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Trasmissione COVID-19 e bambini: non è colpa del bambino

Trasmissione COVID-19 e bambini: non è colpa del bambino

Trasmissione COVID-19 e bambini: non è colpa del bambino. Un aspetto sorprendente di questa pandemia è che i bambini sembrano essere infettati dalla sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2 (SARS-CoV-2), il virus che causa il COVID-19, molto meno frequentemente rispetto agli adulti e, se infettati, in genere hanno sintomi lievi, sebbene i rapporti emergenti di una nuova sindrome infiammatoria multisistemica simile alla malattia di Kawasaki necessitino di una sorveglianza continua nei pazienti pediatrici.

Tuttavia, una domanda importante rimane senza risposta: in che misura i bambini sono responsabili della trasmissione di SARS-CoV-2?

Risolvere questo problema è fondamentale per prendere decisioni informate sulla salute pubblica, che vanno da come riaprire in sicurezza scuole, strutture per l’infanzia e campi estivi fino alle precauzioni necessarie per ottenere un tampone faringeo in un bambino non collaborativo.

Ad oggi, sono disponibili pochi dati pubblicati per guidare queste decisioni.

In questo articolo si riportano le dinamiche di COVID-19 all’interno di famiglie di bambini con infezione SARS-CoV-2 confermata dalla reazione a catena della polimerasi a trascrizione inversa a Ginevra, Svizzera.

Dal 10 marzo al 10 aprile 2020, tutti i bambini di età inferiore a 16 anni diagnosticati presso l’Ospedale universitario di Ginevra (N= 40) sono stati sottoposti a tracciamento dei contatti per identificare i contatti familiari infetti (HHC). Delle 39 famiglie valutabili, solo in 3 (8%) era un bambino il caso indice sospetto, con l’insorgenza dei sintomi precedente la malattia negli HHC adulti.

In tutte le altre famiglie, il bambino ha sviluppato sintomi dopo o in concomitanza con HHC adulti, suggerendo che il bambino non era la fonte dell’infezione e che i bambini acquisiscono più frequentemente COVID-19 dagli adulti, piuttosto che trasmetterlo a loro.

Questi risultati sono coerenti con altre indagini HHC pubblicate di recente in Cina.

Trasmissione COVID-19 e bambini. Su 68 bambini con COVID-19 confermato ricoverati al Qingdao Women’s and Children’s Hospital dal 20 gennaio al 27 febbraio 2020 e con dati epidemiologici completi, 65 (95,59%) pazienti erano HHC di adulti precedentemente infetti.

Dei 10 bambini ricoverati fuori Wuhan, in Cina, solo in 1 era possibile la trasmissione da bambino ad adulto, in base alla cronologia dei sintomi.

Allo stesso modo, la trasmissione di SARS-CoV-2 da parte di bambini al di fuori dell’ambito familiare sembra rara, sebbene le informazioni siano limitate.

In uno studio interessante dalla Francia, è stato scoperto che un bambino di 9 anni con sintomi respiratori associati a coinfezione da picornavirus, influenza A e SARS-CoV-2 ha esposto oltre 80 compagni di classe in 3 scuole; nessun contatto secondario è stato infettato, nonostante le numerose infezioni influenzali all’interno delle scuole, suggerendo un ambiente favorevole alla trasmissione del virus respiratorio.

Nel Nuovo Galles del Sud, Australia, 9 studenti e 9 membri del personale infettati da SARS-CoV-2 in 15 scuole hanno avuto stretti contatti con un totale di 735 studenti e 128 dipendenti.

Sono state identificate solo 2 infezioni secondarie, nessuna nel personale adulto; 1 studente della scuola primaria è stato potenzialmente infettato da un membro del personale e 1 studente della scuola superiore è stato potenzialmente infettato dall’esposizione a 2 compagni di scuola infetti.

Sulla base di questi dati, la trasmissione di SARS-CoV-2 nelle scuole potrebbe essere meno importante nella trasmissione comunitaria di quanto inizialmente temuto.

Questo sarebbe un altro modo in cui SARS-CoV-2 differisce drasticamente dall’influenza, per la quale la trasmissione scolastica è ben riconosciuta come un driver significativo di malattie epidemiche e costituisce la base per la maggior parte delle prove riguardanti la chiusura delle scuole come strategia di salute pubblica.

Sebbene due rapporti siano tutt’altro che definitivi, i ricercatori forniscono una rassicurazione precoce sul fatto che la trasmissione scolastica potrebbe essere un problema gestibile e la chiusura delle scuole potrebbe non essere una conclusione scontata, in particolare per i bambini in età scolare elementare che sembrano essere al livello più basso rischio di infezione.

