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Dimmi cosa mangi e ti dirò di sei

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Dimmi cosa mangi e ti dirò di sei

Dimmi cosa mangi e ti dirò di sei

Ed essa, già da sola, indirizza la differenziazione delle famiglie batteriche verso specifici enterotipi che appaiono correlati a determinate abitudini alimentari. Dimmi cosa mangi e ti dirò di sei!

Dato che dalla composizione del microbiota (l’insieme dei microrganismi che si trovano nel tubo digerente) dipende il secondo genoma, il microbioma, e lo stato di salute dell’individuo, se vogliamo ridurre l’incidenza di alcune tra le più pericolose malattie del progresso (o quantomeno provarci) dovremmo tentare di ripristinare nel nostro intestino il microbiota di un cacciatore-raccoglitore (un individuo cioè che vive dei prodotti che è in grado di reperire in natura).

Diversi studi che hanno indagato le differenze tra il microbiota intestinale di africani ed europei ci indicano che l’obiettivo da perseguire, per arrivare a questo risultato, consiste innanzitutto nell’aumentare la quota di batteri del genere Prevotella (bacilli anaerobi gram), a spese dei Firmicuti (batteri gram+).

Per far questo (indipendentemente dall’età del soggetto) è necessario procedere ad alcuni cambiamenti delle abitudini alimentari.

Per ottenere sostanziali modifiche del microbiota è sufficiente seguire una nuova dieta per almeno tre giorni consecutivi.

Tre giorni di radicale cambiamento delle abitudini alimentari sono sufficienti per reimpostare l’enterotipo. Pertanto se lo scopo consiste nell’andare a selezionare batteri del tipo Prevotella, nel corso di questa prima fase sarà fondamentale mangiare soltanto alimenti ricchi di fibre vegetali insolubili. Questo cambiamento ridurrà drasticamente e da subito, all’interno del vostro intestino, le percentuali di Firmicuti a favore dei Batteroidi.

Cosa mangiare nel corso di questi tre giorni?

  • Carciofi
  • asparagi
  • cardi
  • finocchi
  • broccoli
  • cavoletti di Bruxelles
  • porri
  • cipolle
  • carote
  • cicoria
  • manioca
  • topinambur
  • legumi

ma anche frutta come

  • banane
  • mele
  • prugne
  • fichi
  • kiwi
  • noci
  • mandorle
  • nocciole
  • noci brasiliane (e poi a seguire tutti gli altri vegetali)

Il tutto cucinato nei modi che ritenete più appetitosi: il metodo di cottura conta poco.

Non dimentichiamo inoltre il riso integrale, che sarebbe meglio utilizzare al posto dei cereali.

Il passo successivo ha lo scopo di stabilizzare nel tempo il cambiamento ottenuto e consiste nel reintrodurre nella dieta parte delle carni del pesce e dei latticini che erano stati rimossi nel corso dei primi tre giorni cercando, nel contempo, di mantenere il più possibile costante la quota di alimenti fibrosi.

Per un europeo abituarsi a mangiare in questo modo non è facile, ma le nostre attuali abitudini dietetiche hanno progressivamente ridotto alla fame i nostri enterobatteri selezionandone le specie meno utili dal punto di vista salutare.

Se fate caso a quali siano le verdure più diffuse sulle tavole degli italiani vedrete abbondare lattuga mista (spesso acquistata in busta, prelavata e disinfettata), patate (senza buccia e spesso comprate precotte o surgelate per poter essere cucinate più rapidamente) e pomodori (in buona parte consumati sotto forma di pelati, o passate). Tutti prodotti questi che hanno subito anche processi di pastorizzazione di vario tipo.

Sui nostri piatti si vedono anche pochi cereali integrali provenienti da grani antichi e sempre meno legumi.

Le stesse raccomandazioni che sono state divulgate dalle nostre autorità sanitarie in merito alla razione giornaliera di fibre che sarebbe opportuno assumere (20-35 gr. al giorno), essendo state promulgate al solo scopo di aumentare la massa fecale – in un’epoca in cui ancora non si parlava di microbioma – appaiono oggi incredibilmente basse e decisamente insufficienti a ottenere quelle modifiche del microbiota che andiamo perseguendo.

Veniamo ora alla scelta delle materie prime, ovvero a come fare la spesa nell’ottica di un cacciatore-raccoglitore.

La cosa più importante da ricordare in questo senso è che serve a poco cercare di ripopolare il proprio intestino se poi si assumono sostanze antibatteriche con i cibi.

