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Basso livello di vitamina D3

Questo articolo è una prestampa e non è stato certificato da peer review. Che cos'è una prestampa non revisionata? Prima della pubblicazione formale in una rivista accademica, gli articoli scientifici e medici sono tradizionalmente certificati da "peer review". In...

Disturbi dell’alimentazione (DA): cosa c’è da sapere

Disturbi dell’alimentazione (DA). Queste patologie si manifestano prevalentemente tra i 12 e i 25 anni, ma negli ultimi tempi è emerso un preoccupante aumento delle fasce di età coinvolte: attualmente circa il 20% dei pazienti ha un'età compresa tra gli 8 e i 14 anni....

Considerazioni su bambini e Covid-19

Bambini e Covid-19. Su questo punto i dati sono ormai consolidati e coerenti tra i diversi studi effettuati, in Paesi diversi e da diversi gruppi di ricerca: i bambini si ammalano poco, molto poco; e quando lo fanno, le manifestazioni cliniche sono lievi. Le eccezioni...

Dieta mediterranea e artrosi

Questo perché i risultati di molti studi di base, clinici ed epidemiologici sono arrivati a considerarlo come un fattore protettivo contro lo sviluppo di processi multipli come malattie cardiovascolari, diversi tipi di cancro, malattie neurodegenerative e persino...

ALIMENTAZIONE E PSICHE

È indubbio che esiste un forte tra alimentazione e psiche. La famiglia, oltre a trasmettere i caratteri genetici, influenza inevitabilmente il comportamento alimentare e questo “imprinting” familiare risulta particolarmente importante in età prescolare. Nelle famiglie...
Le cipolle

Le cipolle

Le cipolle, questo bulbo aromatico contiene poche calorie (40 kcal/100 grammi) ma tante proprietà, oltre che oligoelementi, vitamine ed enzimi.

Ci sono almeno 20 varietà di cipolle disponibili:

  • rossa di Tropea
  • di Giarratana
  • di Banari
  • di Barletta
  • dorata di Parma
  • rossa di acquaviva delle fonti e tante altre, tutte buonissime.

La cipolla è un prodotto di origine vegetale inquadrabile nel gruppo degli ortaggi.

Contiene livelli poco interessanti di vitamina C, carotenoidi e fibra ma contiene molta acqua e presenta una discreta quantità di zuccheri. Il colesterolo è assente.

Le cipolle possono avere delle controindicazioni?

Diciamo di si. il suo utilizzo dovrebbe essere contenuto in presenza di meteorismo, flatulenza, epigastralgia, ernia iatale, colon irritabile, emorroidi.

Le cipolle possono causare dermatite da contatto e quindi prurito intenso fino ad avere difficoltà respiratorie.

Per questo, meglio cuocere le cipolle perché la temperatura elevata denatura le sue proteine. L’irritazione degli occhi può essere evitata tagliando le cipolle immerse nell’acqua, in un contenitore, o sotto il rubinetto.

Digeribilità ed alitosi.

La cipolla è una verdura discretamente ipocalorica, adatta anche in un regime ipocalorico e quindi in presenza di sovrappeso.

Si tratta di una verdura che transita rapidamente nello stomaco e nell’intestino.

Alcuni sistemi utili a moderare l’effetto “alitosico” della cipolla sono l’eliminazione della così detta anima, ovvero il germoglio interno (soprattutto se già verdognolo), e l’ammollo della cipolla già tagliata nel latte.

Queste caratteristiche sono legate ai composti solforati, il più importante dei quali è il disolfuro di allilpropile, un tioetere che si ritrova nell’ aroma, oltre che di cipolla, erba cipollina, scalogno, anche nell’aglio.

In questo alimento troviamo anche flavonoidi ad azione diuretica. Ha anche un’azione vermifuga, normolipidemizzante ad antiossidante.

Come fare le cipolle gratinate. Per questo tipo di ricetta meglio usare le cipolle di Giarratana.

Ingredienti per 4 persone

  • 4-5 cipolle bianche piatte
  • 150 g di pangrattato
  • q.b. di olio EVO
  • 1 pizzico di sale
  • 1 pizzico di pepe nero
  • 1 cucchiaio d’aceto bianco
  • 1 cucchiaio di origano
  • 1 cucchiaio di prezzemolo

Sbucciamo e puliamo le cipolle.

Mettiamole poi in un contenitore di vetro con acqua fredda ed 1 cucchiaio di aceto.

Per ridurre i tempi di cottura in forno, possiamo anche sbollentare le cipolle intere in abbondante acqua salata per circa 10 minuti.

Tritiamo il prezzemolo e mettiamolo in una ciotolina unitamente al pangrattato.

Prendiamo una teglia da forno, irroriamola con un poco EVO e trasferiamo le cipolle tagliate a spicchi al suo interno.

Spolverizziamole con un poco sale e con un pizzico di pepe nero. Ricopriamole con un’abbondante manciata del composto con il pangrattato e, infine, completiamo con un giro d’EVO.

Cuociamo le cipolle gratinate in forno preriscaldato a 180° C per circa 50-60 minuti. Una volta cotte aggiungiamo l’origano.

Vogliamo strafare? Ecco la frittata di cipolle. Di solito meglio scegliere le cipolle bianche ma nulla è scontato in cucina!

Tra le cipolle bianche più conosciute troviamo ancora la siciliana Giarratana e la piatta e famosa Bianca di Maggio, quella di Barletta, quella di Chioggia e la borrettana.

Ingredienti per 4 persone

  • 1 cipolla grande bianca
  • 7 uova fresche
  • 1 bicchiere di acqua
  • ½ bicchiere di latte
  • 1 cucchiaio di EVO
  • Sale q.b.
  • 2 cucchiai di parmigiano.