Ulteriore supporto proviene dai modelli matematici, che rilevano che la chiusura delle scuole da sola può essere insufficiente per arrestare la diffusione dell’epidemia e avere impatti complessivi modesti rispetto a misure di allontanamento fisico più ampie a livello di comunità.

Tutti questi dati suggeriscono che i bambini non sono driver significativi della pandemia COVID-19.

Non è chiaro perché la trasmissione documentata di SARS-CoV-2 da bambini ad altri bambini o adulti sia così rara.

In 47 bambini tedeschi con infezione da COVID-19, le cariche virali nasofaringee SARS-CoV-2 erano simili a quelle di altri gruppi di età, sollevando la preoccupazione che i bambini potessero essere infettivi quanto gli adulti.

Poiché i bambini infetti da SARS-CoV-2 sono così spesso lievemente sintomatici, possono avere una tosse più debole e meno frequente, rilasciando meno particelle infettive nell’ambiente circostante. Un’altra possibilità è che, poiché le chiusure scolastiche si sono verificate nella maggior parte dei luoghi insieme o prima di diffusi ordini di allontanamento fisico, la maggior parte dei contatti stretti è stata limitata alle famiglie, riducendo le opportunità per i bambini di essere infettati nella comunità e presentarsi come casi indice.

Quasi 6 mesi dopo l’inizio della pandemia, le prove accumulate e l’esperienza collettiva sostengono che i bambini, in particolare i bambini in età scolare, sono fattori molto meno importanti della trasmissione della SARS-CoV-2 rispetto agli adulti.

Pertanto, si dovrebbe prestare seria considerazione alle strategie che consentono alle scuole di rimanere aperte, anche durante i periodi di diffusione del COVID-19.

In tal modo, potremmo ridurre al minimo i costi sociali, di sviluppo e sanitari potenzialmente profondi che i nostri bambini continueranno a subire fino a quando non sarà possibile sviluppare e distribuire un trattamento o un vaccino efficace o, in mancanza di ciò, fino a quando non raggiungeremo l’immunità di gregge.

fonte: https://pediatrics.aappublications.org/content/146/2/e2020004879

Covid-time

Covid-time

Covid-time. Vi è un crescente consenso sul fatto che lo stato dei nutrienti sia un importante fattore modificabile in molte condizioni neurologiche e psichiatriche.

Questa recensione fornisce la prova che la supplementazione di vitamina del gruppo B (da sola o con un multivitaminico) può anche giovare all’umore in individui sani e a rischio.

Covid-time

L’umore è uno stato mentale emotivo che può fluttuare sia in modo acuto che nel tempo.

L’esperienza dell’umore di un individuo dipende sia da fattori “situazionali” esogeni che da fattori “disposizionali” intrinseci, che si presume coinvolgano processi fisiologici endogeni come fluttuazioni di ormoni, neurotrasmettitori e nutrienti.

All’interno della psichiatria esistono soglie cliniche per la diagnosi dei disturbi dell’umore.

Il Global Burden of Disease Study 2010 ha riportato che il 18,9% di tutti gli anni vissuti con una disabilità potrebbe essere attribuito a disturbi mentali.

Covid-time. Condizioni come depressione, distimia e ansia pongono un grande fardello sul sistema sanitario poiché rappresentano una percentuale significativa del carico di malattia del mondo.

Chiaramente, ci sono anche variazioni naturali dell’umore all’interno della popolazione sana, soprattutto in questo periodo pandemico, anche all’interno di alcuni individui che sono predisposti a tali disturbi.

Negli ultimi due decenni, l’influenza della dieta sulla salute del cervello è stata considerata un fattore di rischio modificabile per prevenire i disturbi dell’umore.

  • È stato riportato che gli interventi nutrizionali progettati per migliorare la qualità della dieta riducono i sintomi depressivi, indipendentemente dall’autoefficacia e dai livelli di attività fisica.
  • Numerosi studi osservazionali indicano una relazione tra una cattiva alimentazione e un peggioramento della salute mentale.
  • Molti degli alimenti considerati per migliorare la “qualità della dieta” e, implicitamente, l’umore, assomigliano agli alimenti della “dieta mediterranea”. Questi includono carni magre, pesce, verdure a foglia verde, legumi e noci. A questo proposito è interessante notare che tali gruppi di alimenti sono ricchi di vitamine del gruppo B, aumentando la possibilità che la relazione tra l’umore e le abitudini alimentari possa essere mediata, in parte, dall’assunzione di questi micronutrienti.
  • Le carenze di questi micronutrienti, come la vitamina B12 o il folato, sono associate a un aumento del rischio e dell’incidenza di depressione.