Ricordate anche che frullare e filtrare le verdure per renderle più cremose è un metodo sicuro per alterarne, con le caratteristiche organolettiche, anche il potenziale nutritivo per i batteri, quindi sarebbe meglio evitare questo tipo di preparazioni.

Oggi sappiamo che la fermentazione – in particolare la fermentazione lattica – oltre a rendere molti cibi più digeribili li rende anche più utili per il nostro microbota intestinale, in quanto un cibo fermentato contiene sia prebiotici che probiotici.

Molti studi rinforzano l’importanza del riscoprire e aggiungere alla nostra dieta una certa quota di cibi che naturalmente contengono probiotici quali: yogurt, kefir, crauti, miso, tempeh, kombucha (tè addolcito e fermentato), prugne (umeboshi), etc

Purtroppo negli ultimi cinquant’anni questo tipo di alimenti è progressivamente scomparso dalle nostre tavole in quanto la nostra dieta si è orientata sempre più verso prodotti di origine industriale.

Prodotti che vengono realizzati mediante tecniche di conservazione diverse in quanto necessitano di una perfetta standardizzazione del gusto, una cosa questa che la fermentazione non è in grado di garantire. E così il lievito chimico – che innesca la lievitazione ma senza indurre quei cambiamenti che rendono l’alimento più digeribile e assimilabile – si è sostituito a quello acido.

Gli yogurt vengono riempiti di zucchero allo scopo di renderli più palatabili.

Le verdure vengono messe sottaceto saltando la fase della fermentazione (un aceto peraltro che è un acido acetico che viene prodotto a livello industriale e non viene più prodotto mediante procedimenti naturali). E quel che è peggio tutto questo ha modificato nel corso del tempo anche il nostro gusto (e quello dei nostri bambini).

La maggior parte delle preparazioni industriali vengono artificialmente deprivate di fibre, addizionate di zuccheri e grassi vegetali modificati e contengono spesso numerose sostanze chimiche che vengono aggiunte come coloranti, conservanti, etc. Sebbene queste sostanze chimiche siano state finora giudicate sicure per uso alimentare, poco o nulla si sa su quelli che possono essere i loro effetti a lungo termine sul microbiota intestinale.

Quello che sappiamo con certezza è che seguire una dieta di tipo “industriale”, ricca cioè di alimenti prodotti in laboratorio anziché cresciuti spontaneamente in natura, è un modo sicuro per selezionare nel nostro intestino i batteri meno salutari.

Può essere interessante sottolineare che nei soggetti obesi si osserva un quadro caratterizzato da una modificazione relativa del microbiota in favore di una tipologia di batteri definiti Firmicuti i quali hanno la particolare capacità di aumentare al massimo le capacità di assorbimento energetico da parte dell’intestino diminuendo al minimo la quantità di calorie espulse con le feci.

Questa tipologia di batteri pare venga selezionata da diete ricche in calorie provenienti da carne, latticini e grassi vegetali idrogenati ed estremamente povere di fibre ed è stata associata allo sviluppo di obesità e malattie metaboliche.

Un’ultima raccomandazione: ricordate che i batteri migliori che vivono nel nostro intestino sono prevalentemente astemi e che, se si abbonda in bevande alcooliche è possibile selezionare un microbiota caratteristico degli alcolisti che pare predisporre a determinate anomalie fisiologiche quali l’accumulo di grasso nel fegato (steatosi).

Seguire queste regole non cambierà la genetica di base di un soggetto, ma sicuramente gli permetterà di migliorare di molto il suo microbiota intestinale e di ridurre significativamente il rischio di sviluppare alcune tra le malattie che fanno bella mostra di sé nelle classifiche delle principali cause di morte di questo secolo e comunque migliorerà in generale tutti i suoi indicatori di salute.

Covid-19. Una pandemia senza precedenti.

Covid-19. Una pandemia senza precedenti.

In tutto il mondo, gli epidemiologi stanno costruendo proiezioni a breve e lungo termine per prepararsi e potenzialmente “prevedere” la diffusione e l’impatto della SARS-CoV-2, il virus che causa COVID-19.

Sebbene le loro previsioni e tempistiche variano, i modellisti concordano su due cose: COVID-19 è qui per restare e il futuro dipende da molte incognite, incluso se le persone sviluppano un’immunità duratura al virus, se la stagionalità influisce sulla sua diffusione e – forse cosa più importante – se le decisioni prese dai governi e dagli individui saranno efficaci.

