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Diete di esclusione nei bambini autistici

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Diete di esclusione nei bambini autistici

Diete di esclusione nei bambini autistici

Bambini autistici. Ecco cosa riporta la letteratura medica. Quindi diffidate dai tanti medici, paramedici o peggio: sono tante sirene ammaliatrici.

Gluten- and casein-free diet and autism spectrum disorders in children: a systematic review.
Piwowarczyk, A., Horvath, A., Łukasik, J. et al. Eur J Nutr (2018) 57: 433.

Mancano trattamenti efficaci per i sintomi fondamentali dei disturbi dello spettro autistico (ASD).

Abbiamo sistematicamente aggiornato le prove sull’efficacia di una dieta priva di glutine e caseina (GFCF) come trattamento per l’ASD nei bambini.

I database della Biblioteca Cochrane, MEDLINE ed EMBASE sono stati cercati fino ad agosto 2016, per studi randomizzati controllati (RCT); riferimenti aggiuntivi sono stati ottenuti da articoli recensiti.

Sono stati inclusi sei studi randomizzati (214 partecipanti).

Con poche eccezioni, tra i bambini autistici non ci sono state differenze statisticamente significative nei sintomi fondamentali del disturbo dello spettro autistico tra i gruppi, misurati con scale standardizzate.

Uno studio ha rilevato che rispetto al gruppo di controllo, nel gruppo dietetico GFCF ci sono stati miglioramenti significativi nei punteggi per il sottodominio “comunicazione” del Programma di osservazione diagnostica autistica e per il sottodominio “interazione sociale” della scala di valutazione dell’autismo Gilliam.

Un altro studio ha riscontrato differenze significative tra i gruppi nei punteggi post intervento per i sottodomini “tratti autistici”, “comunicazione” e “contatto sociale” di un sistema danese standardizzato.

Le differenze rimanenti, se presenti, si riferivano a strumenti di valutazione basati sui genitori o ad altre funzionalità relative allo sviluppo / ASD.

Conclusioni.

Nel complesso, ci sono poche prove che una dieta GFCF sia benefica per i sintomi dell’ASD nei bambini.

Gluten-free and casein-free diets in the therapy of autism.
Klaus Lange., Joachim Hauser., Andreas Reissmann. Current Opinion in Clinical Nutrition and Metabolic Care. 18(6):572–575.

Lo scopo di questo studio è discutere il ruolo delle diete prive di glutine e caseine nel trattamento dell’autismo.

In un recente sondaggio condotto nel Regno Unito, oltre l’80% dei genitori di bambini con disturbo dello spettro autistico ha riportato un qualche tipo di intervento dietetico per il proprio bambino (dieta priva di glutine e caseina nel 29%).

Alla domanda sugli effetti della dieta priva di glutine e caseina, il 20-29% dei genitori ha riferito miglioramenti significativi delle dimensioni del nucleo del disturbo dello spettro autistico.

I risultati di questo studio suggeriscono effetti aggiuntivi di una dieta priva di glutine e caseina su problemi di comorbilità di autismo come sintomi gastrointestinali, concentrazione e attenzione.

I risultati di un’altra recente indagine hanno suggerito che l’età e alcuni composti delle urine possono prevedere la risposta dei sintomi dell’autismo a una dieta priva di glutine e caseina.

Sebbene questi risultati debbano essere replicati, evidenziano l’importanza dell’analisi dei sottogruppi di pazienti.

La maggior parte delle indagini che valutano l’efficacia di una dieta priva di glutine e caseina nel trattamento dell’autismo sono gravemente imperfette.

Le prove a sostegno del valore terapeutico di questa dieta sono limitate e deboli.

Una dieta priva di glutine e caseina deve essere somministrata solo se viene diagnosticata un’allergia o un’intolleranza al glutine nutrizionale o alla caseina.

The Gluten-Free/Casein-Free Diet: A Double-Blind Challenge Trial in Children with Autism.
Susan L. Hyman, Patricia A. Stewart, Jennifer Foley, Usa Cain, Robin Peck, Danielle D. Morris, Hongyue Wang, Tristram Smith. Journal of Autism and Developmental Disorders. January 2016, Volume 46, Issue 1, pp 205–220

Per ottenere informazioni sulla sicurezza e l’efficacia della dieta priva di glutine / caseina (GFCF), abbiamo messo 14 bambini con autismo, di età compresa tra 3 e 5 anni, sulla dieta per 4–6 settimane e poi condotto un doppio cieco, studio di verifica controllato con placebo per 12 settimane mentre si continua la dieta, con un follow-up di 12 settimane.

Le sfide dietetiche sono state consegnate tramite spuntini settimanali che contenevano glutine, caseina, glutine e caseina o placebo.

Con la consulenza nutrizionale, la dieta era sicura e ben tollerata.