Il ruolo fondamentale delle vitamine del gruppo B come cofattori nei processi cellulari come i cicli di metionina e folato costituisce la base per ipotesi che collegano lo stato della vitamina B con l’umore.

Covid-time. Le vitamine B6, B12 e il folato sono comunemente riconosciute come cofattori delle reazioni enzimatiche nei cicli di metionina e folato.

Pertanto, le carenze in uno o più di questi nutrienti possono limitare queste vie metaboliche, il che si traduce nell’accumulo di omocisteina.

L’ipotesi che l’iper-omocisteinemia sia un fattore di rischio per il cattivo umore è rafforzata da uno studio che riporta che fino al 30% dei pazienti depressi ha livelli elevati di omocisteina.

A questo proposito, ci si aspetterebbe che l’integrazione con vitamine del gruppo B progettate per ridurre l’omocisteina sostenga i benefici per i risultati dell’umore.

Attraverso il loro ruolo nel metabolismo di un carbonio, le vitamine del gruppo B agiscono come cofattori nella sintesi e regolazione dei neurotrasmettitori dopaminergici e serotoninergici.

Entrambi questi neurotrasmettitori sono implicati nella regolazione dell’umore, così come nella depressione clinica e nell’ansia.

In quanto tali, entrambi sono obiettivi comuni per i farmaci antidepressivi.

L’integrazione di vitamina B può, quindi, offrire un trattamento alternativo o aggiuntivo alle cure standard finalizzate all’ottimizzazione dell’umore attraverso la modulazione della funzione dei neurotrasmettitori.

Un tale approccio può avere un minor rischio di effetti collaterali avversi rispetto agli attuali antidepressivi.

Complessivamente l’analisi degli effetti sull’umore generale e la focalizzazione su depressione, ansia e stress si sono rivelati un approccio fruttuoso.

Più della metà degli studi inclusi in questa revisione che utilizzavano campioni a rischio hanno riscontrato un beneficio dell’integrazione per i risultati dell’umore.

Un avvertimento importante da considerare nella ricerca sugli integratori è che l’integrazione con singoli nutrienti non può, in alcun modo, imitare la complessità della dieta.

D’altra parte è indubbio il legame esistente tra dieta e umore.

La presente revisione fornisce prove del beneficio dell’integrazione di vitamina B in popolazioni sane e a rischio di stress.

Il beneficio per i sintomi depressivi non è riuscito a raggiungere la significatività statistica (p = 0,07) e non c’era alcun beneficio per l’ansia.

Dato che sono solubili in acqua e ben tollerate, il potenziale per le vitamine del gruppo B di riparare le carenze nutrizionali non soddisfatte attraverso la dieta è promettente e offre un approccio preventivo per mantenere l’umore.

Fonte: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6770181/

10 vitamine e minerali combattono il Covid-19. Vediamo come.

10 vitamine e minerali combattono il Covid-19. Vediamo come.

10 vitamine e minerali combattono il Covid-19. Vediamo come. L’evidenza scientifica dell’effetto benefico di questi micronutrienti sull’immunità e sulla protezione contro le malattie infettive è considerata fuori dubbio.

In questo rapporto, è stata effettuata una revisione aggiornata dell’effetto specifico di questi 10 micronutrienti sul sistema immunitario, concentrandosi sul contesto della pandemia COVID-19.

I dati nutrizionali analizzati mostrano che:

  • l’assunzione di vitamina D è piuttosto carente in tutti i paesi (in misura diversa a seconda del paese), con Spagna, Francia e Italia come paesi con l’assunzione più bassa.
  • Questo scenario si ripete nel caso del folato, ma senza raggiungere livelli di assunzione così bassi.
  • In 6/10 dei paesi analizzati si riscontra un apporto di ferro non ottimale; e vitamina C e zinco in 5/10.
  • D’altra parte, i livelli di assunzione di vitamina A sono solo subottimali in Spagna.
  • Nessuno dei paesi analizzati ha rivelato un consumo inferiore alle raccomandazioni per quanto riguarda la vitamina B12.
  • Nonostante il fatto che i dati di selenio, rame e vitamina B6 mancano per alcuni paesi, si può anche osservare un consumo non ottimale di selenio (6/7) e rame (5/7).
  • Al contrario, solo due paesi hanno assunzioni inferiori rispetto alle raccomandazioni della vitamina B6.

