazionale e/o con riduzione della crescita intrauterina.

La neuropatia assonale e l’atassia cerebellare sono tra i sintomi extraintestinali più comuni associati alla celiachia e sono stati associati a livelli elevati di anticorpi antigliadina, anche quando mancano le caratteristiche patologiche duodenali.

La dermatite erpetiforme (DH) è un’eruzione papulovescicolare rara ma caratteristica che colpisce le superfici estensorie dei gomiti, delle ginocchia e del tronco ed è intensamente pruriginosa (Figura 1).

Sebbene i campioni bioptici intestinali di pazienti con questo disturbo siano indistinguibili da quelli con malattia celiaca, i sintomi tipici di malassorbimento sono spesso assenti quando è presente DH.

La DH è una risposta immunologica alla sensibilità al glutine intestinale, ma la relazione spesso non è riconosciuta. Il DH dovrebbe richiedere un consulto dermatologico per ottenere campioni di biopsia cutanea di aree perilesionali per la colorazione istologica e di immunofluorescenza. Quando la biopsia cutanea conferma la diagnosi, non sono necessarie biopsie intestinali.

Celiachia

Fig. 1

Quali pazienti sono a rischio di linfoma?

I pazienti affetti da celiachia refrattaria sono a maggior rischio di linfoma a cellule T e tali pazienti, così come coloro che sviluppano malassorbimento nuovo o ricorrente, dolore addominale, febbre e perdita di peso nonostante l’aderenza a una GFD, richiedono una valutazione per il potenziale cancro dell’intestino tenue.

Quali altre diagnosi dovrebbero prendere in considerazione i medici?

Molte condizioni possono essere confuse con la celiachia. Questi includono disturbi comuni come intolleranza al lattosio e ad altri carboidrati, disturbi gastrointestinali funzionali, disturbi infiammatori idiopatici dell’intestino (malattie infiammatorie intestinali), altre condizioni mediate da proteine alimentari (ipersensibilità, enteropatie proteiche), enteropatia indotta da farmaci e disturbi da malassorbimento.

Si può evitare l’endoscopia?

La controversia persiste sul fatto che tutti i pazienti necessitino di una biopsia endoscopica di conferma e gli studi hanno valutato se alcuni pazienti adulti possono evitare l’endoscopia per confermare la diagnosi.

In un recente studio finlandese, i ricercatori hanno scoperto che il 33% di tutti i pazienti con nuova diagnosi di celiachia potrebbe evitare la biopsia sulla base di 3 criteri: un livello di anticorpi tTG maggiore di 10 volte il limite superiore della norma, un risultato positivo per gli anticorpi endomisiali e genetica appropriata (presenza di geni HLA II del complesso di istocompatibilità DQ2, DQ8, DR4).

Come può essere diagnosticato un paziente che ha già una GFD?

Molti pazienti iniziano una GFD prima dei test diagnostici appropriati. In tali casi, l’effetto della sospensione del glutine sull’accuratezza dei test sierologici diagnostici o delle biopsie dipende dalla durata della GFD, dal grado in cui è stato evitato il glutine e dalla gravità della malattia sottostante.

Poiché le anomalie istologiche spesso impiegano mesi o addirittura anni per tornare alla normalità con una GFD, è ragionevole eseguire studi sierologici per la celiachia alla prima visita, anche se il paziente riferisce a seguito di una GFD. Se i livelli di IgA di tTG sono elevati, deve essere eseguita una biopsia intestinale.

Quando dovrebbero essere ricoverati i pazienti?

Il ricovero è richiesto raramente per la celiachia, ma può essere necessario quando un grave malassorbimento provoca anomalie dei fluidi o degli elettroliti che necessitano di un trattamento a breve termine, come nella celiachia refrattaria grave. Può anche essere necessario in caso di perdita di peso superiore al 10% in un breve periodo.

Qual è l’importanza della dieta?

Una GFD è la pietra angolare della terapia per la celiachia. La rimozione della sostanza antigenica responsabile della risposta immunitaria anormale e dell’enteropatia quasi sempre inverte le manifestazioni della malattia, inclusa la DH.

Tuttavia, la dieta è complessa. La motivazione e l’educazione del paziente sono cruciali, soprattutto perché non esiste un trattamento alternativo. La non aderenza è comune, soprattutto negli adolescenti.

L’ingestione anche di piccole quantità di glutine, fino a 50 mg/die, può causare una ricomparsa dei sintomi in casi precedentemente ben controllati e può essere associata a cambiamenti istologici dell’intestino tenue, anche in assenza di evidenti sintomi clinici.

Sebbene i sintomi spesso si risolvano entro giorni o settimane dall’inizio del trattamento, il danno si ripresenterà se il glutine viene reintrodotto nella dieta perché l’intolleranza immunologica al glutine non scompare.