Puliamo e tagliamo la cipolla in fettine sottilissime e mettiamole in una padella antiaderente con 1 cucchiaio di olio ed 1 bicchiere di acqua, coperta e a fuoco basso.

A parte in una ciotola apriamo le uova intere con ½ bicchiere di latte, il parmigiano, il sale e sbattiamole fino a farle diventare spumose.

Quando l’acqua delle cipolle sarà assorbita e le stesse appariranno appassite, uniamo le uova e lavoriamo la frittata cuocendola da entrambi i lati.

Ricordiamo che la frittata di cipolle era il piatto preferito di Fantozzi. 😂

La nutrizione al tempo del Covid-19

La nutrizione al tempo del Covid-19

La nutrizione al tempo del Covid-19. L’intero globo sta affrontando una pericolosa pandemia a causa della malattia di coronavirus (COVID-19).

La comunità medica e scientifica sta cercando di capire e adottare strategie efficaci che possono portare a:

  • prevenire l’espansione del virus;
  • identificare i farmaci per la gestione delle cure critiche e ridurre i tassi di mortalità;
  • alla fine scoprire il vaccino tanto atteso.

Gli interventi nutrizionali hanno ottenuto notevoli prove scientifiche nella prevenzione e nel trattamento delle malattie.

La domanda principale, “Qual è il ruolo della nutrizione e delle scienze alimentari in questo scenario?” richiede una risposta urgente poiché molte teorie che suggeriscono che specifici alimenti o integratori alimentari possono combattere l’infezione da coronavirus hanno ricevuto un’ampia diffusione nelle piattaforme di social media più popolari.

In questo editoriale, ci concentriamo su alcune frequenti dichiarazioni sul ruolo della nutrizione e delle scienze alimentari nella battaglia contro COVID-19, distinguendo tra miti e fatti.

Evidenziamo che le distanze sociali e le precauzioni igieniche sono le migliori pratiche per ridurre il rischio di trasmissione di COVID-19.

Sottolineiamo inoltre l’importanza dell’alimentazione nel suo concetto globale, sottolineando il rischio di opzioni dietetiche non comprovate che potrebbero indurre le persone a indebolire misure precauzionali efficaci.

In effetti, molte persone della popolazione generale hanno fatto riferimento a una famosa frase attribuita a Ippocrate nel 400 a.C. sottolineando l’importanza della nutrizione per prevenire o curare le malattie, tra cui COVID-19. Qui discutiamo i rischi per le persone che danno fede a affermazioni dietetiche non provate da fonti non scientifiche.

Mito 1 – Diete e SpecialFood:

Alcune diete (es. dieta chetogenica) rinforza il sistema immunitario e protegge da COVID-19.

Inoltre, alimenti specifici come funghi, ginseng, aglio e altri aiutano a prevenire COVID-19 attraverso lo stesso meccanismo.

Risposta:

anche se ci sono prove limitate che certe diete o cibi e bevande specifici potrebbero rafforzare il sistema immunitario, non ci sono prove che alcun alimento o modello dietetico protegga dall’infezione COVID-19 o limiti il rischio di contagio per gli altri.

Mito 2. integratori alimentari contenenti vitamina C e D o minerali

Come ad esempio lo zinco o altri prodotti naturali per la salute prevengono, trattano o curano COVID-19.

Risposta:

mentre gli integratori di zinco non mostrano alcun effetto protettivo, ci sono prove limitate e molto dibattute che la vitamina C o piccole dosi di vitamina D (in soggetti con carenza di vitamina D) possono aiutare a prevenire le infezioni acute del tratto respiratorio o accorciare il durata dei sintomi del comune raffreddore.

Tuttavia, questi dati non sono né robusti né specifici per COVID-19.

Mito 3. Gargarismi con aceto, succo di limone o acqua calda con sale.

In modo frequente durante il giorno puliscono la faringe e impediscono al virus di diffondere i polmoni.

Risposta:

non ci sono prove che i gargarismi con qualsiasi composto siano protettivi rispetto a COVID-19.

Al contrario, alcune pratiche fatte in casa possono essere disidratanti e avere esattamente l’effetto opposto.

Pensiamo che durante la crisi COVID-19 non debba essere adottato nulla di eccezionale riguardo alla dieta che prima non era valido.

Uno stile di vita sano basato su linee guida dietetiche scientificamente riconosciute come il piatto alimentare salutare, stato di idratazione appropriato, attività fisica regolare moderata, riposo e sonno sufficienti, nonché riduzione dello stress, sono le azioni migliori per rafforzare il sistema immunitario e aiutare a combattere l’infezione atipica.

È fondamentale notare che nessuno di questi sforzi può impedire COVID-19 o la sua trasmissione da un individuo all’altro.

È essenziale applicare le norme generali di sicurezza e igiene degli alimenti durante lo shopping, la preparazione, la cottura, il consumo e la conservazione degli alimenti:

  • in primo luogo, un adeguato lavaggio delle mani limita la diffusione di COVID-19
  • nel caso in cui ciò non fosse disponibile, specialmente in ambienti pubblici, utilizzare disinfettanti per le mani contenenti alcol al 60-70%.

In conclusione, l’adesione rigorosa al distanziamento sociale e l’adozione delle precauzioni igieniche raccomandate sono le migliori pratiche per ridurre il rischio di infezione da coronavirus.

Un’alimentazione sana ha un ruolo benefico nel suo concetto integrale; tuttavia, considerarlo in modo frammentato (cioè diete, alimenti specifici, integratori o prodotti naturali per la salute) è altamente rischioso.

Può provocare false aspettative e indurre le persone a ridurre le misure precauzionali efficaci, aumentando così pericolosamente il rischio di ottenere COVID-19.