Ad esempio, se l’immunità al virus dura meno di un anno, in modo simile ad altri coronavirus umani in circolazione, potrebbero esserci picchi annuali di infezioni da COVID-19 fino al 2025 e oltre.

Cosa succederà nel prossimo futuro?

Avremo bisogno di cambiare la cultura di come interagiamo con le altre persone.

Nel complesso, è una buona notizia che anche senza test o un vaccino, i comportamenti possono fare una differenza significativa nella trasmissione della malattia.

D’altra parte il distanziamento sociale potrebbe essere richiesto in modo intermittente per anni per sopprimere i picchi di COVID-19.

Nelle regioni in cui COVID-19 sembra essere in declino, i ricercatori affermano che l’approccio migliore è un’attenta sorveglianza testando e isolando nuovi casi e rintracciando i loro contatti.

Si prevede che tale strategia prevenga un’enorme recrudescenza di infezioni, a meno che l’aumento del traffico aereo non porti a un numero considerevole di casi importati.

Cosa succederà in inverno?

È chiaro ora che l’estate non ferma in modo uniforme il virus, ma il clima caldo potrebbe renderlo più facile da contenere nelle regioni temperate.

In autunno-inverno gli esperti ritengono che ci sarà probabilmente un aumento della trasmissione.

Molti virus respiratori umani – influenza, altri coronavirus umani e virus respiratorio sinciziale (RSV) – seguono oscillazioni stagionali che portano a focolai invernali; quindi è facile prevedere che SARS-CoV-2 seguirà questo andamento.

Inoltre, con il tempo più freddo le persone hanno maggiori probabilità di rimanere in casa, dove la trasmissione del virus attraverso le goccioline è un rischio maggiore.

In futuro, i focolai di SARS-CoV-2 potrebbero arrivare a ondate ogni inverno.

Il rischio per gli adulti che hanno già avuto COVID-19 potrebbe essere ridotto, come con l’influenza, ma dipenderebbe dalla rapidità con cui svanisce l’immunità a questo coronavirus.

Inoltre, la combinazione di COVID-19, influenza e RSV in autunno e in inverno potrebbe essere molto impegnativa dal punto di vista socio-sanitaria.

Quando finirà questa pandemia?

Per porre fine alla pandemia, il virus deve essere eliminato in tutto il mondo – cosa che la maggior parte degli scienziati concorda è quasi impossibile a causa della sua diffusione, oppure le persone devono costruire un’immunità sufficiente attraverso infezioni o un vaccino.

Si stima che il 55-80% della popolazione debba essere immune affinché ciò avvenga, a seconda del Paese.

Sfortunatamente, i primi sondaggi suggeriscono che c’è ancora molta strada da fare.

Il corso della pandemia nel 2021 ed oltre dipenderà in gran parte dall’arrivo di un vaccino e da quanto tempo il sistema immunitario rimarrà protetto dopo la vaccinazione.

Molti vaccini forniscono protezione per decenni, come quelli contro il morbillo o la poliomielite, mentre altri, tra cui la pertosse e l’influenza, svaniscono nel tempo.

Allo stesso modo, alcune infezioni virali richiedono un’immunità duratura, altre una risposta più transitoria.

I ricercatori finora sanno poco sulla durata dell’immunità alla SARS-CoV-2.

Uno studio ha rilevato che gli anticorpi neutralizzanti persistevano fino a 40 giorni dopo l’inizio dell’infezione; molti altri studi suggeriscono che i livelli di anticorpi diminuiscono dopo settimane o mesi.

Se COVID-19 segue un modello simile alla SARS, gli anticorpi potrebbero persistere a un livello elevato per 5 mesi, con un lento declino in 2-3 anni.

Tuttavia, la produzione di anticorpi non è l’unica forma di protezione immunitaria.

Ad esempio i linfociti B e T della memoria difendono anche da futuri incontri con il virus e finora si sa poco sul loro ruolo nell’infezione da SARS-CoV-2.

Se le infezioni continuano a crescere rapidamente senza un vaccino o una immunità duratura, vedremo una circolazione regolare e estesa del virus.

In tal caso, il virus diventerebbe endemico, al pari della malaria, una malattia prevenibile e curabile, che uccide più di 400.000 persone ogni anno.

In conclusione, siamo in una pandemia di coronavirus per la quale non abbiamo precedenti. Il futuro ci dirà di più.

(fonte https://www.nature.com/articles/d41586-020-02278-5)

Covid-19. La lattoferrina è una barriera protettiva?

Covid-19. La lattoferrina è una barriera protettiva?

Lattoferrina. Una barriera protettiva.

