Latte materno e latte di mucca.

Il latte e i suoi derivati apportano acqua, calcio, proteine, grassi, vitamine e sali minerali. In particolare il latte è un alimento ricco di proteine di ottima qualità, di calcio e di vit. B2. La metà circa dei grassi del latte è costituita da acidi grassi saturi.  Il latte pastorizzato non deve essere bollito, ma solo riscaldato. La pastorizzazione, che comporta una perdita variabile del 10-20% delle vitamine, è il trattamento termico del latte a 80°C per 20”. Il latte UHT (a lunga conservazione) è invece trattato a 150°C con una riduzione notevole del contenuto vitaminico. In età pediatrica, dopo il 5°-6° mese di vita del bambino e fino al 12° mese, sono consigliati i latti di proseguimento. Sono formule che derivano dal latte vaccino ma sono modificate riguardo alla composizione dei grassi (soprattutto a livello di ac. grassi essenziali), contenuto di minerali, dei carboidrati, di vitamine, di ferro.

I bambini alimentati con latte vaccino intero nel secondo semestre di vita hanno un ridotto apporto di ferro, di acido linoleico e di vitamina E mentre l’apporto di sodio, potassio e proteine è eccessivo.

 

il latte materno è comunque insostituibile e il latte vaccino non può e non deve essere utilizzato sotto il primo anno di vita per diversi motivi:

  • Ha un contenuto 3,5 superiore di proteine con un rapporto caseina/siero proteine pari a 82:18 contro 40:60 del latte materno. Questo comporta un aumento dei processi putrefattivi intestinali, dell’azotemia, dell’escrezione di urea e del carico renale di soluti.
  • I grassi saturi sono prevalenti rispetto agli ac. grassi insaturi.
  • Presenta una carenza di AGE ed assenza di LC-PUFA.
  • I minerali nel latte vaccino sono contenuti in misura pari a 3,5 volte rispetto al latte materno; questo, unitamente al maggiore contenuto proteico, determina un aumento del carico osmolare renale (221-228 mOsm/l) contro 79 mOsm/l del latte materno.
  • L’apporto di ferro con il latte vaccino è ridotto rispetto al maggior assorbimento intestinale di ferro ottenuto con il latte materno.
  • Il latte vaccino può determinare microemorragie intestinali con sangue occulto nelle feci. Questo determina il rischio di IDA (iron deficiency anemia) fin dal secondo semestre di vita.

 

Nonostante tutte queste evidenze, è sorprendente come molti genitori ed anche molti medici-pediatri abbiano l’errata sensazione che il latte vaccino sia l’alimento perfetto per far crescere i bambini.

 

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La dieta dello studente? Prima colazione, frutta e verdura.

Giorgio Pitzalis PhD.

I vegetali influenzano positivamente la memoria e chi ne consuma ha risultati migliori nei test. Le bibite dolci sono invece associate a risultati scolatici peggiori. (Appetite 116; 372-380, 2017).

Quindi è fondamentale, al mattino, non saltare la prima colazione. Ma, in pratica, come organizzarci e quale sarebbe la prima colazione “tipo”? Iniziamo dicendo che il tè non rappresenta una colazione nutrizionalmente valida. Può eventualmente essere assunto una volta la settimana, comunque integrato con prodotti da forno, alimenti spalmabili e frutta. Fondamentale è bere ogni mattina latte 100-200 ml o 1 yogurt da 125 ml parzialmente scremato (intero fino ai 3 anni di vita), anche senza lattosio. Ma non basta: occorrono anche i cereali.  In generale le fette biscottate hanno un contenuto calorico minore dei biscotti. Infatti alcuni biscotti superano anche le 550 kcal/100 g mentre l’apporto calorico delle fette biscottate è, in media, 400 kcal/100 g. Teniamo conto che il peso medio di un biscotto e/o di una fetta biscottata è pari a 6-8 grammi, anche se alcuni arrivano a 17 grammi. Sono sufficienti 2-3 biscotti frollini al giorno per fornire, in media, 100 kcal. Ma attenzione, tale consumo, se in eccesso rispetto ai bisogni e ripetuto ogni giorno, dopo 2 mesi comporterà un aumento di 1 kg di peso. I prodotti spalmabili a base di nocciole contengono, in media, il 30% di grassi ed un elevato apporto calorico (537 kcal/100 g). La marmellata, a parità di quantità, apporta meno della metà delle kcal (222 kcal/100 g). Il panorama dei prodotti da forno appare variegato ed in continuo aumento. Alcuni possono essere compatibili con una corretta alimentazione. Altri risultano troppo calorici per consentirne un’assunzione quotidiana. Prendete una buona abitudine: leggete attentamente le etichette nutrizionali. Il consumo di frutta può integrare in maniera valida la prima colazione. Infatti, pur essendo assunta regolarmente ai pasti, non è male assumere della frutta anche durante lo spuntino del mattino o del pomeriggio. La frutta, in genere, contiene circa 45 kcal ogni 100 grammi, con la sola eccezione di banane, fichi, uva, cachi, che ne forniscono, circa 65 ogni 100 grammi ed i mandarini che arrivano a 72 kcal/100 g. E’ sempre consigliabile assumere frutta di stagione: la conservazione per lunghi periodi della frutta comporta una perdita di vit. C pari al 100%.