Ultimo ma non meno importante, come professionisti della salute, dovremmo raccogliere informazioni qualificate da fonti ufficiali di alto livello e alzare la voce attraverso campagne che distinguono tra miti e fatti.

Lavoriamo in modo collaborativo (non sostitutivo), ciascuno nel suo campo, per “rendere a Cesare le cose che sono di Cesare e a Dio le cose che sono di Dio”.

(tratto da Marwan El Ghoch, Alessandra Valerio Let food be the medicine, but not for coronavirus: Nutrition and food science,telling myths from facts. J Popul Ther Clin Pharmacol Vol 27(2):e19–e22; 2 April 2020).

Mangia mediterraneo

Mangia mediterraneo

Mangia mediterraneo e anche il tuo fegato ringrazierà. L’epatopatia adiposa non alcolica (NAFLD) è una delle cause più comuni di epatopatia cronica.

Revisione a cura del Dott. Giorgio Pitzalis

Rappresenta una vasta gamma di danni al fegato che possono portare a gravi patologie epatiche come cirrosi e carcinoma epatocellulare.

Gli adulti e i bambini con fegato grasso mostrano un metabolismo lipidico e lipidico anormale.

Pertanto, NAFLD è ora considerato un componente importante della sindrome metabolica (MetS).

Il meccanismo di danno epatico in NAFLD è considerato un “processo a colpi multipli”.

Il primo “colpo” porta ad un aumento del grasso del fegato, mentre i successivi molteplici fattori portano all’infiammazione.

In effetti, la prima manifestazione di NAFLD è l’accumulo di trigliceridi nel fegato associato all’insulino-resistenza, che è considerevolmente influenzato da fattori come diete iperenergetiche, stile di vita sedentario e suscettibilità genetica.

L’accumulo di grasso nel fegato è associato a danno epatocellulare e lipotossico a causa di elevati acidi grassi liberi, colesterolo libero e altri metaboliti lipidici. L’obesità è considerata un attore chiave nello sviluppo di NAFLD e la maggior parte dei pazienti con NAFLD è obesa o in sovrappeso.

La diagnosi NAFLD richiede la prova della steatosi, che si basa sulle tecniche di imaging nella pratica clinica.

La biopsia epatica rimane il gold standard per affrontare tale diagnosi ed è l’unico metodo valido per differenziare la NASH dalla semplice steatosi, tuttavia non è né fattibile né etico eseguire la biopsia epatica come strumento in tutti i pazienti putativi.

Le tecniche di imaging non invasivo, come ultrasuoni (US), tomografia computerizzata (CT), risonanza magnetica (MRI) e spettroscopia di risonanza magnetica protonica (MRS), possono anche identificare l’infiltrazione grassa del fegato.

MRI-PDFF è accurato, preciso e affidabile per quantificare la steatosi epatica essendo stato validato contro la biopsia epatica sia negli adulti che nei bambini.

Attualmente, non vi è alcun accordo in merito al trattamento farmacologico della NAFLD.

Tuttavia, gli interventi sullo stile di vita basati sull’esercizio fisico e una dieta equilibrata per qualità e quantità, sono considerati la pietra angolare della gestione della NAFLD.

La dieta mediterranea (MD), caratterizzata da una quantità significativa di fibre, grassi polinsaturi e antiossidanti, è stata suggerita per ridurre il rischio di malattie cardiovascolari (CVD).

Negli adulti, la MD ha anche dimostrato di essere efficace nel ridurre il rischio di MetS.

I risultati degli studi relativi alle opzioni farmacologiche per il trattamento della NAFLD sono inconcludenti.

Al momento il miglior trattamento per gestire la NAFLD è l’intervento sullo stile di vita per raggiungere la perdita di peso.

Una riduzione del peso corporeo dal 7% al 10% dopo una restrizione energetica e/o una regolare attività fisica è associata a miglioramento istologico, risoluzione del grasso epatico, necroinfiammazione e fibrosi.

Sebbene la perdita di peso sia considerata il trattamento più efficace nel NAFLD, alcune diete che comportano una perdita di peso eccessiva e / o rapida (ad es. diete a bassissimo contenuto di carboidrati, diete ad alto contenuto di grassi) possono effettivamente causare o esacerbare la malattia, inducendo insulino-resistenza.

Poiché la riduzione del peso è una conseguenza dell’attività fisica e di una “dieta sana”, le abitudini alimentari anziché la perdita di peso in sé possono migliorare il NAFLD.

Il trattamento dietetico per raggiungere la perdita di peso deve avere non solo caratteristiche quantitative ma anche qualitative.

La maggior parte degli studi conclude che la restrizione energetica da sola non è sufficiente per trattare la NAFLD e che la composizione della dieta, con modulazione sia di macro che di micronutrienti, è cruciale.

Pertanto, un’alimentazione equilibrata e una moderata perdita di peso possono ora essere considerati il miglior approccio terapeutico nel NAFLD.

Secondo le linee guida internazionali, il primo passo per il trattamento della NAFLD è limitare l’assunzione di calorie, di grassi (acidi grassi saturi, acidi grassi trans) e di fruttosio e, al contrario, contenere l’assunzione di proteine, fibre e n-3 acido grasso polinsaturo (PUFA).

Infatti, MD appare come un’opzione dietetica utile per produrre perdita di peso seguita da concomitante beneficio metabolico per NAFLD.

Il modello della MD comune consiste nel mangiare principalmente cereali non raffinati, verdure e frutta fresca, olio d’oliva e noci; mangiare con moderazione pesce, carni bianche e legumi; limitare la carne rossa, le carni trasformate e i dolci; e bevendo vino rosso con moderazione.