Recentemente, il mondo ha dovuto affrontare una devastante infezione da coronavirus pandemica globale, con oltre 45 milioni di infetti in tutto il mondo e oltre 1,18 milioni di decessi al 30 ottobre 2020, correlata a un nuovo coronavirus (2019-nCoV), caratterizzato da una morfologia sferica e identificato attraverso il sequenziamento di nuova generazione.

Il coronavirus possiede un genoma di RNA a singolo filamento, senso positivo, di lunghezza compresa tra 26 e 32 kilobasi.

La maggior parte dei pazienti infettati da SARS-CoV-2 mostra sintomi da lievi a moderati, come anosmia improvvisa o ageusia, febbre, tosse anormale, mal di testa e affaticamento e diarrea e guarisce senza conseguenze.

Tuttavia, circa il 15% sviluppa una polmonite grave e il 5% progredisce verso la sindrome da distress respiratorio acuto, shock settico e / o insufficienza multiorgano, associata ad alta mortalità.

Sebbene il tratto respiratorio sia il principale portale d’ingresso di SARS-CoV-2, può verificarsi anche un coinvolgimento gastrointestinale associato a nausea, vomito e diarrea.

Nessun farmaco o vaccino è stato approvato per l’assenza di evidenze derivanti da rigorosi studi clinici.

È stato evidenziato un crescente interesse sul possibile ruolo preventivo e trattamento aggiuntivo della lattoferrina (Lf), glicoproteina delle secrezioni umane parte di un sistema difensivo non specifico, noto per svolgere un ruolo cruciale contro le infezioni microbiche e virali ed esercitando effetti antinfiammatori su diverse superfici mucose e in grado di regolare il metabolismo del ferro.

In questa recensione, analizzando le proprietà della lattoferrina, proponiamo di progettare uno studio clinico per valutare e verificare il suo effetto utilizzando un trattamento di duplice combinazione con una formulazione spray intranasale locale e solubilizzata e somministrazione orale.

La lattoferrina potrebbe contrastare l’infezione e l’infiammazione del coronavirus, agendo sia come barriera naturale della mucosa sia respiratoria che intestinale o invertendo i disturbi del ferro legati alla colonizzazione virale. proponiamo di progettare uno studio clinico per valutare e verificare il suo effetto utilizzando un trattamento di duplice combinazione con formulazione spray intranasale locale, solubilizzata e somministrazione orale.

Tra i diversi fattori che influenzano le infezioni virali nonché i relativi processi infiammatori, il ferro gioca un ruolo fondamentale, favorendo la progressione virale da un lato ed esacerbando i processi infiammatori dall’altro.

In effetti, il ferro è un elemento cardine per tutte le cellule in quanto è fondamentale nella replicazione del DNA e nella produzione di energia sia nell’uomo che nei microrganismi. Quando il ferro è presente in eccesso, come in condizioni patologiche, genera specie reattive dell’ossigeno (ROS), che danneggia le proteine, le membrane lipidiche e il DNA, causando danni ai tessuti e insufficienza d’organo.

lattoferrina

Studi recenti hanno dimostrato che i componenti delle secrezioni umane, appartenenti all’immunità innata, sono elementi chiave delle difese dell’ospite che agiscono come barriera fondamentale contro il danno virale.

Recentemente è stato evidenziato un crescente interesse sul possibile ruolo preventivo e trattamento aggiuntivo della lattoferrina, una glicoproteina delle secrezioni umane che fa parte di un sistema difensivo non specifico, noto per svolgere un ruolo importante contro le infezioni microbiche e virali e che esercitano effetti antinfiammatori su diverse superfici mucose e in grado di regolare il metabolismo del ferro.

Anche se Lf è altamente conservato tra specie diverse, la più alta omologia di sequenza è stata riconosciuta tra lattoferrina umana e bovina (circa 70%).

Funzioni della lattoferrina:

  • capacità di chelare due ioni ferrici e di legarsi alle superfici anioniche
  • potente attività antinfiammatoria e immunomodulante
  • capacità di Lf di contrastare e far regredire i disturbi del ferro, modulando la risposta immunitaria e sottoregolando le citochine pro-infiammatorie, come IL-6.
  • riequilibra le proteine di manipolazione del ferro polmonare e riduce il sovraccarico di ferro bronco-alveolare.
  • attività antivirale verso numerose famiglie di virus come il papillomavirus umano, cytomegalovirus, herpes simplex virus, virus dell’epatite C, virus dell’encefalite giapponese, rotavirus, adenovirus, virus respiratorio sinciziale, virus parainfluenzale, virus influenzale A, virus dell’epatite B e diversi altri.
  • ostacola l’ingresso virale nelle cellule ospiti attraverso il suo legame competitivo con i recettori della superficie cellulare, principalmente composti a carica negativa come i glicosaminoglicani (GAG)

Nel complesso, l’effetto antivirale di Lf si verifica nella fase iniziale dell’infezione, impedendo l’ingresso di particelle virali nelle cellule ospiti, bloccando i recettori cellulari e / o legandosi direttamente alle particelle virali.