Tuttavia, le difficoltà dietetiche non hanno avuto effetti statisticamente significativi sulle misure di funzionamento fisiologico, problemi comportamentali o sintomi di autismo.

Sebbene questi risultati debbano essere interpretati con cautela a causa delle dimensioni ridotte del campione, lo studio non fornisce prove a supporto dell’uso generale della dieta GFCF.

Il latte, un abbraccio mattutino.

Il latte, un abbraccio mattutino.

In Italia, la prima colazione è spesso screditata o saltata e un ridotto o assente consumo di latte o yogurt, costituisce il primo e più diffuso errore alimentare.

La prima colazione è davvero fondamentale.

Al risveglio è necessaria una buona carica di nutrienti per affrontare l’intera giornata.

Per questo motivo deve rappresentare circa il 20% dell’apporto calorico giornaliero.

Fare colazione aiuta a bilanciare la fame che si ha durante il giorno, regola la produzione della massa muscolare e aiuta a perdere peso più facilmente.

Inoltre la colazione è un bellissimo momento da passare in famiglia.

Svegliarsi tutti insieme e mangiare qualcosa prima di dividersi per le proprie faccende è un momento davvero magico della giornata, per alcuni il più bello.

Con il miracolo economico dei primi anni Sessanta, le abitudini alimentari degli italiani tendono a omologarsi ai Paesi più ricchi.

Per esempio il caffè. Fino agli anni Cinquanta era considerato un alimento prezioso perché costoso, un bene di lusso da offrire agli ospiti.

L’orzo era il solo “compagno” del latte nella colazione del mattino.

Con il boom economico il caffè diventa la bevanda più frequente nella giornata degli italiani, “sociale” per eccellenza.

Anche oggi nella prima colazione italiana il caffè resta l’elemento principe, in molte preparazioni diverse.

Il cappuccino ne è la variante “friendly”.

Quindi, convincere gli italiani a non bere il solito caffè può essere una impresa complessa ma non impossibile.

È comunque urgente porre mano a questa problematica nutrizionale, anche perché si vanno diffondendo nuove “mode”, assolutamente non salutari, circa nuove bevande, erroneamente chiamati “latti” e che, se da un lato riducono l’apporto del latte “vero”, dall’altro trascinano la salute sociale verso territori non esplorati e di dubbio giovamento.

In Italia negli ultimi 5 anni il consumo pro-capite di latte è sceso del 24,5% (40 kg/anno).

La crisi economica ha comportato un maggior acquisto di latte a lunga conservazione, molto più economico di quello fresco, e di formaggi freschi, meno costosi di quelli stagionati.

Comunque latte e uova sono fonti di proteine nobili a buon mercato.

Composizione del Latte

Il latte (da intendersi come latte vaccino) è composto da acqua per l’87% circa e contiene, in media, il 3,9% di grassi, il 3,4% di proteine e il 4,8% di lattosio.

Nel latte destinato al consumo alimentare diretto, il contenuto di grasso è standardizzato al livello previsto per le tre tipologie commerciali: latte intero (>3,5%), parzialmente scremato (1,5-1,8%), scremato (<0,5%).

I grassi, costituiti per il 98% da trigliceridi, sono rappresentati da acidi grassi saturi per il 65%, (acido palmitico, acido miristico e acido stearico) e da acido oleico per una percentuale compresa fra il 26 e il 28%.

La componente glucidica del latte è rappresentata quasi esclusivamente da lattosio, un disaccaride composto da glucosio e galattosio, la cui digestione da parte dell’uomo è vincolata alla presenza della lattasi, l’enzima in grado di idrolizzare il legame tra i due zuccheri rendendoli disponibili per l’assorbimento e il metabolismo. La frazione proteica del latte è costituita per l’80% da caseine o aggregati di proteine o micelle e per il restante 20% da sieroproteine o proteine solubili.

Le proteine del latte vaccino sono, nel complesso, di alto valore biologico, sia perché soddisfano completamente il fabbisogno aminoacidico dell’organismo umano, sia per l’elevata digeribilità e biodisponibilità che le contraddistinguono.

Tra i minerali presenti, oltre al calcio (119 mg/100 ml), vanno segnalati il fosforo, del quale il latte rappresenta una buona fonte, il potassio, il magnesio, lo zinco e il selenio.

Il latte apporta anche vitamine idrosolubili del gruppo B (vitamina B2 e B12) e vitamine liposolubili in concentrazioni direttamente proporzionali al tenore lipidico.

… to be continued.
Tratto dal testo distribuito da Fattorie Latte Sano. Roma

Bere acqua dell’acquedotto

Bere acqua dell’acquedotto

Chi sono i più grandi bevitori di acqua minerali al mondo?

Ovviamente gli Italiani, con 221 litri a testa ogni anno.

Il tutto pari a 15 miliardi di bottiglie inquinanti presenti nelle nostre case e intorno a noi.