Steatosi epatica

Pertanto, le caratteristiche principali della MD sono il profilo benefico degli acidi grassi costituito da un basso consumo di grassi saturi e colesterolo e, al contrario, da un elevato consumo di acido grasso monoinsaturo (MUFA) con un rapporto omega-6-omega-3 PUFA bilanciato, insieme a un alto contenuto di carboidrati complessi e fibre.

La capacità dell’MD di ridurre il rischio di sviluppo e progressione del NAFLD è stata attribuita all’effetto nutraceutico di composti bioattivi e fitochimici con capacità antiossidante e antinfiammatoria come fibre, acidi grassi monoinsaturi e omega-3 e fitosteroli.

NAFLD è associato a obesità viscerale, insulino-resistenza, dislipidemia e infiammazione cronica, tutte caratteristiche dei Mets.

MD può migliorare NAFLD.

In particolare, gli effetti antiossidanti e antinfiammatori, nonché gli effetti ipolipemizzanti e la produzione di metaboliti mediata dall’intestino-microbiota sono i principali meccanismi attraverso i quali la MD può influenzare la salute metabolica e la NAFLD.

La MD si basa su composti come polifenoli, vitamine e altre biomolecole che hanno effetti antinfiammatori e antiossidanti.

Questo sembra essere rilevante, poiché l’infiammazione e lo stress ossidativo svolgono un ruolo centrale nella patogenesi della NAFLD / NASH.

I polifenoli sono presenti in cereali integrali, verdure e frutta fresca, olio d’oliva, noci e vino rosso.

Sono un gruppo eterogeneo di composti bioattivi, inclusi numerosi antiossidanti idrosolubili, caratterizzati da una struttura fenolica. In base alla loro struttura chimica, ci sono due categorie di polifenoli:

  • I flavonoidi sono composti polifenolici che si trovano onnipresentemente e forniscono gran parte del sapore e del colore a frutta e verdura. Hanno effetti epato-protettivi in considerazione del loro potenziale antiossidante e antinfiammatorio.
  • Tra i non flavonoidi, il resveratrolo, un contenuto di polifenoli stilbenico nel vino rosso, ha dimostrato di esercitare attività epato-protettiva influenzando i tre componenti interagenti dell’omeostasi come il vaso, le piastrine del sangue e la coagulazione e il sistema fibrinolitico del plasma.

Le vitamine, che sono componenti significativi di MD, possono anche essere considerate antiossidanti alimentari.

Riducono lo stress cellulare e, in questo modo, svolgono un ruolo fondamentale nella prevenzione della progressione della NAFLD.

La vitamina E ha dimostrato di migliorare le caratteristiche istologiche della NASH.

La vitamina D ha proprietà immunomodulanti, antinfiammatorie e antifibrotiche mentre l’integrazione con vitamina D ha dimostrato di migliorare l’istopatologia NAFLD.

Anche i carotenoidi fanno parte di MD; comprendono una classe di pigmenti liposolubili naturali che agiscono come antiossidanti, che si trovano in diversi tipi di frutta e verdura.

Tra questi, il licopene è stato studiato come potenziale agente protettivo nel NAFLD alla luce dei suoi potenti effetti antiossidanti.

Gli effetti benefici della MD sul metabolismo lipidico epatico e, di conseguenza, sulla prevenzione NAFLD, sono influenzati principalmente dalla sua composizione di acidi grassi che è caratterizzata da un alto contenuto di MUFA con un rapporto omogene-6-omega-3 PUFA bilanciato a causa dell’abbondanza di verdure, legumi, noci, olio d’oliva e pesce (anziché carni rosse).

È stato dimostrato che l’assunzione di MUFA può prevenire lo sviluppo di NAFLD migliorando i livelli lipidici plasmatici, riducendo l’accumulo di grasso corporeo e diminuendo l’espressione postprandiale di adiponectina.

Numerosi studi hanno dimostrato che un ridotto apporto di grassi saturi è associato a una riduzione delle concentrazioni plasmatiche di colesterolo totale, lipoproteine a bassissima densità (LDL)-colesterolo e trigliceridi.

La MD può anche contribuire ad abbassare il colesterolo plasmatico dall’elevato consumo di fibre solubili in acqua che si trovano in grande concentrazione in alcuni componenti di MD, principalmente fagioli, verdure e frutta e cereali integrali.

È stato dimostrato che le fibre idrosolubili aumentano il tasso di escrezione biliare riducendo quindi il siero totale e il colesterolo LDL.

La MD può avere un impatto significativo sulla composizione e la diversità del microbiota.

Poiché la MD è caratterizzata da un’elevata assunzione di fibre nella dieta, promuove una modifica benefica del microbiota intestinale con diminuzione dei Firmicutes aumento dei Bacteroides, che hanno dimostrato di migliorare l’obesità, l’infiammazione e le relative alterazioni metaboliche.

I polifenoli contenuti nella MD inducono un aumento dei bifidobatteri, associato a vari benefici metabolici come la riduzione del colesterolo plasmatico e una diminuzione della proteina C-reattiva (CRP).

In conclusione, la MD, povera di grassi saturi e proteine animali, ricca di antiossidanti, fibre e MUFA e con un adeguato equilibrio di grassi da omega-3 a omega-6, rappresenta un modello alimentare sano, che ha dimostrato di ridurre CVD, MetS e tipo 2 diabete.

Tratto da: Mediterranean diet and nonalcoholic fatty liver disease. Caterina Anania, Francesco Massimo Perla, Francesca Olivero, Lucia Pacifico, Claudio Chiesa. World J Gastroenterol. May 21, 2018; 24(19): 2083-2094

Sano, allergico o intollerante?

Sano, allergico o intollerante?

Sano, allergico o intollerante? Stanchezza cronica, cefalea, asma, dermatiti… possono essere tutti sintomi di una intolleranza alimentare, vale a dire reazioni dell’organismo ad alimenti presenti normalmente nella dieta: cibi comuni, insospettabili, ma che costituiscono uno stimolo tossico capace di dare luogo a varii e numerosi disturbi.