La capacità di Lf di esercitare attività antivirale, legandosi a cellule ospiti o particelle virali o entrambe, rafforza l’idea che questa glicoproteina sia “un importante mattone nella parete mucosa, efficace contro gli attacchi virali”.

Complessivamente, questi risultati suggeriscono che Lf potrebbe svolgere un ruolo protettivo nella difesa dell’ospite contro l’infezione da SARS-CoV-2 attraverso il legame agli HSPG (proteoglicani di eparan solfato), bloccando così l’interazione precoce tra SARS-CoV-2 e cellule ospiti.

Inoltre, la capacità della lattorerrina di entrare nel nucleo può anche contrastare l’attivazione della tempesta di citochine, evitando così disturbi dell’omeostasi del ferro sistemica, polmonare o intestinale, nonché esacerbazione della malattia.

Tutti gli studi hanno dimostrato la sicurezza, la tollerabilità, l’efficacia di Lf sia come integratore alimentare orale che come spray intranasale.

Prese insieme, tutte queste proprietà aprono la strada a considerare lattoferrina come uno strumento promettente in grado di indirizzare aspetti multiformi della progressione virale e della patogenesi in COVID-19.

Storicamente, il trattamento di molte malattie polmonari comportava la somministrazione sistemica del farmaco; tuttavia, questa modalità è stata generalmente sostituita dall’inalazione, che è più efficace, poiché indirizza il farmaco al sito della malattia, e più sicura, riducendo gli effetti collaterali.

Per il miglior effetto terapeutico è necessario trovare la migliore formulazione farmacologica, sia per bloccare il virus nel microambiente extracellulare delle mucose, sia per stimolare l’immunità locale al fine di promuovere una migliore clearance della carica virale, considerando la necessità di agire a livello delle vie aeree superiori e inferiori.

L’RNA virale COVID-19 è stato rilevato nelle vie aeree superiori da pazienti sintomatici, con cariche virali più elevate osservate nei tamponi nasali rispetto a quelle ottenute dalla gola.

Cariche virali simili sono state osservate in pazienti asintomatici, indicando che l’epitelio nasale è un importante portale per l’infezione iniziale e può servire da serbatoio chiave per la diffusione virale attraverso la mucosa respiratoria e un importante locus che media la trasmissione virale.

Nel loro insieme, riteniamo che tutte queste proprietà giustifichino la progettazione di uno studio clinico per valutare e verificare se un trattamento locale della mucosa nasale con lattoferrina solubilizzato in una formulazione spray intra-nasale e l’assunzione orale di Lf, potrebbero contrastare l’infezione e l’infiammazione del coronavirus.

Lf agisce sia come barriera naturale della mucosa sia respiratoria che intestinale o invertendo i disturbi del ferro legati alla colonizzazione virale o modulando la risposta immunitaria o down-regolando le citochine proinfiammatorie rilasciate dall’infiammazione virale, senza alcun rischio di possibili eventi avversi.

Inoltre, l’inclusione di Lf nelle strutture di conservazione, come i liposomi, riduce la denaturazione gastrica e intestinale mantenendo la sua integrità e quindi la sua funzionalità biologica.

La lattoferrina, potrebbe essere utilizzato in pazienti asintomatici o lievemente sintomatici per prevenire il peggioramento della SARS-CoV2. Il dosaggio ideale di Lf deve essere diversificato in base alla gravità dei sintomi.

I pazienti COVID-19 asintomatici dovrebbero usare 300 mg, somministrati per via orale, raddoppiando il dosaggio (massimo 1gr) per i pazienti lievemente sintomatici.

Suggeriamo di mantenere il trattamento almeno fino a quando il tampone COVID-19 diventa negativo.

(fonte https://doi.org/10.3390/ijms21144903)

Basso livello di vitamina D3

Basso livello di vitamina D3

Questo articolo è una prestampa e non è stato certificato da peer review.

Che cos’è una prestampa non revisionata?

Prima della pubblicazione formale in una rivista accademica, gli articoli scientifici e medici sono tradizionalmente certificati da “peer review”.