Quando riusciremo a comprendere che l’acqua che arriva al nostro rubinetto di casa è, nella grande maggioranza dei casi, ottima e controllata più volte al giorno?

Bere acqua è un’esigenza naturale ed imprescindibile per la vita stessa.

Per comprendere meglio la necessità di assunzione dei liquidi, è sufficiente pensare che un essere umano può sopravvivere per più di 30 giorni senza cibo, ma senza bere acqua solo per pochi giorni.

Detto questo, era ovvio che il business alimentare non poteva disinteressarsi a questo essenziale bisogno umano.

Più precisamente parliamo di 14,8 miliardi di euro nel 2018!

E vogliamo, solo per un momento, considerare che tutto questo non è senza conseguenze per l’ambiente dato l’impressionante volume di contenitori plastici (derivati dal petrolio) e per l’aspetto economico legato al loro trasporto?

Un adulto di medio peso ha bisogno di 1,5-2,5 litri di liquidi al giorno.

I soggetti che svolgono attività fisiche o che vivono in ambienti dal clima caldo-umido ne richiedono quantità maggiori.

I bambini fisicamente attivi sono maggiormente sensibili agli stimoli del calore rispetto agli adulti perché non sono in grado di disperderlo in modo altrettanto efficiente.

I bambini e gli anziani poi possono non avere l’istinto di bere quantità sufficienti di liquidi a sostituire quelli persi.

Nonostante una parte del fabbisogno di liquidi venga soddisfatto dall’acqua contenuta nei cibi, una grande quantità (da 1 a 2 litri), deve essere assunta attraverso l’acqua, le bibite, i succhi di frutta ed altre bevande.

Senza un sufficiente apporto di liquidi il corpo umano si disidrata.

La disidratazione può verificarsi con maggior frequenza quando si svolgono attività sportive o in casi di malattia con febbre, in cui è importante reintegrare le quantità di liquidi perse.

La disidratazione non consente al corpo di regolare la propria temperatura e può provocare stress da calore.

Tra le conseguenze della disidratazione vi è la stanchezza, il mal di testa, la difficoltà di concentrarsi ed un malessere generale.

Bere i quantitativi giusti di liquidi aiuta a sentirsi bene per tutta la giornata.

L’acqua del rubinetto domestico deve essere considerata al primo posto, anche se spesso viene considerata “demodé”.

È necessaria per il metabolismo e per le normali funzioni fisiologiche, non apporta calorie e può fornire minerali essenziali (calcio, magnesio, fluoro).

L’acqua, dunque, potrebbe da sola coprire praticamente tutte le nostre necessità di liquidi, anche se, per consentire una certa varietà e per venire incontro ai gusti personali, la dieta salutare può includere altre bevande.

Ma allora dovete considerare l’apporto calorico presente nei soft-drink e nei succhi di frutta che, inevitabilmente, andranno a “pesare sul vostro peso corporeo.

L’acqua è contenuta in diversi alimenti di uso quotidiano.

In particolare il cetriolo è l’alimento con la percentuale maggiore di acqua: il 96,5% del peso!

Inoltre, insieme ai finocchi (93,2%), il cetriolo è un ottimo spezzafame a calorie ridotte. Anche l’anguria, la lattuga e i pomodori contengono, rispetto al loro peso, oltre il 90% di acqua.

Ottimi per l’apporto idrico dell’organismo sono anche broccoli, cavolfiori, fagiolini, melone, bieta, cicoria, mele e pere.

Ricordiamo infine che il contenuto idrico del latte parzialmente scremato è pari all’88,5%.

Quindi bere latte è anche un ottimo alimento per introdurre calcio, principi nutritivi e acqua, nel rispetto dell’apporto calorico.

Zuccheri. bere solo latte o acqua

Zuccheri. bere solo latte o acqua

Il consumo di zuccheri, delle bevande zuccherate o bevande che contengono addolcitori calorici aggiunti (ad esempio saccarosio, sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio, concentrati di succo di frutta) nei bambini e negli adolescenti europei, supera le attuali raccomandazioni ed è aumentato drammaticamente negli ultimi decenni tra bambini e adulti.

Nel Regno Unito, le bevande analcoliche hanno fornito quasi un terzo dell’assunzione di zuccheri estrinseci non lattici nei bambini di età compresa tra gli 11 ei 18 anni.

Anche biscotti, focacce, dolci e budini, dolciumi e succhi di frutta hanno contribuito in modo significativo.

Uno studio tedesco ha riportato un consumo di bevande analcoliche di 480 ml/giorno nei ragazzi e 280 ml/giorno nelle ragazze di età compresa tra 12 e 17 anni.

Uno studio sloveno ha riferito che il consumo di SSB (compreso quello zuccherato di tè e sciroppi) di 683 e 715 ml/giorno nei ragazzi e ragazze di età compresa tra 14 e 17 anni; superiore a quello del latte e dei prodotti lattiero-caseari (455 e 479 g/giorno nei maschi e femmine).

