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Io spero di farcela… nelle sale di attesa

Io spero di farcela… nelle sale di attesa

Le sale di attesa, infatti, per noi informatori scientifici del farmaco possono diventare davvero pesanti, uno perché può protrarsi davvero a lungo, due perché le persone tendono ad additarti come il “rappresentante” che sta lì solo per fare due chiacchiere con il medico.

Fare l’informatore scientifico, infatti, per buona parte delle persone non significa lavorare.

Così nel momento stesso in cui l’informatore entra in una sala d’aspetto, cala il gelo e tutti gli sguardi sono puntati su di lui, ma soprattutto si sentono delle affermazioni del tipo “ecco qua è arrivato un altro rappresentante”, semplicemente perché magari ha avuto la sfortuna di entrare dopo un altro collega o semplicemente perché lo vedono come un disturbatore, un “Paolini delle sale d’attesa”.

In molti casi sentendo queste affermazioni io faccio finta di nulla e mi siedo, ma quando è proprio palese la forte intolleranza nei miei confronti, per rompere il ghiaccio, provo, sorridendo, a far capire che anche io sto lavorando dicendo “vabbè non guardatemi così male… sto lavorando anche io”.

In questo modo non solo faccio capire che sto lavorando, ma soprattutto che, in quanto persona, ancora ci sento; perché è anche vero che molti pazienti fanno commenti pensando che l’informatore oltre ad essere un inutile lavoratore abbia pure forti problemi di udito.

Può accadere, però, raramente che l’informatore entrando in uno studio lo trovi libero, con la sala d’attesa vuota e solo con una visita già all’interno, quindi si accomoda e magari lavori comodamente al suo pc.

Durante l’attesa arriva qualche paziente che a priori vedendolo con la borsa da lavoro decide di avere la priorità su di lui, pur essendo arrivato dopo; cominciano così le scuse più svariate.

Tra le scuse più frequenti c’è quella di dover entrare subito perché hanno preso un permesso di lavoro per accompagnare il figlio dal medico, come se non potessero perdere proprio il tempo a disposizione dell’isf per parlare con il medico; magari il dottore impiega un’ora per visitare il paziente che è già all’interno e loro non possono aspettare proprio l’informatore; così cerchi di far capire che loro devono andare a lavorare ma tu già stai lavorando e che non ti trovi li perché ti piace particolarmente la sala d’attesa del dottore.

C’è poi chi chiede di poter entrare prima dell’isf (informatore scientifico del farmaco) perché deve semplicemente far guardare la gola o le orecchie al figlio; a quel punto cerchi di far capire che anche quella è una visita e che quello non è il tuo unico medico da vedere in quel giorno, ma che ne avrai almeno altri nove di studi da visitare, per cui se tu in un giorno facessi entrare tutti quelli che devono far guardare, un occhio, un orecchio o una gola hai smesso di lavorare.

In questi casi spesso può capitare di essere additato come l’insensibile di turno.

Molto diffuso, infatti, negli studi medici è il ricatto morale soprattutto sulle informatrici donne, per cui se non fai passare i pazienti prima di te è perché non hai figli e questo viene detto anche senza sapere se tu hai davvero figli o no, anche perché molte informatrici sono mamme e a questo punto sono tutte mamme insensibili.

C’è, poi, chi ti dice che deve passare prima di te perché il figlio deve mangiare o chi addirittura vorrebbe organizzarti la giornata dicendoti di ripassare, o di prendere un appuntamento, anche se il medico non riceve per appuntamento gli informatori.

C’è anche chi spesso decide di creare leggi ad hoc, come ad esempio che l’informatore debba entrare dopo, tre visite o di numero via via crescente a seconda del numero dei presenti.

In realtà l’informatore entra di solito ogni due pazienti presenti o per appuntamento, ma tutto è a discrezione del medico che lo riceve.

In sala d’attesa, poi trovi quello che (peggio ancora), pur capendo che tu stai lavorando ti dice educatamente che tu puoi perdere tempo, ma il figlio no perché deve mangiare, ma i migliori secondo me sono quelli che confidano in una febbre improvvisa del figlio.

Eh si, perché, io, lavoro principalmente dai pediatri e so benissimo che bambini con la febbre o con malattie infettive hanno la priorità, e forse questo lo sanno anche i genitori che puntualmente ci provano; allora li vedi entrare affannati che hanno la fretta di entrare perché il figlio sta molto male o peggio ancora, succede anche, che entrino tranquilli, si accomodino e i figli comincino a giocare, a correre nello studio e tutto sembra apparentemente sereno, quando all’improvviso i genitori stanchi di sopportare i figli ed ormai stufi di aspettare, comincino a dire al figlio stesso che se si agita in quel modo non è perché è irrequieto, ma agisce così perché è stanco a causa del fatto che è stato molto male e glielo ripetono più volte per convincerlo che quella è la realtà e per innervosirlo ulteriormente o peggio ancora cominciano a toccargli insistentemente la fronte nella speranza forse che la febbre istantaneamente salga e loro possano avere la priorità sul “rappresentante”.