Esistono delle nuove metodiche che riescono ad individuare questo tipo di disturbo:

oggi infatti è possibile identificare quali cibi siano realmente dannosi per il vostro organismo, tramite il Test delle Intolleranze Alimentari.

Il test si basa sui principii della Kinesiologia Applicata, la branca della medicina che studia e misura il tono muscolare nelle varie condizioni fisiologiche e patologiche.

Distinzione tra allergie e intolleranze alimentari

Allergia Alimentare

L’allergia alimentare rappresenta l’effetto che hanno sul nostro organismo le sostanze contenute nei cibi che fanno parte della nostra dieta abituale, compresi quegli alimenti che assumiamo occasionalmente.

L’allergia alimentare è mediata immunologicamente e i sintomi sono scatenati dall’assunzione anche di piccole quantità dell’alimento responsabile.

Le sostanze aggiunte (additivi), come pure gli alimenti stessi possono essere causa di manifestazioni a carico sia degli organi interni, per esempio a livello dell’intestino ed anche all’esterno a carico della pelle.

Inoltre l’uso indiscriminato di insetticidi, diserbanti e fitofarmaci impiegati nella coltivazione di prodotti alimentari, spesso provoca reazioni organiche spiacevoli.

Oggi possono essere fatte analisi chimiche piuttosto sofisticate degli alimenti che, insieme ad una maggiore conoscenza dell’apparato gastrointestinale e a metodiche diagnostiche specifiche nella pratica clinica, permettono di fare una maggiore chiarezza sui meccanismi che sono alla base delle reazioni avverse ai cibi.

Le reazioni avverse agli alimenti possono essere classificate in:

Reazioni tossiche e prevedibili, che possono interessare ogni individuo, perché sono dovute alla presenza di sostanze tossiche naturali negli alimenti, o di tossine prodotte da batteri o funghi che hanno contaminato gli alimenti stessi durante le lavorazioni della catena alimentare, che, come è noto, comprende varie fasi:

  • produzione
  • lavorazione
  • conservazione
  • trasporto

L’intolleranza alimentare è sempre legata alla quantità di alimento assunto, quindi dose-dipendente ed è determinata da particolari molecole che sono farmacologicamente attive e che sono presenti negli alimenti, oppure per disfunzioni dell’apparato digerente (per cui risulta utile trattare questi disturbi con l’Agopuntura) ad un disturbo della digestione o delle catene enzimatiche devolute all’assorbimento attivo dei principali costituenti alimentari.

Manifestazioni cliniche delle Allergie e delle Intolleranze Alimentari.

Gli alimenti, stimolando la produzione di IgE specifiche verso antigeni proteici determinano la comparsa di manifestazioni cliniche polimorfe che coinvolgono diversi organi.

GASTROENTEROPATIA ACUTA:

se il paziente ingerisce l’alimento, a dispetto delle reazioni locali, possono comparire manifestazioni da contatto con la mucosa gastrointestinale quali diarrea e vomito o reazioni sistemiche che vanno dall’orticaria all’edema della glottide. (diarrea, distensione addominale, sindrome peritoneale o subocclusiva a regressione spontanea in meno di 24 ore).

SINDROME ORTICARIA – ANGIOEDEMA:

è certo che orticaria acuta e angioedema siano tra i sintomi più comuni delle reazioni da alimenti. Gli alimenti maggiormente responsabili nell’adulto sono i pesci, molluschi, frutta secca in generale e arachidi e nei bambini anche latte e uova.

ALLERGIA GASTROINTESTINALE:

La Dermatite Erpetiforme: è verosimilmente una conseguenza dell’enteropatia da glutine .

Enteropatia transitoria al glutine o ad altri alimenti (latte, uova, pesce, pollo, riso, ecc.). Gastroenterite Eosinofila (da ICC ?, cellulo mediata?)

Reazioni Pseudoallergiche (PAR) o Intolleranze alimentari.

Qualsiasi reazione indesiderata scatenata dall’ingestione di uno o più alimenti, può essere definita come intolleranza alimentare: in questo caso la reazione è riproducibile ed è dose-dipendente; inoltre, si differenzia dell’allergia alimentare, in quanto essa non passa attraverso meccanismi immunologici.

Le intolleranze possono dipendere sia da un difetto enzimatico che dall’azione, in individui predisposti, di alcune sostanze ad attività farmacologica presenti a volte negli alimenti oppure prodotte dall’intestino a partire dagli alimenti stessi.

Nel primo caso parleremo di intolleranze enzimatiche, mentre nel secondo caso parleremo di intolleranze farmacologiche. Molti alimenti possono dar luogo a reazioni pseudoallergiche perché ricchi di istamina o tiramina o perché contenenti sostanze istamino-liberatrici.

Negli ultimi decenni (circa dal 1940) queste reazioni sono divenute via via più frequenti, anche perché molte sono state le variazioni che si sono verificate nell’ambito delle abitudini alimentari, con particolare riguardo nel nostro mondo occidentale.

Oggi possono essere fatte analisi chimiche piuttosto sofisticate degli alimenti che, insieme ad una maggiore conoscenza dell’apparato gastrointestinale e a metodiche diagnostiche specifiche nella pratica clinica, permettono di fare una maggiore chiarezza sui meccanismi che sono alla base delle reazioni avverse ai cibi.

Diagnosi delle allergie alimentari.

La diagnosi dell’allergia alimentare è tutt’altro che semplice.

I test allergologici in vivo con estratti allergenici dell’alimento (Prick Test), o con l’alimento fresco (Prick by Prick) hanno un’attendibilità non sempre accettabile.