Il consumo di succo di frutta era di 114 e 102 ml/giorno nei ragazzi e nelle ragazze.

Gli SSB hanno contribuito al 9% e al 10% del consumo totale di energia in ragazzi e ragazze, rappresentando la fonte primaria di zuccheri liberi nella dieta degli adolescenti sloveni.

Gli zuccheri si trovano naturalmente in frutta, verdura, alcuni cereali, latte umano, latte e prodotti lattiero-caseari (zucchero naturale), ma vengono anche aggiunti agli alimenti durante la lavorazione, la preparazione o direttamente in tavola.

Gli zuccheri aggiunti addolciscono il sapore di alimenti e bevande, migliorano la loro appetibilità, come la viscosità, la consistenza, il corpo e il colore (capacità di doratura).

Una dieta sana e ben bilanciata contiene zuccheri presenti in natura come componenti integrali di cibi integrali (ad es. frutta intera, verdura, latte e latticini e alcuni cereali).

La dolcezza non è tutta uguale.

La dolcezza è definita rispetto al saccarosio, che ha un valore di dolcezza di 1,00 (o 100%).

Il fruttosio è il più dolce (dolcezza relativa: 1,17), seguito da saccarosio (1,00), glucosio (0,74), maltosio (0,33), galattosio (0,32) e lattosio (0,16).

L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) definisce gli zuccheri come “zuccheri totali”, compresi gli zuccheri naturalmente presenti negli alimenti come frutta, verdura, cereali e lattosio nei prodotti lattiero-caseari e zuccheri aggiunti.

Il termine “zuccheri aggiunti” si riferisce al saccarosio, al fruttosio, al glucosio, agli idrolizzati di amido (sciroppo di glucosio, sciroppo ad alto contenuto di fruttosio, isoglucosio) e ad altri preparati isolati di zucchero usati come tali o aggiunti durante la preparazione e la fabbricazione degli alimenti.

Per gli alimenti per lattanti, il lattosio è lo zucchero preferito, mentre il saccarosio, il glucosio e il fruttosio non sono consentiti.

Glucosio e saccarosio possono tuttavia essere aggiunti a formule per lattanti prodotte con idrolizzati proteici per mascherare il gusto amaro.

Per gli alimenti di proseguimento, l’aggiunta di saccarosio e fruttosio può essere accettabile, poiché la maggior parte dei bambini sarà esposta a questi zuccheri in alimenti complementari.

È interessante notare che è consentito aggiungere zuccheri agli alimenti a base di cereali e agli alimenti per l’infanzia per neonati e bambini piccoli.

I succhi di frutta non sono SSB.

Hanno una composizione nutrizionale superiore agli SSB, poiché contengono potassio, vitamine A e C e alcuni sono fortificati con vitamina D e/o calcio, ma contengono quantità simili di zuccheri liberi (5% -17% di saccarosio, glucosio, fruttosio e/o sorbitolo) ed energia (23-71 kcal/100 mL) cosicchè, al pari degli SSB, hanno un potenziale simile a promuovere l’aumento di peso nei bambini.

È anche importante notare che i latti zuccherati (es. latte di cioccolato, bevande di soia al cioccolato) contengono da 3,6 a 11,5 g di zuccheri liberi/100 ml e sono consumati da bambini e adolescenti.

L’OMS raccomanda di limitare l’assunzione di zuccheri liberi a meno del 10% del consumo totale di energia nei bambini e negli adulti.

Negli individui in sovrappeso, la riduzione degli zuccheri liberi dovrebbe far parte della riduzione dell’apporto energetico.

Inoltre si raccomanda di minimizzare il consumo di SSB nei bambini e negli adulti.

Il 5% dell’energia giornaliera per una bambina di 3 anni equivale a circa13 g di zuccheri liberi/giorno (cioè circa 3 cucchiaini), che è presente in una media di 170 ml (81-260 ml) di nettare di frutta.

Il liquido consigliato per la sete dopo l’introduzione di cibi solidi è l’acqua.

I neonati non devono ricevere bevande contenenti bevande zuccherate e questa abitudine deve essere scoraggiata, come anche il tè senza zuccheri aggiunti.

Le bevande raccomandate per bambini e adolescenti sono acqua, acqua minerale naturale e/o frutta o verdura.

Il cibo attuale è caratterizzato da un approvvigionamento di zuccheri a buon mercato e abbondante.

Gli zuccheri aggiunti contribuiscono per circa il 14% dell’apporto energetico giornaliero in bambini da 2 a 9 anni in Europa e da 2 a 18 anni negli Stati Uniti.