Ora penso che sia davvero chiaro quanto stressante possa essere la sala d’attesa e così per evitare tutto questo stress, ho pensato di trovare un lato positivo e ponendomi come spettatore nelle sale d’attesa ed ho visto che è davvero un bello spettacolo, addirittura gratis; si perché nella sala d’attesa succede davvero di tutto e tu comprendi che i genitori hanno perso quello che poteva essere un tempo l’istinto dei genitori e che peggio ancora sono più bambini dei loro figli proprio in termini di comportamento, così che vedi padri che giocano con la Nintendo DS, mentre i figli distruggono lo studio o che rischiano di farsi male o neo mamme che a priori pensano che per il semplice fatto di aver partorito da poco un figlio sono super donne che hanno creato un miracolo, per cui si sentono in diritto di maltrattare i loro mariti/compagni, che come degli schiavetti eseguono gli ordini e che pur facendo tutto nel migliore dei modi per compiacerla vengono costantemente ingiuriati perché incapaci; allora tu guardandoli dall’esterno pensi che stai assistendo dal vivo a quella che tutti chiamano “depressione post partum” o “baby blues”, ma pensi anche che forse nessuno ha mai dato molto spazio all’esaurimento post partum dei padri.

Guardando sempre meglio ti accorgi che la maleducazione prima di tutto dei genitori incombe e cominci a pensare che nessuno forse oggi fa più educazione civica a scuola; si perché non c’è rispetto per le persone, per gli ambienti e te ne accorgi dagli stessi cartelli che leggi sulle pareti degli studi, in cui c’è scritto che gli stessi studi sono dotati di telecamere da quando le pareti o sono state rovinate, o da quando le sedie sono state danneggiate o peggio ancora rubate; ma come è possibile che delle sedie vengano rubate in uno studio e così io incredula immaginavo la scena della mamma che accompagna il bambino nello studio, entra nella stanza del medico e se ne esce con la sedia.

Ma come è possibile tutto ciò?

Inutile dire che un giorno, mentre ero nello studio di un medico, sento una voce dall’alto… era la paziente che mi aveva preceduto che non potendo aspettare che io uscissi, si era affacciata sulla finestra del medico (lo studio collocato su un piano terra), e chiedeva conferme sulla posologia di un antibiotico.

Il medico era incredulo e in realtà anche io, così scherzando gli ho detto che la prossima volta, se ci fosse stata molta gente in sala d’attesa gli avrei lanciato i miei campioni dalla finestra.

Tornando ai cartelli nelle sale d’attesa, uno dei più diffusi negli studi medici è quello in cui si invitano i pazienti a non mangiare nè a bere nello studio.

Per me era già ovvio prima e mi era parso strano leggere un avviso del genere, così incuriosita ho chiesto a qualche segretaria il perché bisognasse specificare tutto questo e per tutta risposta mi è stato spiegato che la sala d’attesa era diventata ormai un porcile con briciole di pizzette e di merendine e con succhi di frutta spiaccicati a terra.

Questo a mio avviso oltre a rappresentare una forte mancanza di rispetto e di educazione è da associare anche ad una scarsa consapevolezza di una sana alimentazione e soprattutto di una scarsa comunicazione tra genitori- figli basata su una forte ignoranza degli stessi genitori sul concetto di alimentazione.

Io, infatti, non penso sia normale che i bambini mangino a merenda patatine o nel migliore dei casi pizzette, alimenti assunti anche da bambini anche appena svezzati con la scusa che il bambino voglia assaggiare tutto che vede.

A proposito di alimentazione racconto un aneddoto particolare che mi è accaduto poco tempo fa. Ero in una sala d’aspetto e lavoravo con l’ipad aziendale ed ero completamente assorta nell’inserire dati, quando improvvisamente sento un forte odore di formaggio, alzo lo sguardo e vedo una bimba intorno ai tre anni che forse stava facendo la sua prima colazione con le “puff”, quelle patatine tonde al formaggio, guardo l’orario: ore 9.38 e penso a come potesse fare quella bambina a mangiare quelle patatine a quell’ora e peggio ancora ma come fosse venuto in mente alla madre di comprarle quelle patatine.

Guardando attentamente comprendo che quello era l’unico modo per la madre di tenere buona la bambina, mentre lei intanto parlava con la cognata, anche lei con un bimbo, forse di un anno più grande, di profondi discorsi quali l’extension ai capelli.