In questo contesto, i paesi europei più colpiti dalla pandemia mostrano una percentuale di popolazione con un apporto non ottimale di vitamine e minerali importanti per il sistema immunitario.

Pertanto, l’incidenza dell’infezione da parte del nuovo coronavirus e le morti causate da COVID-19 sono associate a uno scarso apporto alimentare di vitamine D, A e B12.

Le 10 vitamine. In questo scenario, la Spagna mostra i dati peggiori in relazione all’insufficiente assunzione di vitamina D e vitamina A, e si trova tra i primi 3 peggiori dati sulla vitamina B12, proprio quando ha la più alta incidenza di COVID-19 e il secondo in mortalità.

Inoltre, gli spagnoli potrebbero mostrare caratteristiche genetiche legate a un rischio maggiore di avere livelli circolanti più bassi di vitamine A e B12, per le quali sono carenti, e che potrebbero ulteriormente compromettere le carenze riscontrate.

Allo stesso modo, i prossimi due paesi con la più alta incidenza di COVID-19 (dopo Spagna e Belgio), Italia e Regno Unito, mostrano carenze nel consumo di vitamina D e, quindi, un rischio genetico più elevato per la sua carenza, che potrebbe anche essere correlato all’elevata percentuale di decessi rispetto ai casi COVID-19.

Pertanto, le esigenze di copertura della vitamina D sembrano svolgere un ruolo chiave nel mantenimento dell’immunità degli individui, che si rifletterebbe nel maggiore effetto della pandemia nei paesi con gravi carenze nel consumo. In questo modo, lo stato della vitamina D deve essere monitorato in popolazioni carenti ben caratterizzate per prevenire l’incidenza di COVID-19; e la sua integrazione dovrebbe essere presa in considerazione, presumibilmente in pazienti con livelli sierici carenti (cioè livelli <10 ng / mL) al fine di ridurre la morbilità della malattia e / o i tassi di mortalità.

Inoltre, una percentuale di popolazione inferiore con fabbisogno coperto di vitamina C, ferro e rame è correlata a tassi di mortalità relativa più elevati da COVID-19.

Di conseguenza, il Regno Unito presenta un’ampia percentuale di popolazione con un’assunzione non ottimale per questi tre micronutrienti; e inoltre, un maggiore rischio genetico di diminuzione dei livelli di vitamina C.

Oltre ai 10 nutrienti essenziali con prove supportate dall’EFSA sul loro ruolo nel corretto funzionamento del sistema immunitario, ci sono altri nutrienti e composti bioattivi, la cui evidenza è ancora scarsa, ma che potrebbero anche potenziare l’immunità e devono essere considerati.

A questo proposito, gli acidi grassi polinsaturi (PUFA) sono un gruppo bioattivo di composti presenti negli oli di pesce, nelle alghe e in altre fonti alimentari.

Nonostante il fatto che i fattori genetici e antropometrici dovrebbero essere presi in considerazione per considerare i loro benefici, i PUFA omega-3 acido eicosapentaenoico (EPA) e acido docosaesaenoico (DHA) mostrano proprietà antinfiammatorie e un’assunzione adeguata combinata di 250 mg / die sono considerati necessari per il mantenimento della salute cardiovascolare generale.

In conclusione, il rapporto EFSA considera la potenziale influenza dei 10 nutrienti essenziali, considerati critici per il corretto funzionamento del sistema immunitario, esaminando i loro potenziali effetti preventivi o di altro tipo contro COVID-19.

  • In questo contesto, vale la pena notare che i paesi con il peggior profilo di assunzione di questi micronutrienti corrispondono a quelli che hanno ricevuto il colpo più crudele dalla pandemia COVID-19.
  • I risultati di questo studio dimostrano che il consumo non ottimale di vitamina D, vitamina C, vitamina B12 e il ferro è correlato agli indicatori di incidenza o mortalità COVID-19.
  • Inoltre, le evidenze scientifiche accumulate fino ad oggi mettono in luce la rilevanza dello stato ottimale dei 10 nutrienti ma, soprattutto, sottolinea l’importanza della Vitamina D e del ferro per il sistema immunitario oltre che per la prevenzione e la lotta al COVID-19.

Fonte:
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32911778/

Vitamina C e Covid-19

Vitamina C e Covid-19

Vitamina C e Covid-19. Il contributo nutritivo ottimale della vitamina C è quindi è correlato a un minor danno ossidativo e la sua integrazione è associata a una minore incidenza di infezioni specifiche.