Negli adolescenti sloveni dai 15 ai 16 anni l’assunzione di zuccheri liberi costituiva il 16% dell’apporto energetico giornaliero (130 g/giorno) nei ragazzi e il 17% (110 g/die) nelle ragazze.

I neonati hanno una innata preferenza per i gusti dolci, salati e umami, e il rifiuto innato dei sapori aspri e amari.

I neonati preferiscono soluzioni zuccherine all’acqua e soluzioni più dolci a soluzioni meno dolci, probabilmente perché l’ingestione di zuccheri dolci porta al rilascio di oppioidi endogeni.

Insieme alla preferenza per il gusto dolce, siamo anche predisposti a preferire cibi densi di energia, quindi cibi “sani” dati come carboidrati complessi mentre le verdure, che non sono dolci, salati e densi di energia sono inizialmente rifiutati dai bambini.

I bambini nutriti con un latte in formula sono esposti ad un sapore costante, un gusto prevalentemente dolce.

Anche il latte umano ha un sapore dolce, ma espone ulteriormente il bambino a sapori e aromi variabili, a seconda dell’alimentazione della madre.

Inoltre l’allattamento al seno può essere associato ad una maggiore accettabilità di nuovi cibi e sapori.

Per quanto riguarda lo sviluppo del gusto dolce e la preferenza per i cibi dolci questa ha una forte componente genetica e diminuisce con l’età.

Infatti la preferenza per il gusto dolce è determinata dall’interazione di molti fattori che riguardano il comportamento alimentare (sistema di ricompensa), le scelte alimentari (sensi ed emozioni) e il gusto (effetti genetici e di programmazione).

L’assunzione di zuccheri liberi o SSB è associata al peso corporeo. Le probabilità di obesità sono aumentate del 71% per l’assunzione di SSB e del 92% per l’introduzione di SSB prima dei 6 mesi di età rispetto ai bambini che non avevano assunto SSB durante l’infanzia.

I soggetti che hanno consumato più di 1 porzione di SSB/giorno all’età di 15 anni hanno avuto aumenti più elevati di BMI e circonferenza della vita (WC) rispetto ai non consumatori nei successivi 6 anni.

I soggetti che hanno aumentato il consumo di SSB da 9 a 15 anni hanno avuto anch’essi aumenti più consistenti nel BMI e nel WC.

Il saccarosio è lo zucchero più cariogeno.

L’assunzione di SSB è associata ad un aumento del rischio di carie dentale che si traduce in erosione dello smalto.

Due meta-analisi degli adulti hanno mostrato un’associazione tra consumo di SSB e incidenza di diabete di tipo 2 (T2D).

Un’altra meta-analisi, sempre negli adulti ha dimostrato una significativa riduzione del rischio correlato del T2D attraverso l’aderenza a un modello alimentare sano, incluso un ridotto consumo di SSB.

In uno studio cross-sectional negli adolescenti, il consumo di fruttosio e zuccheri aggiunti era associato a un aumento della pressione sanguigna.

Una serie di studi pubblicati dopo questa revisione suggerisce possibili associazioni tra consumo di zuccheri e fattori di rischio cardiovascolare.

Uno studio prospettico di coorte ha suggerito una relazione significativa tra zuccheri aggiunti nella dieta degli adulti e aumento del rischio di mortalità per malattie cardiovascolari.

Una revisione sistematica e una meta-analisi negli adulti sull’associazione tra assunzione di zuccheri e pressione sanguigna e lipidi ha concluso che gli zuccheri alimentari influenzano la pressione diastolica e i lipidi sierici.

Negli studi che duravano più di 8 settimane, un maggiore consumo di zuccheri era associato a una pressione sanguigna più elevata rispetto all’effetto degli zuccheri sul peso corporeo.

Un possibile effetto degli zuccheri sulla pressione sanguigna è anche suggerito da alcune recensioni su bambini, adolescenti e adulti.

Due studi hanno mostrato una relazione tra consumo di zuccheri e marcatori di malattie cardiovascolari negli adolescenti.

In uno studio condotto su 559 adolescenti di età compresa tra 14 e 18 anni vivevano negli Stati Uniti meridionali il consumo totale di fruttosio totale era associato positivamente a più marcatori di aumentato rischio di malattie cardiovascolari e T2D.

Tra gli adolescenti in sovrappeso e obesi, gli zuccheri aggiunti erano positivamente correlati all’indice di resistenza all’insulina.

L’eccessiva assunzione di SSB comporta quindi elevati livelli di pressione arteriosa, di acido urico, dislipidemia e steatosi epatica non alcolica nei bambini.

L’eccessiva assunzione di fruttosio determina un aumento della pressione sanguigna nei bambini e nei giovani adulti.

Altri possibili effetti sulla salute di bevande contenenti SSB sono dismicrobismo intestinale, diarrea cronica, flatulenza, meteorismo, dolori addominali e crescita non ottimale sia nei bambini che negli adolescenti.