In conclusione, sostanze come i carboidrati, le proteine, la vitamina B6, il calcio, hanno un ruolo importante nella sintesi dei neurotrasmettitori (molecole attraverso le quali i neuroni comunicano fra loro) o come il ferro, essenziale per il trasporto dell’ossigeno al cervello, o gli acidi grassi della serie omega-3 (tipici dei pesci grassi: sgombro, salmone, sardine, alici) e in particolare l’acido docosaesaenoico (DHA) che è stato associato a miglioramenti nella concentrazione, nell’attenzione e nella memoria e a una riduzione dei tempi di reazione.

“L’educazione non è altro che amore ed esempio”. (Friedrich Frobel)

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I latti di crescita

I latti di crescita in commercio sono numerosi e si dimostrano molto differenti tra loro per quanto riguarda la quantità di calorie (da 50 a 84 kcal/dl), proteine (da 1.1 a 2.7 g/dl), carboidrati (da 6.3 a 12.3 g/dl), e sodio (da 23 a 45 mg/dl). Le differenze tra loro sono più marcate di quelle descritte per i latti 1 o 2. L’organizzazione mondiale della sanità (OMS) consiglia di allattare al seno fino ai due anni di età ed oltre, se mamma e figlio lo desiderano. In assenza del latte materno, e in attesa di somministrare il latte vaccino, una valida alternativa è rappresentata dai latti  di crescita, che introdotti negli anni ’90, sono definibili come preparazioni lattee (derivate dal latte di mucca) indicate i bambini da 12 a 36 mesi di vita. Dal punto di vista normativo sono inseriti sia nel decreto legislativo 111/92, che nel nuovo regolamento europeo (1925/2006), sui cosiddetti alimenti arricchiti, che oltre ad avere una composizione particolare per il bambino, sono anche integrati con vitamine e minerali. Quali sono i possibili vantaggi dei latti di crescita?

-hanno un ridotto apporto proteico (prevenzione del sovrappeso/obesità infantile)
-adeguato apporto di micronutrienti (ferro, zinco) e quindi un migliore sviluppo del sistema immunitario e neurologico
-adeguato apporto di vitamine e acidi grassi essenziali con conseguente crescita e sviluppo neuro-comportamentale adeguati
-migliore digeribilità per la presenza dei polisaccaridi, più digeribili e meno fermentescibili rispetto al lattosio
-aggiunta di fibre.

Caratteristica peculiare dei latti di crescita è inoltre la composizione organolettica. Il 40-60% è costituito da latte parzialmente o totalmente scremato, zuccheri (saccarosio, glucosio, fruttosio e maltosio), carboidrati complessi e lipidi (nel latte vaccino si trovano essenzialmente acidi grassi saturi, mentre nei latti di crescita prevale l’aggiunta di acidi grassi polinsaturi). Oltre a vitamine e minerali, nei latti di crescita è possibile il riscontro di additivi (emulsionante, vanillina, estratto di mela).

Il pediatra deve comunque fare prevenzione, consapevole degli effetti a medio/lungo termine degli alimenti consigliati per il bambino. Il costo medio del latte vaccino intero è pari a 0,80-1,60 euro/litro, mentre i latti di crescita sono offerti, in media, a 2 euro/litro. Quindi, riguardo ai latti di crescita, come comportarsi? Deve essere una scelta obbligata, consigliabile o solo consapevole? L’importante è non rimanere senza corrette basi conoscitive. Pertanto quando ritenuti consigliabili, i latti di crescita andrebbero scelti con cura, considerate le marcate differenze al loro interno.

In conclusione l’industria ha messo a disposizione di pediatri e genitori una gamma completa e complessa di quasi 200 formule lattee per alimentare in maniera corretta il bambino sano o affetto da patologie allergiche o metaboliche. Ovviamente il latte materno sarà sempre il gold-standard per il genere umano ma sarebbe ormai ora di porre fine a comportamenti scientificamente scorretti e derivanti dalla classica insipienza di certi medici o pediatri che, sollecitati dai genitori, somministrano a incolpevoli lattanti il tanto “amato” latte “della centrale” ben prima del 12° mese di vita.