Challenge-test sottocutaneo, cioè somministrazione sottocute di dosi progressivamente crescenti del farmaco.

Alla persona allergica vengono dati, uno alla volta, gli alimenti sospetti, ma anche dei placebo, sotto forma di capsule, gocce o pappine insapori.

Challenge test orali.

I challenge test orali consistono nella somministrazione per os dell’alimento/addittivo sospettato.

Test potenzialmente molto pericolosi, difficili da interpretare ed eseguire e non danno informazioni sul meccanismo patogenetico delle reazioni: sono comunque gli unici in grado di diagnosticare con certezza una allergia/intolleranza alimentare.

Prick test o test cutaneo.

È il test più utilizzato in allergologia per iniziare a dipanare la matassa delle allergie. il medico seleziona un certo numero di allergeni (tra pollini, acari, forfore, muffe, alimenti) tra quelli risultati sospetti all’anamnesi (cioè alla raccolta della storia medica della persona).

Anche il dosaggio nel sangue delle IgE specifiche è solitamente impiegato nella pratica clinica, anche se risente di un considerevole numero di false positività o di false negatività.

Diagnosi delle Intolleranze Alimentari.

Il test del pH salivare (pur con ampie variazioni verso l’acidosi in caso di intolleranza alimentare) o lo studio minelarografico dei capelli, sono molto variabili nel tempo e per nulla affidabili (a parte il costo davvero elevato).

Il test DRIA, si basa sullo studio delle variazioni del tono muscolare in rapporto all’assunzione di cibi intolleranti. Si tratta praticamente dell’automazione del test kinesiologico.

Non sono mai state prodotte però casistiche ampie e soprattutto controllate.

Il test EAV (elettroagopuntura secondo Voll), sviluppatosi a partire dalle osservazioni dell’elettroagopuntura secondo Voll, sulle variazioni del potenziale elettrico cutaneo in relazione al contatto con alimenti intolleranti.

Nonostante il metodo sia criticato per la sua scarsa riproducibilità (i risultati variano secondo l’operatore, della strumentazione e delle “sostanze-test” usate), si è tentato di ovviare alle diverse limitazioni costruendo, nel tempo, apparecchiature differenti (Vega, Mora, Sarmtest, Bio Strenght Meter), puntali sempre più maneggevoli e calibrati, in modo da ottenere risultati indipendenti dalla pressione esercitata.

In particolare, il bio Strengt Meter test consiste nel valutare la resistenza elettrica cutanea in rapporto ai principi del bilancio bioenergetico dei punti di agopuntura descritti da Voll nel 1973 ed è stato usato dagli ecologisti clinici per le tossicosi alimentari e da additivi e dagli omeopati per l’assentimento individuale dei diversi rimedi.

Consiste nel documentare, in vitro, l’azione citotossica (vacuolizzante) di certi alimenti sui neutrofili del paziente. La medicina ortodossa è molto critica sulla reale efficacia del test.

Le risultanze mediche inducono ad una certa prudenza circa la reale capacità del test di rilevare reazioni avverse, con risposte, talvolta contraddittorie anche quando le letture vengono effettuate da parte di operatori esperti.

Il Test Leucocitotossico, messo a punto da Byrant negli anni quaranta e sviluppatosi poi in Europa (Inghilterra ed Italia) alla fine degli anni ottanta.

Consiste nel documentare, in vitro, l’azione citotossica (vacuolizzante) di certi alimenti sui neutrofili del paziente.

Nonostante numerose segnalazioni sulla sua affidabilità e riproducibilità, molti autori affermano che, eseguendo esami sullo stesso paziente e sul sangue dello stesso prelievo in centri diversi, si possono ottenere risultati nettamente differenti.

La medicina ortodossa è molto critica sulla reale efficacia del test.

Uova e colesterolo

Uova e colesterolo

Le malattie cardiovascolari (CVD) contribuiscono a oltre 17 milioni di decessi all’anno a livello globale, che rappresentano quasi la metà di tutti i decessi per malattie non trasmissibili.

Le malattie cardiovascolari sono principalmente causate dall’aterosclerosi.

Una malattia infiammatoria cronica delle arterie in cui la deposizione di colesterolo e materiali fibrosi nelle pareti delle arterie forma una placca o una lesione.

I principali fattori di rischio associati al numero di eventi aterosclerotici CVD comprendono la concentrazione totale di colesterolo presente nel sangue, nonché il colesterolo presente nelle singole sottoclassi di lipoproteine.

Le concentrazioni sieriche di lipoproteine ​​a bassa densità-colesterolo (LDL-C) e lipoproteine ​​ad alta densità-colesterolo (HDL-C) hanno effetti opposti sul rischio CVD, coerenti con il ruolo delle particelle LDL-C nella promozione e delle particelle HDL-C nella protezione contro l’aterosclerosi.

Il Framingham Heart Study è stato uno dei primi studi a mostrare una relazione tra colesterolo sierico e malattie cardiache, ed è stato ipotizzato che il colesterolo alimentare fosse un modificatore delle malattie cardiache attraverso effetti sui lipidi sierici, anche se al momento non è stata osservata alcuna associazione di questo tipo.

L’assunzione media di colesterolo alimentare negli adulti statunitensi è in genere compresa tra 200 e 350 mg / die, a seconda del sesso e della fascia d’età.

Le uova sono una delle principali fonti di colesterolo alimentare nella tipica dieta occidentale; un tuorlo d’uovo grande contiene circa 200 mg di colesterolo.

Il consumo di uova e prodotti a base di uova contribuisce per circa un quarto dell’assunzione giornaliera di colesterolo negli Stati Uniti sia nei bambini che negli adulti.