Il consumo di SSB nei bambini e negli adolescenti è anche associato a un’assunzione inadeguata di calcio, ferro e vitamina A).

La forma (liquida o solida) dell’assunzione alimentare è correlata al bilancio energetico.

In uno studio longitudinale di 6 anni su 359 bambini danesi di età compresa tra 8 e 10 anni, il consumo di saccarosio liquido era fortemente associato a cambiamenti nel WC e BMI rispetto al consumo di saccarosio solido.

Le bevande contenenti zuccheri non promuovono la sazietà rispetto alla quantità equivalente di zuccheri in forma solida e quindi inducono un consumo eccessivo di energia.

Di solito, un alimento intero diminuisce l’assunzione di cibo nei pasti successivi, mentre le fibre aggiunte a una bevanda non sono efficaci.

I succhi di frutta non hanno alcun vantaggio nutrizionale sui frutti interi e, in quanto privi di fibre, vengono consumati rapidamente rispetto ai frutti interi.

Sostituire gli SSB con acqua o latte, ma non con il 100% di succo di frutta, è inversamente associato allo sviluppo della massa grassa.

Come se non bastasse esistono poi gli zuccheri con edulcoranti non nutritivi (NNS o dolcificanti non calorici) che sono a basso contenuto calorico o senza calorie e includono dolcificanti artificiali (aspartame, acesulfame-K, saccarina, sucralosio, neotame, advantame), edulcoranti ipocalorici (es, la stevia).

Sostituire gli zuccheri liberi con NNS può ridurre l’apporto energetico a breve termine, ma la loro efficacia e sicurezza come strategia di gestione del peso a lungo termine deve ancora essere valutata.

Gli zuccheri presenti naturalmente nella frutta (naturalmente, congelati o essiccati) e presenti in natura nel latte materno o nella formula per lattanti così come nel latte di mucca o di capra e nei prodotti a base di latte non zuccherato (es. yogurt naturale) non sono zuccheri liberi.

In conclusione

L’assunzione di zuccheri liberi deve essere ridotta e con un limite inferiore del <5% di apporto energetico nei bambini e negli adolescenti di età ≥ 2-18 anni.

Questo rappresenta: 15-28 g di zuccheri liberi (3,5-7 cucchiaini) per le ragazze; Da 16 a 37 g (4-9 cucchiaini) per i ragazzi, in base all’età.

Queste quantità dovrebbero essere ancora ridotte nei neonati e nei bambini <2 anni.

Le autorità nazionali dovrebbero adottare politiche volte a ridurre l’assunzione di zuccheri liberi nei neonati, bambini e adolescenti.

A seconda delle circostanze locali, questo può includere l’istruzione, l’etichettatura migliorata, la limitazione della pubblicità, l’introduzione di standard per la scuola materna e il cibo scolastico che include limiti agli zuccheri liberi e misure fiscali come la tassazione per lo zucchero e i cibi ricchi e/o incentivare l’acquisto di alimenti sani.

Ridurre l’assunzione di SSB sostituendoli con acqua e latte nei bambini e negli adolescenti.

Gli zuccheri dovrebbero preferibilmente essere consumati nella loro forma naturale come latte umano, latte, latticini non zuccherati, frutta fresca, piuttosto che come SSB, succhi di frutta, frullati e/o bevande o prodotti a base di latte zuccherato.

Le bevande e gli alimenti contenenti zucchero (SSB, succhi di frutta, frullati a base di frutta e bevande / prodotti a base di latte zuccherato) devono essere sostituiti con acqua o, in quest’ultimo caso, con latte non zuccherato e prodotti a base di latte non zuccherato.

Tratto da
Sugar in Infants, Children and Adolescents: A Position Paper of the European Society for Paediatric Gastroenterology, Hepatology and Nutrition Committee on Nutrition
Fidler Mis, et al. Journal of Pediatric Gastroenterology and Nutrition: December 2017 – Volume 65 – Issue 6 – p 681–696

Meteorismo intestinale e flatulenza

Meteorismo intestinale e flatulenza

È esperienza comune che le emozioni possono influenzale l’attività gastrointestinale, provocando sintomi come flatulenza, dolori addominali non importanti e variabili accompagnati da irregolarità dell’intestino.

Sono sintomi estremamente comuni e possono corrispondere a semplici disfunzioni o rappresentare manifestazioni di esordio di gravi malattie organiche.

Nell’ambito di questo quadro clinico si colloca la problematica diagnostica della sindrome dell’intestino irritabile.

La diagnosi di sindrome dell’intestino irritabile è quasi sempre una sfida.

Per definizione è una diagnosi di esclusione.

È opinione generale che alcuni elementi di giudizio rendano improbabile una patologia organica.

Essi comprendono una lunga storia di sintomi:

  • età relativamente giovanile
  • assenza di calo ponderale
  • sintomatologia dolorosa notturna
  • sangue nelle feci
  • presenza di disturbi della sfera emotiva.