In questo processo, i redattori della rivista ricevono la consulenza di vari esperti, chiamati “arbitri”, che hanno valutato il documento e possono identificare punti deboli nelle sue ipotesi, metodi e conclusioni.

In genere una rivista pubblicherà un articolo solo una volta che gli editori saranno soddisfatti del fatto che gli autori hanno affrontato le preoccupazioni degli arbitri e che i dati presentati supportano le conclusioni tratte nel documento.

Poiché questo processo può essere lungo, gli autori utilizzano il servizio medRxiv per rendere disponibili i loro manoscritti come “prestampe” prima della certificazione mediante peer review, consentendo altri scienziati per vedere, discutere e commentare immediatamente i risultati.

I lettori dovrebbero pertanto essere consapevoli del fatto che gli articoli su medRxiv non sono stati finalizzati dagli autori, potrebbero contenere errori e riportare informazioni che non sono state ancora accettate o approvate in alcun modo dalla comunità scientifica o medica.

Invitiamo inoltre i giornalisti e altre persone che riferiscono alla ricerca medica al pubblico a considerare questo aspetto quando discutono del lavoro che appare sulle prestampe di medRxiv e sottolineiamo che deve ancora essere valutato dalla comunità medica e le informazioni presentate potrebbero essere errate.

  • Obiettivo: valutare le associazioni dello stato plasmatico 25 (OH) D con la probabilità di infezione da coronavirus (COVID-19) e il ricovero in ospedale.
  • Metodi: la popolazione dello studio includeva i 14.000 membri di Leumit Health Services che erano stati testati per l’infezione da COVID-19 dal 1 ° febbraio al 30 aprile 2020 e che avevano almeno un precedente esame del sangue per il livello di 25 (OH) D nel plasma.

Il livello di plasma 25 (OH) D “non ottimale” o “basso” è stato definito come plasma 25-idrossivitamina D, o 25 (OH) D, concentrazione inferiore a 30 ng / mL.

  • Risultati: di 7.807 individui, 782 (10,1%) erano COVID-19 positivi e 7.025 (89,9%) COVID-19 negativi.

Il livello medio di vitamina D nel plasma era significativamente più basso tra coloro che erano risultati positivi che negativi per COVID-19 18,41-19,59) rispetto a 20,55 (IC al 95% 20,32-20,78)].

L’analisi univariata ha dimostrato un’associazione tra basso livello plasmatico 25 (OH) D e aumento della probabilità di infezione da COVID-19 e di ricovero a causa di il virus SARS-CoV-2 .

https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.07.01.20144329v1

Probiotici e Covid-19

Probiotici e Covid-19

Da dicembre 2019, diversi casi di polmonite di eziologia sconosciuta sono stati segnalati a Wuhan, nella provincia di Hubei, in Cina.

Il 7 gennaio 2020, un nuovo coronavirus è stato identificato da un campione di tampone della gola di un paziente dal Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie, e successivamente è stato nominato coronavirus (COVID ‐ 19) nel 2019 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

È noto che 6 specie di coronavirus causano malattie umane, tra cui la grave sindrome respiratoria acuta coronavirus (SARS-CoV) e la sindrome respiratoria del Medio Oriente (MERS-CoV) sono entrambe di origine zoonotica, che possono causare gravi malattie respiratorie e alta mortalità.

In questo senso il COVID-19 è il settimo.

L’analisi filogenetica del genoma virale completo (29 903 nucleotidi) ha dimostrato che il COVID-19 è più strettamente correlato (89,1% di somiglianza nucleotidica) con un gruppo di coronavirus simili alla SARS.

Questo fatto potrebbe in parte spiegare il comportamento di questo nuovo coronavirus nell’infezione umana.

Studi retrospettivi di Wuhan, Cina, hanno indicato che le principali manifestazioni cliniche di COVID-19 sono febbre, tosse e dispnea.

I sintomi meno comuni includono la produzione di espettorato, mal di testa, emottisi e alcuni sintomi gastrointestinali.

Sembra che i sintomi gastrointestinali, come la diarrea (2% ‐10,1%) e la nausea e il vomito (1% ‐3,6%), al momento non sono molto comuni.

Tuttavia, una percentuale significativa di pazienti presentava inizialmente quei sintomi gastrointestinali atipici.

Vi sono prove non solo della trasmissione da animale a uomo, ma della trasmissione da uomo a uomo di COVID-19 tra contatti stretti o attraverso aerosol carichi di virus.