Inoltre, studi condotti su embrioni di pollo hanno mostrato che il trattamento con vitamina C induce resistenza al coronavirus aviario.

Nonostante nessun beneficio comprovato associato alla supplementazione di vitamina C una volta che i sintomi del raffreddore comuni sono già iniziati, è stata suggerita la sua integrazione per prevenire o combattere il COVID-19.

Oltre alla supplementazione, la somministrazione endovenosa (IV) di vitamina C a dosi elevate potrebbe essere associata a una mortalità inferiore nei pazienti con sepsi grave, secondo i risultati di una meta-analisi.

Sulla scorta di queste indicazioni, i primi risultati basati su segnalazioni di piccoli gruppi di pazienti COVID-19 che hanno ricevuto vitamina C IV come parte del trattamento comune hanno migliorato i loro risultati clinici; di conseguenza, è stato recentemente lanciato un nuovo studio controllato incentrato sul test dell’effetto della vitamina C IV (a una dose di 24 g / die per 7 giorni) in pazienti con COVID-19.

La plausibilità fisiologica di questo trattamento potrebbe essere basata sui suoi benefici antiossidanti e antinfiammatori, che potrebbero ridurre la tipica tempesta di citochine innescata nella sindrome da distress respiratorio acuto.

Per quanto riguarda lo stato alimentare della vitamina C, per gli adulti, l’assunzione di riferimento della popolazione è fissata a 95 mg / giorno nelle donne e 110 mg / giorno per gli uomini, mentre in giovane età varia tra 20-100 mg / die, a seconda del sesso e dell’età.

Nella stessa tendenza della vitamina A, le donne in gravidanza e in allattamento necessitano di assunzioni più elevate (105 e 155 mg / die, rispettivamente).

Finora non è stato stabilito alcun limite massimo di vitamina C. Di conseguenza, lo stato ottimale della vitamina C deve svolgere un ruolo importante nel corretto funzionamento del sistema immunitario.

A questo proposito, paesi come il Regno Unito (75,3%), la Francia (86,9%), i Paesi Bassi (86,6%) e il Belgio (87,8%) non raggiungono un apporto alimentare ottimale di vitamina C.

Al contrario, la Germania si distingue per il suo livello di assunzione di vitamina C (143,9%) rispetto ad altri paesi.

Nonostante l’assunzione sub-ottimale di vitamina C sia debolmente correlata con l’incidenza di COVID-19, essa è strettamente correlata con la % di morti ( p = 0,035), che potrebbe suggerire un effetto positivo per combattere l’infezione una volta che l’individuo è già stato infettato da SARS-CoV-2.

fonte:
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7551697/

Covid-19 e frammenti di vita adolescenziale.

Covid-19 e frammenti di vita adolescenziale.

Covid-19 e frammenti di vita adolescenziale. “Sono sola tutto il giorno, i miei vanno a lavoro e mio fratello piccolo alle elementari. Io non posso perché sono al liceo. Mi sveglio cinque minuti prima del collegamento con la classe, mi infilo una felpa al volo e neanche mi lavo la faccia. La DAD non è scuola, è solo finzione: accendi il computer, fai finta di essere presente e poi spegni il computer. Tutto qui. Niente sport, niente amici, niente di niente. Il covid ci sta togliendo gli anni migliori della nostra vita. E allora che posso fare? Vomito, vomito fino a quando non resta più niente”.

Questa è solo una delle tante testimonianze raccolte: un frammento di un’età sospesa chiamata adolescenza, costretto a convivere con una pandemia mondiale.

Com’è cambiata la situazione psicologica dei ragazzi dal primo lockdown ad oggi?

Nel primo lockdown di Marzo abbiamo registrato una significativa alterazione del ritmo sonno-veglia, un’aumentata instabilità emotiva con irritabilità e attacchi d’ansia.

Devo dire però che i ragazzi sono stati straordinari, hanno mantenuto un comportamento esemplare.

Molti di loro hanno riscoperto tempi e mondi affettivi che sembravano dispersi, hanno investito sul loro futuro, rispolverando vecchi libri o dedicando attenzione a nuove passioni.

I ragazzi percepivano quel tempo come un tempo sospeso, con un inizio e una fine ma soprattutto con uno scopo condiviso e condivisibile. Le regole erano chiare ed erano uguali per tutti. Sappiamo bene quanto questo sia importante per i soggetti in crescita.

Paradossalmente infatti il primo lockdown aveva fatto da contenitore per alcune situazioni lievi e moderate, in particolare nei casi di ansia sociale o da prestazione.
In linea di massima però possiamo affermare che il livello di gravità dei comportamenti disfunzionali dei ragazzi è risultato direttamente proporzionale alle loro fragilità psicologiche e alle criticità del sistema familiare e genitoriale.