È noto che i grassi saturi aumentano fortemente il colesterolo sierico e le uova, che hanno un contenuto relativamente scarso di grassi saturi, contribuiscono solo per circa il 2,5% dell’assunzione totale di acidi grassi saturi tra gli adulti statunitensi.

I primi studi osservazionali hanno dimostrato un legame tra colesterolo alimentare e rischio di CVD; tuttavia, questi studi iniziali non hanno tenuto conto di molte variabili complesse che potrebbero limitare i loro risultati, come altri fattori dietetici e di stile di vita.

Studi epidemiologici più recenti mostrano in genere una mancanza di associazione tra colesterolo alimentare e / o assunzione di uova e rischio di CVD nella popolazione generale.

Le prime raccomandazioni dietetiche presumevano che l’aumento dell’assunzione di colesterolo nella dieta avrebbe comportato un aumento del colesterolo nel sangue, che protratto nei decenni, avrebbe favorito lo sviluppo di malattie cardiache.

Tuttavia, questa è una semplificazione eccessiva poiché la risposta sierica del colesterolo al colesterolo alimentare è molto più complicata.

Gli esseri umani possono produrre colesterolo endogeno e la maggior parte del colesterolo nel corpo deriva dalla propria biosintesi.

Solo il 25% circa del colesterolo sierico nell’uomo deriva dalla dieta, mentre il resto deriva dalla biosintesi.

L’adulto medio di 70 kg sintetizza circa 850 mg di colesterolo /giorno.

L’equilibrio del colesterolo è influenzato dai tassi di sintesi di colesterolo e acidi biliari e dalla loro escrezione dall’organismo.

Inoltre, questi numeri sono ancora più inclinati verso la biosintesi del colesterolo nelle persone in sovrappeso e obese.

Sono state formulate equazioni predittive sulla risposta sierica del colesterolo al colesterolo alimentare.

Queste equazioni danno luogo a stime che variano da 2,2 a 4,5 mg / dL di variazioni del colesterolo sierico per 100 mg / giorno di variazione del colesterolo alimentare.

Equazioni più recenti prevedono una variazione di 2,2–2,5 mg / dL nel colesterolo sierico per 100 mg di colesterolo alimentare, equivalente a una variazione del 2-3% circa del colesterolo sierico per uovo.

Questo effetto è relativamente debole rispetto alla modifica di altri componenti dietetici, come gli acidi grassi saturi.

Ciò è dimostrato da un caso piuttosto estremo, di un uomo di 88 anni che apparentemente mangiava in modo compulsivo 20-30 uova al giorno e presentava colesterolo sierico normale (~ 200 mg / dL).

Ovviamente non tutti reagiscono allo stesso modo all’assunzione di colesterolo nella dieta, poiché la risposta è molto variabile e dipende da fattori genetici e metabolici.

Esistono infatti gli iper e gli ipo-responders all’assunzione del colesterolo.

L’assunzione di colesterolo nella dieta, che proviene principalmente dalle uova, ha mostrato di aumentare significativamente sia il siero LDL-C (variazione netta di 6,7 mg / dL) sia l’HDL-C (variazione netta di 3,2 mg / dL), determinando solo un aumento marginale dell’LDL rapporto C / HDL-C (variazione netta 0,17).

L’uso del rapporto LDL-C / HDL-C può fornire una stima della quantità di colesterolo erogata alle placche tramite LDL-C, nonché potenzialmente di quanto viene rimosso dall’HDL-C.

Un rapporto LDL-C / HDL-C <2,5 è considerato ottimale in base alle raccomandazioni individuali delle lipoproteine, mentre l’evidenza suggerisce che c’è un aumento del rischio di eventi cardiovascolari al di sopra di questo livello in alcune popolazioni.

Nei bambini e negli adulti con livelli normali di colesterolo, il consumo di 2-4 uova al giorno (n.d.r. ovviamente non è consigliato nella dieta mediterranea!) rispetto al sostituto delle uova senza tuorlo ha aumentato in modo significativo sia LDL-C che HDL-C nella maggior parte degli studi, senza modificare LDL-C / HDL-C rapporto.

Gli uomini sani che sono stati classificati come iper-responder hanno mostrato un aumento significativo del rapporto LDL-C / HDL-C con il consumo di tre uova al giorno per 30 giorni, tuttavia, il rapporto medio (2,33 ± 0,80) era ancora nell’intervallo ottimale <2,5. Risposte simili sono state osservate negli adulti iperlipidemici; il consumo di due uova al giorno ha comportato un HDL-C elevato senza un cambiamento del LDL-C negli adulti ipercolesterolemici, mentre vi è stato un aumento sia dell’LDL-C che dell’HDL-C negli iperlipidemici combinati (colesterolo sierico elevato e trigliceridi).

Negli adulti più anziani che assumono statine, il consumo di due o quattro uova al giorno non ha aumentato significativamente la LDL-C, mentre la HDL-C è stata aumentata con entrambe le dosi di uova.

Dal momento che sembra esserci una relazione tra colesterolo alimentare e / o assunzione di uova e malattie cardiache nei diabetici, le persone con insulino-resistenza e / o diabete hanno una risposta lipidica più esagerata?

Complessivamente, quelli con insulino-resistenza e / o diabete sembrano avere una risposta sierica più debole del colesterolo alle uova rispetto a soggetti più magri e sensibili all’insulina.

Inoltre, gli studi clinici condotti sui diabetici hanno dimostrato che il consumo di 1-2 uova al giorno per 5-6 settimane non ha influenzato LDL-C o HDL-C rispetto ai gruppi di controllo che non consumano uova.

Le uova sono ricche di nutrienti e relativamente a basso contenuto di calorie e carboidrati e, quindi, possono essere considerate una buona scelta alimentare per le diete dimagranti.

L’assunzione giornaliera cronica di uova aumenta in una certa misura LDL-C in individui classificati come iper-responder.