Continuando ad osservare vedo che la bambina ha finito con una certa voracità le patatine, lasciandole ovviamente anche cadere a terra e da qui mi risulta adesso ancora più chiaro il perché dei cartelli negli altri studi, forse in questo caso la segretaria e la dottoressa avevano peccato di ingenuità, avrebbero dovuto metter anche loro un avviso.

La bambina a quel punto comincia a diventare vivace, non avendo più un buon intrattenimento, e a quel punto, la mamma prontamente passa sia a lei che al nipotino ormai irrequieto delle caramelle, di quelle gommose e piene di coloranti a forma di animaletti che vengono vendute prive di confezione. In quel momento, però, lo devo ammettere, forse ho provato un pochino di invidia per quei bambini, perché io da piccola quelle caramelle le ho sempre desiderate, ma mia madre non ha mai voluto comprarmele soprattutto per un fatto di igiene, perché non essendo confezionate venivano quasi sempre prese direttamente dalla mano del venditore, che poi con le stesse mani prendeva anche i soldi.

Comunque finite anche le caramelle la mamma decide di pulire le mani alla bimba con delle salviettine umidificate e intanto continua a parlare con la cognata, anche perché l’argomento a questo punto si era fatto più impegnativo, si era passati infatti, al gel sulle unghie.

Intanto io osservo la bambina e vedo che dopo aver pulito le mani con la salviettina, la porta alla bocca e la comincia a masticare, a quel punto faccio notare la cosa alla mamma totalmente presa dai suoi autorevoli discorsi e lei di tutta risposta mi dice di non preoccuparmi perché “lo fa”, ed io allora che pensavo tra me e me, ma che significa lo fa? allora questa bambina è davvero libera di fare tutto ciò che vuole.

Alla fine la bimba butta la sua salviettina e comincia a giocare con il cuginetto, facendo una sorta di combattimento, lei batte la testa, non piange si rialza e continua, quindi, arrivano vicino ai miei piedi e lei sta per cadere questa volta più forte a terra, fortunatamente le metto una mano sotto la nuca e le evito che si faccia male, e a quel punto la mamma si rende conto che ormai la figlia comincia ad agitarsi un po’ troppo con il cuginetto e così per sedarla le da un po’ il ciuccio che sterilizza a suo modo, ovvero lo mette nella sua di bocca e lo passa alla figlia.

Di questo nuovo metodo di sterilizzazione ne ho parlato con un mio amico, anche lui napoletano e lui di tutta risposta mi ha detto: ”ma a mamm che se pensav e tene’ l’amuchina mbocc”, tradotto “ma la mamma pensava forse di avere in bocca l’amuchina, (noto disinfettante). In realtà quella di sterilizzare il ciuccio nella bocca della mamma, ho visto che è una pratica molto diffusa negli studi pediatrici.

Comunque il culmine è stato raggiunto quando anche il nipotino della signora ha cominciato a richiedere il proprio ciuccio alla mamma, la quale però distrattamente l’aveva lasciato a casa.

A quel punto però, la super zia dall’alto della sua esperienza di microbiologo dice di avere un altro ciuccio della figlia. Io davvero non riuscivo a credere a quanto stava accadendo: lei voleva passare il ciuccio della figlia al nipote?

NO!!! non potevo crederci.

Fortunatamente, per un disappunto sul colore rosa del ciuccio della cuginetta il bambino si è totalmente rifiutato di accettarlo perché voleva il suo ciuccio di colore blu. Così grazie all’affermazione della mascolinità di un bambino di quattro anni ho evitato di vedere un altro scempio.

L’alimentazione resta uno dei temi più quotati nelle sale d’attesa perché il cibo resta l’interesse comune a tutti; ed è proprio per il cibo che senti le richieste più strane, come ad esempio quella di una nonna che entrando in uno studio ha subito chiesto un certificato di intolleranza alimentare falso.

A questo punto faccio una breve divagazione sulle nonne.

Già, perché la maggior parte dei bambini è seguita dalle nonne perché, come mi hanno spiegato alcuni pediatri, è come se le mamme avessero perso l’istinto materno; tendono infatti a portare i bambini dai medici anche per futili motivi, pur di risolvere all’istante il problema oppure lasciano il peso di tutto alle nonne che pensano di essere dotate di poteri superiori poiché hanno già cresciuto i loro di figli.

Così nella migliore delle ipotesi vedi che la mamma presenzia comunque alla visita, in altri casi vedi che mollano direttamente il figlio alla nonna.