In quanto evento critico paranormale, la pandemia ha semplicemente messo in luce tutto il sommerso psichico e ha offerto alle persone di ogni età la possibilità di usufruire di risorse accumulate o di palesare fragilità sottosoglia.

Con la parziale riapertura di Maggio la situazione è diventata paradossalmente più complessa: regole confuse, sensazione generalizzata di chiusura e precarietà.

L’anno scolastico volgeva al termine e questo ha amplificato la sensazione di perdita, lasciando da un lato il vuoto di un passaggio mancato e dell’altro l’impossibilità di sperimentarsi nella progettualità a lungo termine.

Non a caso, in quel periodo, molti ragazzi hanno riportato una certa ambivalenza emotiva: c’era il desiderio di tornare alla vita ma anche l’insicurezza e la paura di trovare un mondo diverso, meno accogliente.

In alcuni casi, l’isolamento e l’assenza di contenitori quali la scuola o lo sport avevano ormai incancrenito alcuni disagi sociali: i ragazzi avevano creato la loro comfort zone, priva di fattori di stress e piena di “distrattori emotivi” che, fino a quel momento, avevano avuto una funzione riempitiva (dispositivi elettronici, cibo, alcool, veglia notturna).

Solitamente la confusione emotiva dei ragazzi mal si concilia con la mancanza di modelli educativi coerenti e con l’assenza di assertività nel rispetto delle regole da parte del mondo adulto.

Quando i punti di debolezza dei “figli della società” si sono scontrati con le mancanze educative della società stessa si è creata una frattura dalle sfumature paradossali: da un lato le giovani generazioni hanno aumentato i disagi emotivi e comportamentali, dall’altro gli adulti hanno riversato sulle loro spalle colpe e responsabilità.

Ci siamo così ritrovati con adolescenti bramosi di vita e di esperienze, tendenzialmente irritabili ed oppositivi e con coetanei eccessivamente coartati, ritirati ed ingabbiati dai disturbi d’ansia e dalla depressione. Ma, ancora una volta, mi chiedo: “siamo sicuri che questa dualità espressiva appartenga solo ai giovani? Siamo sicuri di offrire modelli coerenti e condivisi?”.

La carenza di interventi preventivi e terapeutici causata della pandemia, la confusione e l’incertezza che hanno caratterizzato la riapertura di Settembre hanno creato un ulteriore aggravio nella condizione psichica dei ragazzi.

Abbiamo registrato un crescente innalzamento di sintomi, in particolare nella fascia adolescenziale: disturbi del sonno, ansia, depressione, disturbi alimentari, cutting, dipendenze da sostanze o da videogiochi, sintomi ossessivo-compulsivi e/o di stress post-traumatico, alterazione del pensiero e persino tentativi di suicidio.

La didattica a distanza ha comportato diminuzione della motivazione e dei livelli di partecipazione allo studio, difficoltà di concentrazione, un investimento eccessivo nell’uso di dispositivi elettronici e, in casi particolari, dispersione scolastica.

Proviamo ora a considerare il sintomo psicologico come una richiesta, un messaggio espresso in una lingua sconosciuta ancora da decodificare. Proviamo a cercare le emozioni non espresse e mascherate dalle parole o dai comportamenti disfunzionali.

A mio avviso gli elementi trasversali che potremmo rintracciare nelle diverse espressioni emotive e comportamentali sono il vuoto della noia e della solitudine, il peso della frustrazione e dell’impotenza che viene espresso attraverso la rabbia o la disperazione e la sensazione di non avere il controllo della propria vita.

Emozioni e vissuti che, tradotti, diventano accettabili e condivisibili. Tuttavia, come sempre avviene da generazioni, troppi adulti attivano uno sguardo moralistico e oltremodo giudicante per le manifestazioni delle generazioni precedenti; internet ha ulteriormente inasprito i toni.

Mi capita spesso di accogliere genitori sconcertati dalla percepita mancanza di resilienza dei giovani d’oggi.

Nella ferocia verbale di alcuni attacchi, riesco ad intravedere la frustrazione di una generazione di adulti che ha coltivato la speranza di poter sostentare le relazioni con gli oggetti o di poter sostituire i modelli educativi con ideali sempre più sfumati ed individualistici. L’aspetto che mi colpisce è l’assunto secondo il quale i giovani d’oggi non hanno diritto al disagio psichico perché possono beneficiare di benefit economici e strumenti elettronici.