Tuttavia, le risposte LDL-C sono in genere minime quando le uova vengono consumate in condizioni di perdita di peso.

L’assunzione di uova aumenta anche in genere HDL-C, soprattutto con perdita di peso.

L’effetto dell’assunzione di uova sul rapporto LDL-C / HDL-C è trascurabile durante il mantenimento del peso e le condizioni di perdita di peso.

Complessivamente, recenti studi di intervento con uova dimostrano che il colesterolo alimentare aggiuntivo non influisce negativamente sui lipidi sierici e, in alcuni casi, sembra migliorare i profili delle particelle di lipoproteine ​​e la funzionalità HDL-C.

L’assunzione di uova nel contesto dell’insulino-resistenza e / o del diabete non dovrebbe essere dannosa a causa dei cambiamenti nei lipidi sierici, poiché le risposte sieriche dei lipidi al colesterolo alimentare aggiuntivo sono spesso diminuite negli studi clinici sui gruppi insulino-resistenti rispetto a quelli più magri, più soggetti sensibili all’insulina.

In conclusione, recenti studi di intervento con uova dimostrano che il colesterolo alimentare aggiuntivo non influisce negativamente sui lipidi sierici e, in alcuni casi, sembra migliorare i profili delle particelle di lipoproteine ​​e la funzionalità HDL-C.

tratto da Dietary Cholesterol, Serum Lipids, and Heart Disease: Are Eggs Working for or Against You? Blesso C.N. et al. Nutrients 2018, 10(4), 426;

Dieta senza glutine

Dieta senza glutine

La celiachia è un’intolleranza permanente al glutine. Quindi la dieta senza glutine serve per eliminare le sostanze proteiche presenti nei cereali come il grano, l’orzo, la segale e il farro.

Continua ad aumentare, seppur gradualmente, il numero di persone cui viene diagnosticata la celiachia in Italia.

Nel 2017 sono arrivate a 206.561 (pari allo 0,34% della popolazione), con oltre 8 mila diagnosi in più, la metà rispetto a quelle nuove dell’anno precedente, e questo grazie alle nuove procedure che permettono di ridurre gli esami superflui e gli errori.

Ancora oggi l’unica prescrizione ‘terapeutica’ per la celiachia è un regime alimentare privo di glutine.

Nel 2017 il Servizio Sanitario Nazionale ha speso in prodotti senza glutine circa 250 milioni di euro, con una media annua nazionale di circa 1.200 euro pro capite.

Nel 2018 sono stati pagati alle Regioni 320mila euro per somministrare pasti senza glutine e 534mila
per le attività formative degli operatori alimentari della ristorazione.

D’altra parte sono 6 milioni gli italiani che mangiano senza glutine senza essere celiaci e spendendo ogni anno 105 milioni di euro per alimenti di cui in realtà non avrebbero bisogno.

Spinti da falsi miti e dalle mode di star, starlette e superstar non mangiano nulla che contenga glutine, convinti di avere benefici per la salute e per la forma fisica. In particolare 1 italiano su 10 ritiene che la dieta gluten-free sia più salutare e 3 su 10 pensano che faccia dimagrire.

False credenze smentite da gastroenterologi e nutrizionisti.

Dieta senza Glutine

Intraprendere una dieta priva di glutine senza una diagnosi precisa, infatti, rischia di vanificare la possibilità di scoprire se la celiachia sia la vera causa dei suoi malesseri.

Inoltre i prodotti senza glutine tutto fanno eccetto che aiutare a dimagrire perché hanno un indice glicemico più alto degli alimenti tradizionali.

Per risolvere questo problema molto spesso i lipidi sono aggiunti negli alimenti senza glutine, elevando così l’apporto calorico.

Inoltre una alimentazione “senza glutine” contiene più sale, zuccheri e grassi dei prodotti convenzionali.

Come viene sostituito il “collante” del glutine?

Con gli additivi, vietati nella pasta tradizionale, e consentiti in quelle “speciali”.

Se analizziamo gli ingredienti scopriamo che, fatta eccezione di pochi prodotti, la maggior parte ricorre all’emulsionante, E471 o mono- e digliceridi degli acidi grassi.

Il motivo?

Per legare meglio l’impasto, una funzione che nella pasta “tradizionale”, svolta proprio dal glutine e dal suo potere di collante.

Infine uno sguardo ai prezzi.

La media di un chilo di pasta costa circa 5,05 euro, contro i 2 euro circa di quella tradizionale. Una spesa non da poco per la quale scegliere ad occhi aperti vale ancora di più.

Esiste poi il problema della “gluten-sensitivity”, la sensibilità al glutine di cui soffrirebbero molti consumatori non necessariamente affetti dal morbo celiaco.

Aver mangiato per anni farine raffinate, o paste con grani selezionati per avere un elevato contenuto proteico, ed essere stati abituati a mangiare pane o pizza addizionati da “miglioratori chimici” per abbreviare i tempi di lievitazione, possono aver influito nella diffusione di queste patologie?

Nel passato la lievitazione era un processo che richiedeva anche 12-14 ore di tempo durante il quale gli enzimi del lievito digerivano i frammenti potenzialmente tossici del glutine.

Adesso questo processo, a livello industriale, richiede due ore, durante le quali gli enzimi del lievito “digeriscono” solo una piccola parte del carico tossico del glutine.

E di conseguenza questo tipo di panificazione può influire sullo sviluppo della patologia.

Relazione al convegno LA CELIACHIA: ASPETTI CLINICO-DIAGNOSTICI E TERAPEUTICI.
1° WORKSHOP DELLA ONLUS MARIPOSA PER I CELIACI Roma, 4 Maggio 2019.
Con il patrocinio di OMCeO e FIMP Roma