Spesso ti capita di vedere entrare nello studio gruppi di persone, anche se alcuni pediatri hanno risolto il problema mettendo dei cartelloni sulle pareti, in cui si legge che il bambino da visitare deve essere accompagnato nello studio da un solo familiare; addirittura c’è chi mi ha confessato di aver messo una sedia in disparte proprio per l’accompagnatore, come se fosse una sorta di castigo, per evitare le interferenze dei presenti, che soprattutto nel caso delle nonne, sentono di poter dare consigli ai medici, forse perché un po’ si sentono esse stesse medici.

Infine ci sono pediatri che mi hanno confermato di non farsi alcun problema poiché mettono a tacere direttamente i presenti, anche in modo scortese.

Tornando alla nonna di cui stavo parlando prima, questa chiedeva alla segretaria un certificato in cui si attestava l’intolleranza del nipotino ad alcuni alimenti, tipo verdure e carni bianche, dal momento che quest’ultimi non erano graditi dal nipotino alla mensa scolastica; voleva quindi un certificato falso affinché in mensa cucinassero appositamente per lui, abituato a mangiare solo pasta in bianco, resa ancora più bianca dalla nonna, con l’aggiunta di panna o di burro.

Il nipotino inoltre non mangiava sughi, ma riusciva a mangiare, però, salse tipo ketchup, così, pur risultando realmente intollerante alle patate, riusciva a mangiare le patatine in busta.

La nonna riteneva quindi importante questo certificato perché, tornato a casa, il bambino aveva molta fame e lei quindi si trovava costretta a preparagli un panino alla mortadella o al salame per rendere ancora più salutare la sua alimentazione.

La cosa bella da sottolineare è che la nonna inizialmente era entrata nello studio affermando che il nipotino era a casa sul divano moribondo, a causa di una gastroenterite, forse dovuta alla sua equilibrata alimentazione e, cosa fondamentale, il bambino non riusciva a bere e lei non se la sentiva di insistere.

A quel punto la segretaria provava a spiegarle che il bambino doveva assolutamente bere altrimenti avrebbe rischiato l’ospedalizzazione con conseguente flebo, e che quindi avrebbe dovuto “inventarsi” anche un gioco pur di far bere il bambino, ma lei continuava ad insistere di non potercela fare.

A questo punto io mi chiedo: ma non hanno forse pensato che il bambino fosse una testa dura e che volesse decidere autonomamente cosa mangiare scegliendo solo i suoi alimenti preferiti?

È possibile che i genitori non siano riusciti in nessun modo ad imporsi o a comunicare con il figlio, in modo da andare a definire meglio i ruoli?

A proposito di alimentazione errata una cosa molto ricorrente negli studi è la richiesta da parte delle mamme di ricostituenti per i propri figli, pur essendo questi ultimi in splendida forma tondeggiante che, piuttosto che camminare, rotolano.

Si perché le mamme pensano che le vitamine siano sempre importanti, e così, nel migliore dei casi, chiedono consiglio al proprio medico o, in casi molto diffusi, danno vitamine in modo autonomo ai figli perché, come mi ha spiegato una mamma con la quale ho intrattenuto due chiacchiere in una sala d’attesa, “è importante perché io ci tengo” e lei ci “teneva” così tanto alle vitamine per il figlio di tre anni, che ancora gli stava dando quelle prescritte dal neonatologo alla nascita e consigliate di solito per il primo anno di vita, ovviamente il tutto all’insaputa del suo pediatra.

Forse i bambini in carne piacciono di più, infatti, durante il mio precedente lavoro in un centro di nutrizione, una nonna, riferendosi al nipote, mi disse “Dottorè guardat comm è bell, è chiatt chiatt”, tradotto “dottoressa guardi quanto è bello, è grasso grasso”.

Si perché per le nonne, e anche per molte mamme, la bellezza è direttamente proporzionale ai chili del bambino, più pesa più è bello, senza pensare a quelle che possono essere le conseguenze di quel peso.

Ho sentito, poi, una mamma che dovendo festeggiare il compleanno del figlio richiedeva al telefono delle “coppiette” per bambini, quella carne di suino affumicata con peperoncino e finocchietto, tipica dei castelli romani, di sicuro buona, ma forse non proprio adeguata per una festa di bambini, data anche la consistenza dura.

Dunque, si potrebbero scrivere pagine e pagine su ciò che accade in sala d’attesa ed il mio, forse, vuole essere un appello a tutti coloro che frequentano gli studi medici per far capire che quello dell’informatore è un lavoro, anche molto complicato, se si pensa che ti tiene lontano da casa tutta la giornata, che spesso ti tiene bloccato per ore nel traffico, e che poi ti porta alla disperata ricerca di un parcheggio fino ad arrivare nelle sale d’attesa a discutere con i pazienti e poi, finalmente, dal medico che magari quel giorno non ha neanche tanta voglia di sentirti.