Sebbene siano necessarie ulteriori prove, Zhang et al. del People’s Hospital dell’Università di Wuhan hanno riportato la presenza di acidi nucleici virali nei campioni fecali e tamponi anali di pazienti con COVID-19 (Wei Zhang et al. Molecular and Serological Investigation of 2019-nCoV Infected Patients: Implication of Multiple Shedding Routes. Emerg Microbes Infect. 2020 Feb 17;9(1):386-389).

Pertanto, esiste la possibilità di trasmissione fecale-orale nell’infezione COVID-19.

È necessario prestare maggiore attenzione all’igiene delle mani e alla disinfezione del vomito, delle feci e di altri liquidi corporei dei pazienti.

Precedenti studi hanno scoperto diversi recettori ai quali si legano diversi coronavirus, come l’enzima 2 di conversione dell’angiotensina (ACE2) per SARS-CoV.

L’ACE2 è noto per essere abbondante nell’epitelio dei polmoni e dell’intestino nell’uomo, il che potrebbe migliorare l’evidenza di questa possibile via per COVID-19. Pertanto, ipotizziamo che COVID-19 possa, in una certa misura, essere correlato al microbiota intestinale.

Tuttavia, la connessione tra il polmone e il tratto gastrointestinale non è completamente compresa.

È noto che il tratto respiratorio ospita il proprio microbiota, ma i pazienti con infezioni respiratorie hanno generalmente disfunzioni intestinali o complicanze secondarie di disfunzione intestinale, che sono correlate a un decorso clinico più grave della malattia, indicando così un rapporto tra intestino e polmone.

Questo fenomeno può essere osservato anche nei pazienti con COVID-19.

Numerosi studi hanno dimostrato che il microbiota intestinale può ridurre l’enterite e può invertire alcuni effetti collaterali della terapia.

Non vi sono prove cliniche dirette che la modulazione del microbiota intestinale svolga il ruolo terapeutico nel trattamento del COVID-19, ma ipotizziamo che il targeting del microbiota intestinale possa essere una nuova opzione terapeutica o almeno una scelta terapeutica adiuvante.

All’inizio di febbraio, la guida stabilita dalla Commissione nazionale per la salute cinese e dalla National Administration of Traditional Chinese Medicine raccomanda che nel trattamento di pazienti con grave infezione da COVID-19, i probiotici possano essere utilizzati per mantenere l’equilibrio della microecologia intestinale e prevenire l’infezione batterica secondaria, il che dimostra che il governo cinese e il personale medico di prima linea accettano l’importanza del ruolo del microbiota intestinale nell’infezione COVID-19.

Sebbene finora non sia stato raccomandato alcun trattamento antivirale specifico, ipotizziamo che i probiotici possano modulare il microbiota intestinale per alterare favorevolmente i sintomi gastrointestinali e proteggere anche il sistema respiratorio.

Covid-19 e mascherine di protezione: quale scegliere?

Covid-19 e mascherine di protezione: quale scegliere?

In Italia è definito dall’UNI, l’Ente nazionale italiano di unificazione.

Le norme relative ai dispositivi di protezione per le vie respiratorie sono elaborate a partire dagli standard europei di riferimento (EN) e, a seconda della conformità alle diverse normative, le mascherine sono classificate in tipologie differenti.

Le mascherine chirurgiche

Mascherine chirurgiche

(UNI EN 14683:2019 + AC:2019)

Il principale utilizzo previsto delle mascherine facciali ad uso medico è quello di proteggere il paziente dagli agenti infettivi e, inoltre, in determinate circostanze, di proteggere chi le indossa da spruzzi di liquidi potenzialmente contaminati.

Possono anche essere destinate ad essere indossate dai pazienti e da altre persone per ridurre il rischio di diffusione delle infezioni, in particolare in situazioni epidemiche o pandemiche.

La norma precisa inoltre che “una maschera facciale ad uso medico con una barriera microbica appropriata può anche essere efficace nel ridurre l’emissione di agenti infettivi da naso e dalla bocca di un portatore asintomatico o di un paziente con sintomi clinici. Le mascherine chirurgiche non aderiscono completamente al viso e possono solo impedire che il droplet non venga in contatto con bocca o naso di chi le indossa.

Mascherine FFP1, FFP2, FFP3 (UNI EN 149:2009)

Le tre classi di protezione FFP (la sigla sta per filtering face piece, in italiano “facciale filtrante delle particelle”) differiscono tra loro in funzione dell’efficacia filtrante (limite di penetrazione del filtro con un flusso d’aria di 95 L/min) e della perdita totale verso l’interno (TIL, Total Inward Leakage, la % di aria in ingresso nell’area di respirazione e quindi anche di inquinanti ambientali o agenti potenzialmente patogeni come il Sars-Cov-2).