Questa condizione colpisce quasi un terzo della popolazione; tuttavia una minoranza dei pazienti si rivolge al medico.

Consultare un medico non è detto che sia un fatto positivo per il singolo soggetto, dal momento che trasforma l’individuo in paziente e può avviare indagini diagnostiche costose, fastidiose, talvolta potenzialmente nocive, fino a creare un circolo vizioso, spesso più dannoso che utile, di terapie farmacologiche e non.

Una caratteristica importante della flatulenza è che abitualmente il dolore viene indicato con la mano aperta, come ad esprimere che non è localizzato in un punto specifico dell’addome.

È stato ipotizzato che la carenza di fibre alimentari nella dieta occidentale possa giocare un ruolo importante, perché la sindrome dell’intestino irritabile è praticamente sconosciuta in popolazioni come quelle africane, che assumo una dieta ricca di fibre.

A questo proposito è comunque consigliato assumere 5 porzioni (pari al volume del tuo pugno) di frutta e/o verdura ogni giorno.

Le intolleranze (es. glutine, lattosio) e le allergie alimentari possono provocare sintomi analoghi a quelli dei pazienti con sindrome dell’intestino irritabile.

Si può facilmente calcolare che il costo sociale della sindrome, in termini di spese sanitarie e di assenze dal lavoro, è estremamente elevato.

Vuoi che almeno il tuo intestino sia meno “irritabile”?

Ecco gli alimenti sconsigliati:

  • cioccolato
  • caffè
  • brioche (e lieviti in genere)
  • vino
  • superalcoolici
  • cibi fritti e/o fermentati e/o affumicati
  • selvaggina
  • salumi
  • acciughe
  • molluschi
  • taleggio
  • gorgonzola
  • pecorino
  • insalata cruda
  • funghi
  • asparagi
  • bietole
  • cipolle
  • carote
  • cavolfiori
  • cetrioli
  • spinaci
  • prezzemolo
  • pomodori
  • carciofi
  • broccoli
  • cavolini di Bruxelles
  • cicoria
  • ravanelli
  • sottaceti
  • legumi
  • cipolle
  • cavoli
  • carciofi
  • melanzane
  • noci
  • orzo integrale
  • mele crude e con la buccia
  • albicocche crude o disidratate
  • kiwi
  • mango
  • agrumi
  • pesche crude
  • pere cocomero
  • papaya
  • frutti di bosco
  • melone
  • fichi
  • prugne
  • pane ai cereali
  • bibite gassate.

Evitare (o limitare al massimo) il consumo di alimenti che possono indurre flatulenza, come legumi: ceci, lenticchie, piselli, fagioli, fagiolini. Attenzione poi ai carboidrati particolarmente ricchi in oligosaccaridi non digeribili, presenti sempre nei legumi.

Questi zuccheri sono indigeribili e non assorbibili per l’uomo, ma fermentabili a livello dell’intestino crasso dalla flora microbica intestinale.

Nei soggetti intolleranti al lattosio (lo zucchero del latte) è buona regola eliminare il latte, anche parzialmente scremato e sostituirlo con yogurt o latte delattosato.

Attenzione poi alle bibite ed ai dolci e alimenti ricchi di zuccheri solubili: fermentando a livello intestinale favoriscono o potenziano la flatulenza.

È il caso frappè, frullati, pasta sfoglia, maionese, panna montata, come anche i dolcificanti artificiali e gli alimenti dietetici e gli alimenti contenenti fruttosio.

Più in generale è sconsigliato seguire un regime dietetico sbilanciato, ricco di alimenti grassi e da junk-food (cibo spazzatura).

Gli alimenti consigliati?

  • Pane non lievitato
  • carni tenere
  • pollo
  • pesce
  • uova
  • pasta e riso non integrali
  • patate
  • cornflakes
  • latte o yogurt
  • formaggi freschi
  • finocchi
  • menta
  • origano
  • cumino
  • semi di finocchio
  • curcuma
  • cavoli cotti
  • sedano
  • indivia
  • lattuga
  • zucca
  • passato di pomodoro
  • centrifugati di vegetali
  • crescione
  • zucchine
  • mele cotte
  • albicocche cotte
  • banane
  • ciliegie
  • mirtilli
  • spremute
  • pesche ed ananas in scatola
  • prugne cotte
  • avocado.

In generale abbinare alimenti proteici a verdure fresche, bollite o cotte al vapore.

In conclusione, una dieta mediterranea ben condotta, consente di “tranquillizzare” anche l’intestino più irritabile e con esso anche tutto il corredo sintomatologico, spesso fastidioso ed imbarazzante.