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La dieta senza glutine: necessità, moda o business? Parte quinta.

L’ingestione di glutine fa si che le difese immunitarie reagiscano nei suoi confronti, contrastandolo e provocando di conseguenza un processo infiammatorio che interessa l’apparato digerente e altre zone dell’organismo. Tutto ciò può provocare: dolore addominale, gonfiore, stanchezza, diarrea. Può essere comunque un problema transitorio, destinato a risolversi spontaneamente, seguendo una dieta priva di glutine. Il limite nella identificazione reale di questa condizione è correlato al possibile “overlap diagnostico” con condizioni cliniche quali la celiachia, le allergie alimentari, la sindrome del colon irritabile e/o sindromi psicosomatiche. E’ pertanto necessario provvedere ad una diagnosi completa del disturbo, eseguendo degli esami specifici, costituiti da Prick-test, Rast-test o altro per escludere allergie o intolleranze (ad esempio al lattosio). Per tutti questi buoni motivi, attenzione a non eliminare, senza controllo medico, pane e pasta dall’alimentazione di tutti i giorni. Alcuni ricercatori hanno messo in dubbio la  NCGS, attribuendo gran parte dei sintomi presenti in questi pazienti al ruolo dei FODMAPs (fermentable oligo- di- e monosaccharides and polyols) contenuti nella dieta. Si tratta di carboidrati a corta catena poco assorbibili che causano distensione del lume intestinale: le fonti più comuni sono il grano ed i cereali (ricchi di fruttani), il latte, i legumi, il miele, la frutta (ciliegia, melone, mango, pera) e ortaggi (cicoria, barbabietola, finocchi, porri). In questa coorte di pazienti, il ruolo dei FODMAPs è stato dimostrato attraverso un challenge in doppio cieco e dopo avere escluso qualunque forma di allergia IgE-mediata. Infine, non sembra secondario nella patogenesi di questa sindrome il ruolo di alcuni additivi alimentari come glutammato, benzoato, solfiti e nitrati che vengono aggiunti a molti prodotti commerciali per varie ragioni (per esaltare il gusto, colore e come conservanti). La NCGS non correla con l’aplotipo HLA-DQ2 e DQ8 della celiachia, sebbene questo tipo di HLA sia presente nel 46% dei soggetti. Questa percentuale è tuttavia comparabile a quella della popolazione generale (30%), ma di gran lunga inferiore ai soggetti celiaci (99% dei casi).

In conclusione, il clinico deve avere la capacità di guidare il paziente attraverso un adeguato approccio diagnostico considerando la variabilità di una sintomatologia clinica spesso di difficile definizione sul piano oggettivo. La pratica del “senza glutine” non deve essere implementata in assenza di oggettive valutazioni sul piano diagnostico.

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La dieta senza glutine: necessità, moda o business? Parte quarta.

Un’alimentazione senza glutine non aiuta a mantenere la linea, non migliora la funzionalità dell’intestino, non disintossica e non migliora l’aspetto della pelle. Se non ci sono reali problemi di salute, come la celiachia, ridurre o addirittura eliminare, il glutine dalla propria dieta può condurre a un regime dietetico molto restrittivo, in alcuni casi sbilanciato perché quasi del tutto privo di carboidrati, la nostra fonte principale di energia. Inoltre, eliminare il glutine dalla dieta in maniera arbitraria non rende possibile, nel medio-lungo periodo, la diagnosi medica di malattia celiaca che risulta essere ultimamente piuttosto frequente: 1 caso ogni 80-100 individui. Esiste poi la NCGS (acronimo dell’inglese Non-celiac gluten sensitivity), un disturbo completamente diverso dalla celiachia e la quasi totalità delle persone che ne soffrono non diventerà mai celiaca; si comincia quindi a fare finalmente chiarezza sui motivi per cui alcuni soggetti, negativi al test per il morbo celiaco, traggono comunque beneficio da una dieta priva o povera di glutine. Si stima che, se il numero di celiaci in Italia è di circa 600.000 unità, i pazienti con sensibilità diretta al glutine possano essere almeno tre milioni.

Sembra che la sensibilità diretta al glutine sia quindi una sorta di disturbo che, potenzialmente, è in grado di colpire 1 paziente su 20. La sensibilità correlata al glutine implica dei sintomi molto simili a quelli che si palesano nella celiachia e nell’allergia al grano, rendendo quindi necessario, per la sua diagnosi, l’esclusione di queste patologie.

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