Rossella Aromando – Psicologa Psicoterapeuta

Una leggenda brasiliana narra che quando una mamma e un bambino si guardano per la prima volta, tutti devono abbassare le luci, uscire in punta di piedi, chiudere la porta e non fermarsi ad origliare.

Sarebbe inutile. Non capirebbero. Mamme e bambini si dicono in silenzio parole che nessuno vede.

Parole che si intrecciano ai loro cuori e li fanno battere di felicità. Una delle tesi preferite di Winnicott è che le madri iniziano ad orientarsi nel loro compito molto specialistico già durante gli ultimi mesi di gravidanza. In questo stato particolare le madri “sviluppano una sorprendente capacità di identificarsi con il bambino; ciò le rende capaci di far fronte ai bisogni del neonato in un modo che nessuna macchina potrebbe uguagliare e nessun insegnamento potrebbe far conseguire”.

Una volta nato, il bambino è ancora parte dell’unità simbiotica con la madre. I due sono legati da un potente istinto primordiale, che li riporta verso una simbolica fusione, data dal bisogno del bambino di latte, calore, presenza e contatto e dall’esigenza materna di tenere e contenere il proprio cucciolo.

L’allattamento rappresenta un elemento facilitatore della relazione.

Aspetti emotivi e relazionali della nutrizione in gravidanza.

Una mamma che allatta, impara a conoscere, anche inconsapevolmente, le caratteristiche del proprio bambino, il suo ritmo di suzione, le sue preferenze, mentre il bambino inizia a riconoscere il corpo della mamma, il suo odore, la sua voce, il suo calore.

Winnicott sintetizzò così questo legame tipico dei giorni dopo il parto: “In questo momento critico, si verifica un fatto molto strano: la madre che forse è fisicamente esausta e che dipende dall’infermiera e dal medico per una assistenza diversificata e qualificata, è nello stesso tempo la sola persona che può in modo appropriato presentare il mondo al bambino in una forma che abbia un senso per lui. Essa sa come farlo, non perché sia addestrata e abile, ma solo perché è la madre naturale…”

Il latte della madre non affluisce come un’escrezione ma è una risposta a uno stimolo e lo stimolo è la vita, l’odore e la sensazione del suo bambino e il suo pianto che segnala un bisogno. Sono una cosa sola la cura della madre per il suo bambino e l’alimentazione periodica che si sviluppa come se fosse un mezzo di comunicazione tra i due, una canzone senza parole”.

Spesso, invece, le madri riportano sentimenti di inadeguatezza o il timore di non riuscire a provvedere da sole alla sopravvivenza del bambino. Credo sia fondamentale creare un’atmosfera in cui la madre possa credere in se stessa e seguire le proprie decisioni intuitive.

Più che istruire la mamma e il papà con criteri basati sulla delega o sull’esecuzione manuale di regole generiche ed impersonali, bisognerebbe sostenere i loro processi di crescita e la relazione con il neonato, aiutando i neo-genitori e non criticandoli, incrementando la loro autoefficacia e non sostituendosi alle loro funzioni.

L’allattamento rappresenta un canale privilegiato per la relazione.

Quando appaga desideri, dona soddisfazione, facilita l’adattamento e accresce la fiducia della madre verso il bambino e verso se stessa, diventa una fonte di ricchezza inestimabile per i due partner. Al contrario, laddove l’allattamento conferma le angosce materne o determina delusioni, rischia di divenire un comportamento compulsivo, sempre più patologico e carico di ansia.

Lo stesso Winnicott prende le distanze da coloro che tentano di costringere le madri ad allattare.

Per allattare serenamente bisogna ascoltarsi e accettarsi, fidarsi del proprio corpo e della propria relazione con il figlio. Nell’allattamento a richiesta, la madre è chiamata sin da subito ad un ascolto empatico del proprio bambino e, per farlo, deve riuscire a fidarsi della propria funzione materna.

Per molte donne questo non è un passaggio automatico, ma un processo faticoso e dinamico, che parte dalla propria storia di vita, dalla struttura di personalità, dalla possibilità di accedere a relazioni sociali supportive e non giudicanti.

La mancanza di sicurezza nelle proprie capacità materne o nella relazione col proprio bambino solitamente determina o atteggiamenti iperprotettivi e di simbiosi prolungata, dove il cibo diventa uno strumento per calmare le ansie materne più che il pianto del neonato; oppure vissuti negativi, di chiusura e di rifiuto.

In questi casi, il supporto della rete sociale, del papà o dei professionisti diventa un elemento fondamentale, funzionale alla protezione della relazione tra la mamma in difficoltà e il suo bambino.

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