La retorica anti giovanile è una costante storica, vi sono scritti antichissimi a testimoniarla.

D’altronde è più facile sminuire la nuova generazione quando quella vecchia è consapevole di fornire un cattivo esempio.

Le differenze non possono e non dovrebbero divenire un giudizio di valore e di conferme meramente narcisistiche.

Io sono fermamente convinta che la costruzione di un’identità per un adolescente sia oggi molto più difficile rispetto alle generazioni precedenti.

La società che abbiamo lasciato loro in eredità rincorre il falso mito della felicità, della negazione del dolore e delle fragilità, della competizione sfrenata, dell’ostentazione e del “tutto è possibile”. Tutti questi aspetti vengono amplificati dai social e dall’esposizione mediatica di massa.

Ritengo invece che come in questa situazione noi adulti siamo chiamati a metterci in una posizione di ascolto, un ascolto che sia in grado di accogliere e contenere, per provare ad arginare il disagio e a rinforzare le risorse.

Partiamo dunque da un punto centrale: la sofferenza espressa dai ragazzi non è un capriccio puerile di giovani viziati e menefreghisti e non è un naturale effetto collaterale del Covid.

I ragazzi subiscono misure, dettate dall’alto, che non prendono in considerazione i loro bisogni evolutivi e relazionali, considerati sacrificabili.

Nella stanza di psicoterapia riportano spesso questa sensazione di dimenticanza delle istituzioni.

Riporto un estratto di una seduta: “Hai presente quando mamma e papà si scordano della promessa che ti avevano fatto perché sono troppo impegnati a lavorare o a fare altro? Ecco, così! Ne parlavamo proprio con i miei compagni qualche settimana fa. Tutti possono fare tutto, noi no, noi non possiamo fare niente perché siamo irresponsabili e siamo diventati gli untori della società. La scuola riparte o non riparte ma noi viviamo nella consapevolezza che la chiuderanno di nuovo, a breve, per una scusa qualsiasi”.

Concluderei dicendo che tutti gli adolescenti, da generazioni, hanno bisogno di sperimentare il limite e la trasgressione, fa parte del loro percorso di crescita. La società moderna aveva già ridotto le possibilità di ribellarsi, perché aveva reso tutto possibile ed esasperato, ma il Covid ha ridotto ulteriormente gli spazi di sperimentazione – individuazione.

Appare però evidente che la situazione di stress e le difficoltà economiche, emotive e sociali abbiano intaccato ulteriormente anche la responsabilità genitoriale. I genitori riportano spesso sentimenti di stanchezza e impotenza o di ansia e disperazione e spesso si ritrovano occupati o emotivamente non disponibili.

I giovani e le loro famiglie hanno dunque bisogno di ricostruire la loro normalità, la loro routine.

Da adulti responsabili abbiamo il dovere di vigilare costantemente sugli aspetti psichici dei nostri figli, provare a ricavare spazi di condivisione ma anche spazi di solitudine e individualizzazione, puntare il più possibile sulle risorse individuali e/o familiari, mantenere regole flessibili ma chiare e condivise e attivare reti protettive che prevedano, se necessario, l’intervento di professionisti della salute mentale.

COVID-19 e allergia alimentare nei bambini

COVID-19 e allergia alimentare nei bambini

Per ridurre l’esposizione dei pazienti durante una pandemia, le visite di follow-up devono essere posticipate, a meno che non vengano segnalati nuovi eventi clinici come reazioni sistemiche gravi, che suggeriscono una nuova allergia alimentare.

Qualsiasi nuovo deferimento ai fini di una prova di dieta di eliminazione può essere ritardato, a meno che non si sospetti una reazione mediata da IgE, una Food Protein-Induced Enterocolitis Syndrome (FPIES) o una esofagite eosinofila.

Maggiore attenzione e priorità dovrebbe essere data ai pazienti affetti da anafilassi idiopatica ricorrente.

In un contesto di pandemia, a meno che non vi sia una necessità nutrizionale critica per l’introduzione di un nutriente fondamentale, come nel caso di neonati e bambini con sospetti di allergia al latte vaccino, è probabile che tutte le “sfide alimentari” vengano rimandate.

Un trattamento medico dovrebbe essere intrapreso anche quando si sospetta che un bambino non tolleri il latte formulato o ogni volta che si sospetta fortemente una diagnosi errata di allergia, così da essere in presenza di una dieta di eliminazione non necessaria.

