A cura di Giorgio Pitzalis – tratto dal libro “Latte, compagno di vita”.


I dubbi e le domande riguardanti il consumo del latte vaccino e dei suoi derivanti sono da sempre al centro dei dibattiti, anche accesi, della pubblica opinione. In questa sezione riportiamo quanto emerge, a questo proposito, dalla letteratura scientifica, enunciati mediante semplici concetti da una recente relazione (2017) del Prof. Fernando Aiuti, professore emerito e docente di Allergologia e Immunologia Clinica Università “Sapienza” di Roma.

È vero che negli ultimi anni sono aumentati i casi di allergia alle proteine del latte vaccino?
Falso. È soltanto aumentata l’autodiagnosi mediante l’uso di test diagnostici non validati scientificamente. 

L’allergia al latte vaccino regredisce spontaneamente nel 63 % dei casi entro 5 anni e in 2/3 dei casi i bambini guariscono prima con un vaccino orale desensibilizzante (Kivistö JE. Et al. Acta Paediatr. 2015).

È vero che l’allergia agli alimenti, incluso il latte, perdura per tutta la vita o per decenni?
Falso. Nel 95% dei casi l’allergia al latte vaccino nei bambini regredisce senza terapia all’età di 6-8 anni, ma è anche vero che in rari casi può iniziare in età adulta (Schoemaker AA. J Allergy Clin Immunol Pract. 2016).

La sola positività dei test in vitro o in vivo per allergia al latte è sufficiente per fare diagnosi di malattia allergica?
Falso. Se non si hanno sintomi dopo esposizione agli alimenti, latte incluso, o segni di malattia (dermatite, gastroenterite, orticaria) non si può fare diagnosi di allergia alimentare. 

Troppo spesso si fanno diagnosi basate solo sulla positività dei test di laboratorio.

Esistono test non validati scientificamente per porre diagnosi di allergia alimentare?

Assolutamente si! 

Ecco i principali. Ovviamente questi elencati non hanno nessuna validità scientifica e sono quindi da evitare (Aiuti F. et al. Il nostro meraviglioso Sistema Immunitario. 2015).

  • Test DRIA: studio delle variazioni del tono muscolare in rapporto all’assunzione di cibi non tollerati.
  • Test EAV: (VEGA Test) e loro varianti: variazioni del potenziale elettrico cutaneo in relazione al contatto con alimenti intolleranti
  • Test leucocitotossico: documentazione, in vitro, dell’azione citotossica (vacuolizzante) di certi alimenti sui neutrofili del paziente.
  • Analisi del capello
  • Kinesiologia applicata
  • Prime test
  • Biorisonanza
  • Pulse test
  • Test del riflesso cardiaco-auricolare
  • Mineralogramma
  • Iridologia
  • Test bioenergetico di virus e batteri.

È vero che in caso di allergia al latte di mucca si può utilizzare il latte di capra, pecora, cammella e che questi sarebbero anche molto più nutrienti di quello vaccino?
Falso. Esiste una reazione crociata allergenica tra questi tipi di latte e quindi non è così che si risolve il problema.

È giustificato raccomandare ai soggetti che non tollerano il lattosio di sospendere ed evitare il consumo di latte e prodotti caseari?
Non sempre. La maggior parte degli adulti intolleranti al lattosio può tollerare un bicchiere di latte o una pallina di gelato.

Lo yogurt e la maggior parte dei formaggi (fiocchi di latte, formaggi molli e duri), possono essere tollerati dagli individui intolleranti al lattosio senza sintomi (Savaiano DA. Am J Clin Nutr. 2014, Sieber R. Z Ernahrungswiss. 1997).

L’intolleranza non è mai totale tranne in casi rari, il Breath-test può risultare positivo nel 15 % degli adulti ma la vera intolleranza clinica è < 1-3 % e spesso non è cronica. Dopo un periodo di esclusione, negli adolescenti e negli adulti il latte si può reintrodurre fino 240 ml al giorno (12 g di lattosio) senza eccessivi disturbi.

È vero che il latte e i latticini nell’infanzia, adolescenza e negli anziani possono essere eliminati senza danni per la salute delle persone?
Falso. L’eliminazione del latte e derivati può causare deficit dell’accrescimento staturo-ponderale, osteopenia, osteoporosi, determina problemi psicologici nella vita di relazione del bambino e dei suoi familiari, produce un danno economico alla società (Ambroszkiewicz J et al. Allergy. 2015).

Al termine di queste domande che ricorrono nei discorsi comuni è bene ribadire che “la dieta vegana può comportare un rischio per la popolazione normale e un alto rischio di carenze nutrizionali per infanti, bambini, adolescenti, donne in gravidanza e in allattamento e pertanto dovrebbe essere sconsigliata.

Sono state associate con carenze di proteine ed energia, rachitismo, ritardi della crescita e deficit nutrizionali. Il sistema immunitario e quello ematopoietico sono i primi a soffrire delle diete vegane“ (OMS e UNICEF Position paper SIPPS-FIMP-SIMP 2017).

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