Le vitamine come nutrienti

Le vitamine come nutrienti

Anche i micro-costituenti della dieta, quali le vitamine, la cui scarsa introduzione fino a qualche decennio fa era causa di deficit o addirittura di vere e proprie sindromi carenziali, hanno risentito favorevolmente del cambiamento delle abitudini alimentari da aumentato benessere.

Esistono in pratica due grandi gruppi di vitamine:

  • idrosolubili

  • liposolubili

Tra le vitamine idrosolubili la vit. B1 è presente principalmente nelle:

  • carni
  • legumi
  • patate
  • frutta

La vitamina B2

  • carni
  • pesce
  • latte
  • uova)

La vitamina B6

  • carni
  • fegato
  • tuorlo d’uovo
  • latte
  • legumi verdi
  • frutta

La vitamina B12

  • carni
  • latte
  • formaggi

La vitamina PP

  • carni
  • pesce
  • cereali

L’acido folico

  • carni
  • uova
  • formaggi
  • legumi
  • patate
  • cereali

Le vitamine liposolubili sono:

La vitamina. A

  • fegato
  • burro
  • latte
  • formaggi
  • uova

La provitamina A

  • carote
  • spinaci
  • cavoli
  • albicocche

La vitamina D

  • fegato
  • burro
  • latte
  • formaggi
  • uova

La vitamina E

  • olio di arachidi e di oliva
  • ortaggi verdi
  • germe di cereali

La vitamina K

  • spinaci
  • cavoli

Tuttavia, per alcune di queste vitamine possono ancora oggi verificarsi situazioni di carenza marginale.

Non raramente infatti gli apporti alimentari di vitamine possono essere insufficienti nelle fasi di rapido accrescimento e sviluppo corporeo o in situazioni contingenti di aumentato fabbisogno, ad esempio per una attività fisica intensa.

Ciò è tanto più probabile se l’alimentazione abituale, come spesso succede, si basa su una esigua varietà di cibi o sull’uso prevalente di derrate alimentari a lungo conservate prima del consumo o sottoposte a maturazione artificiale o comunque tecnologicamente trasformate, cosicché il loro reale contenuto vitaminico risulta essere sensibilmente diminuito.

L’esposizione al calore o quella alla luce, l’ossidazione, la cottura degli alimenti determinano una perdita elevatissima di vitamine attive, specie di quelle idrosolubili.

La sterilizzazione del latte comporta una diminuzione del 30 % del contenuto di vit. B1 e di vit. B6 e del 50 % del contenu¬to di vit. B12 mentre la conservazione della frutta e della verdura comporta una perdita pressoché totale di vit.C.

Esistono poi malattie intestinali che comportano un malassorbimento oppure per interazioni con farmaci o tossici ca¬paci di ridurre o alterare la capacita di utilizzazione dei nutrienti nell’organismo.

Ad esempio gli olii minerali, usati come las¬sativi, determinano perdita fecale delle vitamine liposolubili.

Tra uno stato ottimale di nutrizione ed uno di carenza manifesta si possono riconoscere molteplici situazioni intermedie il cui si¬gnificato fisiologico o patologico rimane incerto.

Tanto più perché il processo di depauperamento vitaminico dell’organismo è in genere graduale e lento.

Tale processo può essere schematicamente suddiviso in sei stadi evolutivi.

Il primo stadio corrisponde al periodo di bilancio negativo tra apporto nutrizionale di una certa vitamina ed il suo fabbisogno, com¬pensato dal progressivo depauperamento delle riserve corporee; l’escrezione urinaria della vitamina spesso diminuisce mentre i li¬velli ematici sono ancora nei limiti della norma.

Nel secondo stadio si ha una caduta netta dell’escrezione urinaria di vitamina ed un’iniziale alterazione dei livelli ematici e tissutali.

Il terzo stadio è caratterizzato dalla diminuzione delle concentrazioni ematiche, urinarie e tissutali di vitamina e dalla ridotta attività di enzimi vitamino-dipendenti, metaboliti od ormoni.

Possono già comparire sintomi aspecifici quali malessere, insonnia, inappetenza, modificazioni dell’umore e delle performances mentali, alterazioni delle risposte immunitarie.

II quarto stadio è caratterizzato dalla comparsa delle alterazioni morfologiche e funzionali proprie della carenza.

Quindi, se questa non viene prontamente ed adeguatamente curata, la malattia carenziale diverrà conclamata ed il quadro sarà dominato dei classici sintomi e segni specifici.

Nel quinto stadio la sintomatologia è ancora reversibile.

Nel sesto stadio, il corredo sintomatologico vitamino-dipendente è irreversibile.

Secondo questo schema, la carenza vitaminica rappresenta un problema di salute già al terzo stadio e a questo stadio deve essere riconosciuta e curata.

In conclusione una dieta variata, comprensiva ovviamente di frutta e verdura multicolore, è indispensabile per evitare questi come altri problemi ed evitare costosi supplementi vitaminici.