In tutte le altre situazioni, come nei casi di ingestione sintomatica incerta, si può seguire la dieta di eliminazione prescritta per l’eczema e l’esofagite eosinofila, la reintroduzione del cibo può essere ritardata e possono essere implementati i servizi di telesanità, come alternativa -visite frontali per la valutazione di questi pazienti.

Nei bambini con allergie alimentari (AF), evitare il cibo “incriminato” rappresenta attualmente il cardine del trattamento.

La scelta di alimenti “sicuri” è fondamentale per i bambini allergici e le loro famiglie.

Tuttavia, questo può essere difficile durante una pandemia, quando le persone possono avere difficoltà ad accedere a prodotti allergici specializzati, a causa dell’elevata domanda nei negozi o del basso reddito a causa della pandemia stessa.

Pertanto, può diventare difficile trovare prodotti sicuri per i bambini allergici a uno o più alimenti.

La difficoltà nel reperire prodotti già consumati e tollerati può avere un duplice effetto:

  • il rischio di acquistare prodotti nuovi, sconosciuti che potrebbero non essere sicuri;
  • il rischio di non leggere correttamente le etichette dei prodotti acquistati.

Questi effetti aumentano il rischio potenziale di esposizione all’allergene e qualsiasi reazione anafilattica.

Per questo motivo, è di estrema importanza che i pazienti abbiano un piano d’azione aggiornato per essere in grado di riconoscere e trattare tempestivamente l’anafilassi e portare sempre adrenalina autoiniettabile.

In generale, una dieta di esclusione può portare a carenze nutrizionali che possono dipendere anche dall’età del bambino e dal cibo/alimenti che vengono eliminati.

Le carenze nutrizionali possono verificarsi in particolare con i micronutrienti (oligoelementi, vitamine e minerali), indispensabili per garantire i meccanismi immunologici coinvolti nella risposta alle infezioni.

A questo proposito, è il caso di considerare che:

  • le malattie infettive possono anche portare a una maggiore carenza di vitamina A, diminuendone l’assorbimento e aumentandone l’escrezione. Tutto ciò può avere effetti negativi sia sull’immunità innata che sull’immunità adattativa.
  • Le prove più recenti sottolineano il ruolo della vitamina D nella possibile prevenzione delle infezioni respiratorie e della vitamina C nel ridurre la durata delle infezioni delle alte vie respiratorie, generalmente di origine virale.
  • Una pandemia può portare ad errate abitudini alimentari. Il mancato accesso agli elementi essenziali per una dieta equilibrata può comportare un inadeguato apporto di nutrienti, fondamentale per il funzionamento del sistema immunitario.

I genitori dovrebbero cercare di garantire che il bambino/adolescente che soffre di allergie alimentari consumi una dieta equilibrata e varia, con porzioni adeguate di frutta e verdura, ricche di micronutrienti e vitamine.

Su base individuale, a seconda dell’alimento o dei gruppi di alimenti esclusi dalla dieta, possono essere presi in considerazione integratori vitaminici e/o minerali (es. calcio e vitamina D nei bambini con intolleranza alle proteine del latte vaccino). Studi recenti raccomandano un’assunzione regolare, soprattutto nei bambini in età prescolare.

In particolare, è consigliabile un’integrazione di Vitamina D alla dose di 600-1000 UI/giorno durante una pandemia, che richiede la permanenza in casa con conseguente riduzione dell’esposizione ai raggi solari.

Dosaggi più generosi sarebbero appropriati in presenza di fattori di rischio, come obesità, terapia antiepilettica e pelle scura.

In generale, i pazienti allergici dovrebbero essere rivalutati regolarmente e la dieta adattata alle esigenze nutrizionali di un individuo specifico.

Tuttavia, il monitoraggio di una dieta di eliminazione a breve o lungo termine nei neonati e nei bambini può essere particolarmente difficile durante una pandemia.

Per ridurre l’esposizione dei pazienti, i medici dovrebbero migliorare la telemedicina fornendo consultazioni mediche periodiche per telefono, videochiamate o corrispondenza e-mail, quando possibile.

I pazienti affetti da qualche tipo di allergia alimentare (ad esempio allergia alle arachidi) possono trarre beneficio dall’immunoterapia orale (OIT).

L’OIT richiede molte visite in ospedale per un aumento graduale dell’ingestione della dose di allergeni.

Durante una pandemia, l’avvio di OIT dovrebbe essere posticipato. Se un paziente è sottoposto a OIT, è consigliabile mantenere a casa la stessa dose giornaliera di allergeni fino a quando non vengono fornite nuove indicazioni mediche.

(Fonte https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7569639/)