Mascherine di classe FFP1

mascherine ffp1

Le mascherine di classe FFP1 hanno una capacità filtrante di almeno l’80% delle particelle sospese nell’aria e una perdita verso l’interno minore del 22%.

Non è idonea per la protezione da agenti patogeni che si trasmettono per via aerea.

Mascherine di classe FFP2

Mascherine ffp2

Le mascherine FFP2 hanno una capacità filtrante di almeno il 94% delle particelle sospese nell’aria e una perdita verso l’interno minore dell’8%.

Mascherine di classe FFP3

Mascherine ffp3

Le mascherine di classe FFP3 sono un dispositivo di protezione delle vie aeree comunemente utilizzato dagli operatori sanitari che assistono individui infetti o potenzialmente infetti e personale di ricerca esposto ad alto rischio. Hanno una capacità filtrante di almeno il 99% delle particelle sospese nell’aria e una perdita verso l’interno minore dell’2%.

A cosa serve la valvola?

Le mascherine di protezione FFP1, FFP2 e FFP3 possono essere dotate di valvole.

La loro presenza non ha alcun effetto sulla capacità filtrante del dispositivo ma assicura un comfort maggiore quando la mascherina è indossata per molto tempo.

In particolare, la valvola di espirazione permette all’aria calda di fuoriuscire dal dispositivo, riducendo l’umidità che si forma al suo interno, evitando così la formazione di condensa.

Questo previene inoltre l’appannamento degli occhiali e facilità la respirazione. Attenzione però, perché in questo modo anche le particelle virali possono fuoriuscire: l’utilizzo di mascherine con valvola non è infatti consigliato se si pensa di essere positivi.

La mascherina è riutilizzabile?

In relazione all’utilizzo dei dispositivi di protezione delle vie aeree, le maschere semi-facciali possono essere “riutilizzabili” (marcate con la lettera R) o “monouso” (marcate con la lettera NR) oltre ad essere sottoposte a test opzionale relativo ai requisiti di intasamento (marcate lettera “D”).

Quanto dura una mascherina?

La maggior parte delle mascherine non è riutilizzabile (NR), né va conservata dopo l’uso, essendo appunto monouso.

In rete sono disponibili alcune istruzioni per “sanificare le mascherine” utilizzando alcol o altri disinfettanti.

A tal proposito, si sconsiglia di effettuare certi trattamenti perché non vi è alcuna prova scientifica della loro efficacia oltre al possibile rischio di venire in contatto con il virus o deteriorare la mascherina.

Quale usare contro il Coronavirus?

  • Le mascherine chirurgiche devono essere utilizzate da persone positive o potenzialmente positive al Covid-19.
  • Le mascherine di classe FFP2 sono indicate a chi è esposto a un rischio medio-basso e utilizzate dagli operatori sanitari che assistono positivi o potenzialmente positivi.
  • Le mascherine FFP3 sono per chi è esposto ad alto rischio e devono essere indossate da medici e operatori sanitari che assistono soggetti infetti o potenzialmente infetti, in particolare durante manovre che producono maggiore aerosolizzazione come intubazione, bronco-aspirazione a circuito aperto e broncoscopia.

Chi deve usare la mascherina?

Le mascherine FFP2 e FFP3 sono raccomandate per proteggere medici e operatori sanitari esposti da agenti infettivi (Sars-Cov-2, Tubercolosi, Morbillo, Varicella, H1N1) considerando inoltre l’utilizzo di occhiali di protezione o visiere, così come camici e tute monouso, guanti, scarpe da lavoro chiuse e copriscarpe.

Più in generale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha raccomandato una distanza di almeno 1 metro tra le persone, consigliando l’uso di mascherine alle persone che lavorano in prima linea o che mostrano i sintomi della malattia.

Indicazioni su cui si basa anche il decalogo ufficiale del Ministero della Salute che al punto 7 specifica di utilizzare la mascherina “solo se si sospetta di essere malati o se si assistono persone malate”.

Anche quando si indossa la mascherina, è necessario comunque mantenere un’adeguata distanza sociale nonché limitare il più possibile il tempo di interazione con le persone malate.

tratto da
https://scienze.fanpage.it/mascherine-chirurgiche-ffp2-e-ffp3-differenza-durata-e-come-usarle-contro-il-coronavirus/