I pazienti possono erroneamente credere che l’assenza di sintomi quando si mangia cibo contenente glutine indichi che può essere consumato senza danni.

Di conseguenza, dovrebbero essere incoraggiati a seguire rigorosamente la dieta per evitare complicazioni come la perdita ossea e l’aumento del rischio di cancro.

Consigli nutrizionali per pazienti affetti da celiachia.

  • Mantieni una dieta priva di glutine per tutta la vita *
  • Scegli cibi naturalmente privi di glutine *
  • Riduci al minimo il consumo di alimenti trasformati o confezionati
  • Concentrati su ciò che può essere mangiato anziché su ciò che non può essere mangiato
  • Evita latticini contenenti lattosio (latte, panna, gelato, formaggi freschi) per le prime settimane dopo l’inizio di una dieta priva di glutine fino a quando i livelli di lattasi intestinale non vengono ripristinati
  • Continua a consumare latticini naturalmente a basso contenuto di lattosio, come yogurt, formaggi stagionati o kefir
  • Scegli cibi ricchi di ferro biodisponibile, in particolare carne rossa, pollame e pesce (le fonti vegetali o gli integratori orali sono meno biodisponibili)

* Non necessario per le persone con sensibilità al glutine non celiaca, ma tutte le altre raccomandazioni sono utili per la maggior parte delle persone.

Sono necessari integratori vitaminici?

La celiachia può portare al malassorbimento delle vitamine liposolubili (D, E, A e K) così come dell’acido folico e del ferro, che vengono assorbiti preferenzialmente attraverso l’intestino tenue prossimale.

Possono verificarsi carenze di tiamina, vitamina B 6 e vitamina B 12, ma sono meno comuni.

I livelli di alcuni minerali, tra cui magnesio, rame, zinco e selenio, possono essere ridotti a seconda della gravità della malattia e dell’assunzione alimentare.

L’integrazione di vitamine e minerali è consigliata in aggiunta a una GFD fino a quando l’intestino non guarisce e i livelli precedentemente bassi non sono ristabiliti.

Sono necessarie endoscopie e biopsie ripetute per il follow-up?

La maggior parte dei pazienti può essere seguita sulla base della risoluzione dei sintomi, del miglioramento delle anomalie di laboratorio e della diminuzione dei livelli dei marker sierologici.

Gli anticorpi che sono inizialmente elevati vengono generalmente misurati ogni 3-6 mesi fino a quando non rientrano nell’intervallo normale, ma questa pratica non si basa su studi scientifici.

Titoli anticorpali inizialmente elevati richiedono generalmente più tempo per tornare alla normalità rispetto ai livelli inferiori.

Se gli anticorpi rimangono elevati o diventano positivi dopo 6-12 mesi di trattamento, è necessario prendere in considerazione l’endoscopia ripetuta con biopsia.

Nonostante i normali livelli di anticorpi, la guarigione intestinale è in ritardo rispetto alla risposta sierologica e le caratteristiche istologiche possono rimanere anormali per anni con un’infiammazione persistente, anche se la dieta sembra essere priva di glutine.

Ciò può essere dovuto a bassi livelli di contaminazione da glutine, una risposta immunitaria persistente indipendente dal glutine o altri meccanismi sconosciuti.

Le conseguenze cliniche di tale infiammazione di basso grado in persone apparentemente sane e asintomatiche non sono note, quindi il razionale per le biopsie ripetute in questi casi non è chiaro.

È conveniente interrompere un GFD?

No. Uno studio retrospettivo statunitense ha rilevato che la mortalità per celiachia non trattata è aumentata di 4-5 volte rispetto alle popolazioni di controllo.

È stato proposto che la mortalità per celiachia aumenti se l’assunzione del glutine è elevata sia prima che dopo la diagnosi.

Quando dovrebbe essere consultato un gastroenterologo?

I pazienti con caratteristiche sierologiche indicative di celiachia devono essere indirizzati a un gastroenterologo per esofagogastroduodenoscopia con biopsia intestinale per confermare la diagnosi.

Si dovrebbe anche consultare un gastroenterologo per la valutazione di anemia da carenza di ferro inspiegabile, diarrea cronica, malassorbimento, perdita di peso e altri problemi che suggeriscono la celiachia nonostante i risultati negativi ai test sierologici; questi potrebbero includere osteoporosi o infertilità inspiegabili. Inoltre, un gastroenterologo deve valutare i pazienti con celiachia confermata da biopsia che non hanno risposto a una GFD o che hanno avuto una ricaduta nonostante la continuazione di una GFD.

fonte:
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7707153/